Lezione del 14 gennaio 2002
Jacques il fatalista e il saggio XIII sullesperienza di Montaigne.
Il passaggio dalletà del libertinismo allIlluminismo e alla filosofia di Diderot.
Lopera di M. segna linizio di quellepoca che è stata definita dagli interpreti letà del "libertinismo erudito" (R. Pintard), segnata da alcune caratteristiche, di pensiero e dazione, comuni a pensatori di ispirazione anche molto diversa. Che cosè esattamente il libertinismo e quali origini storiche ha ?
Il libertinismo erudito è una corrente di pensiero critico e asistematico che si sviluppa nel corso del secolo XVII quindi dopo la morte di M. che ne è considerato, a ragione, un ispiratore , in margine ai grandi sistemi filosofici (Cartesio, Malebranche, Spinoza), contro la filosofia scolastica (aristotelica, per lo più) e i dogmi della Chiesa. Questo pensiero critico che persino negli scettici come M. e Charron ripone piena fiducia nelle armi della ragione, è stata di fatto emarginata, o lasciata in secondo piano rispetto alla riflessione filosofica maggiore, per via del carattere ferocemente sovversivo e opposto al sistema costituito che la caratterizza, ed è stata affrontata per lo più come una corrente letteraria. Un esponente mediato, indiretto di tale corrente, è Molière che fa propri tanti filosofèmi libertini circolanti nella cerchia della "tetrade" (La Mothe Le Vayer, Diodati, Naudé) che gravitava intorno a Pierre Gassendi (cfr. O. Bloch, Molière/Filosofia), riscopritore di Epicuro e maestro di "epicureismo cristiano".
Le questioni che tale "corrente" pone, tuttavia, i dubbi che solleva, le poste che presuppone prima fra tutte: preparare le condizioni di elaborazione di una scienza della natura, demarcando strettamente lambito delle forze naturali (ragione) e quello che limmaginazione attribuisce al sovrannaturale (fede) dipendono interamente e a pieno titolo dallo sviluppo del grande pensiero filosofico. Blaise Pascal, che in nome della fede combatterà i libertini non sera ingannato, pensando che la lotta apologetica andava condotta sul piano del discorso e della ragione, non su quello della violenza e dellinquisizione.
Il termine "libertino", viene dal latino libertinus, e sta a indicare lo schiavo affrancato. Venne usato non dagli stessi pensatori chiamati così ma dai loro avversari che li definirono tali in senso dispregiativo. Gli stessi esponenti di tale corrente definivano se stessi esprits forts, "spiriti forti", perché capaci di sostenere il peso, le difficoltà, le insidie dellincredulità.
In che senso M. può essere considerato se non un esponente quanto meno un ispiratore della corrente libertina? Per diversi motivi, i seguenti :
a) La netta demarcazione tra lambito della fede e quello della ragione, distinti e opposti, in taluni casi inconciliabili: lambito dei "costumi" (murs) credenze, abitudini ereditate, e lambito della ragione, dellideale, della saggezza (sul modello pagano antico).
b) il naturalismo, ossia lindividuazione di un ambito esplicativo del "naturale" ben differenziato in rapporto al "soprannaturale" (critica contro le accuse e i processi per stregoneria, torture, roghi e sistemi giudiziari violenti).
c) lironia dello stile e, talora, la dissimulazione nel tratto della scrittura. Una dottrina/pratica della doppia verità. Con la spregiudicatezza delle tesi e la libertà di pensiero che laccompagnano, anche nelle licenze stilistiche che si concede: una concezione strumentale della religione.
d) Lo scetticismo, detronizzando luomo dal centro delluniverso (relativizzazione dei valori), anche dalluniverso dello "spirito" (lanima delle bestie), induce a ripensare il suo vero posto nel mondo, la concezione della natura in generale e della natura umana in particolare.
- Nel corso del Seicento, questi caratteri fondamentali tipici del libertinismo si coniugano con :
- lavvento del cartesianesimo e la posizione del dualismo ontologico : il mondo delle cose è diviso in "cose estese" e "cose pensanti", essenzialmente distinte tra loro.
- la rivoluzione scientifica e le connesse acquisizioni in termini di cambiamento delle mentalità delle classi dirigenti colte. Il libertinismo, e il razionalismo che laccompagna, diventano praticamente la filosofia (privata, segreta) delle classi dominanti (Machiavellismo: vedi, in Francia, la politica di Luigi XIV e del Cardinale Richelieu).
Nel Settecento, con la fine delle guerre di religione e la progressiva estensione del razionalismo e del naturalismo ad una dimensione cosmopolitica, la critica dei valori costituiti, la demarcazione fede/ragione, il rigetto delle idee ricevute ecc. insomma i tratti fondamentali del libertinismo da ristretti a una chiusa elite di spiriti forti, si propone di diventare, con Diderot e lEncyclopédie, una filosofia "per tutti" (le classi borghesi in particolare), filosofia aperta, pubblicamente proponibile e presentabile come programma di riforma dei costumi e delle mentalità. Dalla figura del libertino erudito nasce così, per distacco, estensione e filiazione insieme, il philosophe illuminista impegnato nella società e nella cultura del suo tempo. Il libero pensatore lotta ora coscientemente per la riforma (e più tardi per la rivoluzione) dei costumi e delle istituzioni.
Tra M. e Diderot, cè quindi la rivoluzione scientifica e lavvento del cartesianesimo, che mutano insieme i contorni dellideale formativo delluomo libero, in senso più apertamente democratico e progressista. Il naturalismo razionalistico elitario di M. lascia campo in Diderot (ma anche in altri philosophes, ad es. DHolbach e La Mettrie) ad una posizione o atteggiamento teorico-pratico che definiamo col termine di materialismo.
Che cosè "materialismo" per i secoli XVII-XVIII che ci interessano?
Nessi problematici sul materialismo
1. La definizione di "materialismo"
In età moderna (secoli XVII-XVIII) il concetto di "materialismo", con la teoria della conoscenza che vi si collega, comprende, può o deve comprendere, a seconda degli autori, le seguenti opzioni teoriche:
1.1. Monismo metodologico
- Il "filosofo della natura" deve poter spiegare, secondo un unico criterio e con gli stessi strumenti teorici, tutti i fenomeni della realtà, fisica e non, materiale e immateriale, formale e sostanziale, visibile e invisibile. Il senso di queste categorie "materia", "spirito", "forma", "visibile" ecc. inizia, così, a mutare.
1.2. Monismo ontologico
- La riconduzione dei fenomeni della res cogitans nel dominio euristico ed esplicativo della res extensa, ma con significative oscillazioni tra luno e laltro campo. Il Deus cartesiano delle Méditations métaphysiques, diventa Natura (spinozismo, immanentismo), una physis unica: riferimento normativo a quest'idea di "natura" come origine-originante.
1.3. Rigetto delle cause finali
- sono esplicabili e legittime ai fini della scienza le sole cause meccaniche in quanto sottoponibili alla verifica sperimentale, alla ripetizione e al controllo, sotto condizioni definite, dei fenomeni cui esse ineriscono.
1.4. Corpuscolarismo
- È una ripresa rinnovata dellatomismo antico e della tesi che sostiene che la materia dei corpi è composta di particelle o corpi più piccoli in movimento, sottoposti alle leggi della fisica meccanica. Posizione che è anche quella di Cartesio e permette l'assunzione del meccanicismo senza rischi antiteologici (dualismo delle sostanze).
La duplice opzione monista (1.1 e 1.2), applicata alla fisica corpuscolare, conduce ad una critica del modello di meccanicismo cartesiano e apre verso un corporealismo e un atomismo (Hobbes e Gassendi) che dovranno fare i conti, nel secolo XVIII, con il nuovo paradigma della actio in distans proprio della fisica newtoniana.
2. Implicazioni ulteriori del concetto di "materialismo"
Queste quattro opzioni teoriche fondamentali fanno pendant ad alcune opzioni pratiche che ne sono, per i secoli che trattiamo, indissociabili e importanti per letica nuova, illuminista che si va costruendo, in Diderot e negli enciclopedisti.
- 2.1. lateismo, lantispiritualismo e la critica radicale delle religioni rivelate;
- 2.2. una critica dei valori morali e politici legati ai valori religiosi e metafisici d'ancien régime la quale comporta, in particolare, una teoria dellimpostura politica delle religioni;
- 2.3. Laffermazione dellunità "materiale" della natura e, nel suo seno, della naturalità delluomo;
- 2.4. da questi primi tre punti deriva la posizione teorico-pratica che si definisce col termine di "fatalismo", cioè un necessitarismo o determinismo generale che caratterizza quest'ambito unico della naturalità.
- Tenuta ferma questopzione materialista, in Diderot i tratti centrali, il nucleo formativo essenziale del programma definito da M. nellideale di uomo libero, resta invariato. In particolare, grande importanza assume, in M. come in Diderot, la nozione di "esperienza".
Come per la vita della riflessione e dello spirito, vale la distinzione tra un piano dei costumi (murs) e uno della ragione, legato alla saggezza e alla virtù, così sul piano più strettamente pratico della vita attiva, vale unaltra dicotomia importante in M. quella tra esperienza e abitudine (coustume: usanza, costumanza).
Allinizio del saggio XIII M. esordisce riconoscendo allesperienza lo statuto di conoscenza pratica dellindividuale, del singolo caso, dellirripetibile, attraverso il puro sentire, losservare intelligente. Lesperienza subentra alla ragione proprio nella conoscenza di questo casus irripetibile, da cui dobbiamo ricavare una regola di condotta, una legge, sempre nuova : "Quando la ragione ci fa difetto subentra lesperienza" (p. 1422). Lesperienza è comne un altro braccio aggiunto al corpo della ragione, la prolunga e ne estende lefficacia.
M. connota lesperienza come il regno della varietà, della dissomiglianza, della differenza radicale. "Avere esperienza", significa per M. saper riconoscere la minima differenza tra le cose, il minimo passaggio o sfumatura dessere, sapendone ricavare una legge (transitoria e sempre modificabile) di condotta. Anche qui il filosofo porta casi esemplari (hypomnemata) per spiegare cosa intenda con il concetto di esperienza.
Il primo esempio, e forse il più significativo, è quello del legislatore che pensa di poter frenare il potere dei giudici con la varietà e moltitudine delle leggi : "non si accorgeva" osserva M., "che cè tanta libertà e ampiezza nellinterpretazione delle leggi quanta nella fabbricazione di esse. E singannano coloro che pensano di ridurre e arrestare le nostre discussioni richiamandoci alla precisa parola della Bibbia. Infatti il nostro spirito non trova davanti a sé un campo meno spazioso quando verifica il sentimento altrui di quando esprime il proprio (
) abbiamo lasciato tanto da opinare e da decidere ai nostri giudici [attraverso lesperienza, il giudizio del particolare], che non ci fu mai libertà tanto potente e tanto sfrenata" (p. 1424).
Come lambito della ragione è lambito soggettivo di libertà/liberazione privata e pubblica dai vincoli del "costume" così lesperienza è lambito oggettivo di libertà e varietà delle facce, degli aspetti dellesistenza (e che la realtà presenta sempre nuove) rispetto alluomo che lesperisce. Lesperienza determina luomo a questa o a quella forma di vita, mette costantemente alla prova, sfidandone la saldezza, le abitudini, le usanze pratiche quotidiane degli individui, quellambito del reale che M. chiama coustume. Riassumendo, sul lato del soggetto : murs > ragione; sul lato delloggetto: coustume > esperienza.
Lesperienza umana, per dirla con la metafora di M. è come largento vivo: più gli uomini tentano di premerlo e impastarlo, costringendolo a prendere la forma che vogliono loro, "più irritano la libertà di quel generoso metallo : esso sfugge ai loro sforzi e va sminuzzandosi e sparpagliandosi al di là di ogni previsione" (p. 1426).
E il caso anche delle leggi, dei testi depositari di unautorità in termini di sapere, e le interpretazioni che di essi si possono dare. In virtù della libertà dellesperienza non si può a priori arrestare il processo dellinterpretazione della verità ad questo o questaltro punto:"si dà autorità di legge a infiniti dottori, a infinite sentenze e ad altrettante interpretazioni. Tuttavia, troviamo forse una fine al bisogno dinterpretare? (
) Gli uomini disconoscono la malattia naturale della loro mente : essa non fa che frugare e indagare e va senza posa girando, fabbricando e impastoiandosi nella sua bisogna, come i nostri bachi da seta, e vi soffoca".
Il soffocamento sta non nellatto proprio di cercare nuove interpretazioni (naturale) bensì nella pretesa, così facendo, di arrivare a quella definitiva (lepisodio dei cani di Esopo). Il reale, anche quello depositato nei libri, oltrepassa sempre la capacita soggettiva umana di comprenderlo e di concettualizzarlo, interpretarlo; esso muta, nel tempo e nella storia, e trascenderà sempre quindi le possibilità umane, soggettive, di interpretarlo : "Non è altro che debolezza personale quella che ci fa accontentare di ciò che altri o noi stessi abbiamo trovato in questa caccia alla conoscenza (
) Non cè fine alle nostre ricerche ; il nostro fine è nellaltro mondo. E segno di ristrettezza di mente quando questa si accontenta, o di stanchezza" (p. 1428).
Questa poliedricità propria della realtà che è la sua libertà, e la sovradeterminazione che il reale esercita sulle forze soggettive dellindividuo, mettendolo sempre alla prova nellesperienza (il titolo stesso dei Saggi indica questo), sono largomento al cuore di Jacques il fatalista di Diderot.
Che cosa indica il "fatalista" nel titolo ? Sottostare al fato è la tesi di Jacques il protagonista, significa riconoscere la complessità e la plurideterminazione del reale, ovvero la sua libertà nei nostri confronti, e di fronte alla quale non cè mente umana che tenga, in grado di afferrare il tutto, linsieme delle determinazioni palesi (in minor grado) e latenti (in massimo grado) delle cause. Queste eccederanno sempre le teorizzazioni e le ipotesi che ne possiamo fare. Il "fato" di Jacques è dunque un altro nome per dire necessità oggettiva razionale.
Il romanzo di Diderot è allora un romanzo di esperienza o di formazione. I tedeschi, Lessing, Goethe, Schiller, ammiratori del philosophe, ne faranno addirittura un genere letterario nuovo, quello che W. Dilthey (Erlebnis und Dichtung) chiamerà appunto Bildungsroman, il "romanzo di formazione". Come sempre, in storia letteraria, la cosa nasce molto prima della parola. Il romanzo di formazione di Diderot presenta delle caratteristiche specifiche che lo avvicinano al "saggio" di Montaigne piuttosto che ai racconti tedeschi.