Lezione del 9 febbraio 2002
Jacques, il valore delle leggi e lateismo virtuoso
Il lavoro di critica dissacratoria e semiclandestina, condotta da Diderot in Jacques, è costellato da altri interventi "minori" sui temi fondamentali del romanzo, che ne chiariscono meglio il senso. La breve recensione dellopera Il tempio della felicità, offre una risposta al problema di quale società alternativa a quella della frode e della tartuferia (o per meglio dire della mistificazione) messa in scena in Jacques, potrebbe proporre Diderot come modello, garante di una felicità che sia pubblica e insieme privata, per tutti i cittadini.
Dopo aver meditato sul nesso stoico tra felicità e virtù (come forza danimo), secondo il quale non si dà luna senza laltra, Diderot riconosce al tempo stesso che ciascun uomo, ogni individuo per propria costituzione fisio-psichica, ha necessità e bisogni di felicità diversi non riducibili comunque ad un universale astratto. Di qui la difficoltà di condurre in porto con successo la riflessione stoica e la conciliazione o equazione di virtù = felicità.
Lesito della riflessione sul Temple du bonheur è un paradosso: la felicità, non dei singoli individui presi uno per uno, caso per caso, determinati in modo ineluttabilmente diverso dalla natura e dalla storia di ciascuno, bensì quella della specie umana intera dipenderebbe da "uno stato sociale nel quale non vi siano né re, né magistrati, né preti, né leggi, né tuo, né mio, né proprietà mobiliare, né proprietà fondiaria, né vizi, né virtù; e questo stato sociale è maledettamente ideale" (89).
Il problema della felicità e delle sue diverse gradazioni possibili interessa dunque solo gli individui di una stessa specie, perché la felicità, in sé, è "la stessa tra una specie e laltra" (90).
Considerata limportanza che Diderot assegna alle leggi, come abbiamo visto nelle lezioni precedenti, per la fondazione di una morale laica e materialista alternativa a (ma filiata e contrario da) quella cristiana (in specie protestante), assume un rilievo particolare il racconto breve Conversazione di un padre con i suoi figli o del pericolo di mettersi al di sopra delle leggi (1771). E in questione, di nuovo, il conflitto fra i tre codici : a quale modello o tipo ideale di legge attenersi per una condotta giusta, innanzitutto, nei confronti dei bisogni reali degli uomini? La legge civile, quella naturale o quella religiosa ? E la legge di natura il modello cui vanno conformati gli altri codici e relativi giudizi. Ma quale allora il rapporto reale tra giustizia e leggi ? La giustizia deriva, determinatamente, dallefficacia e fondatezza delle leggi. Ecco perché nello stato civile in cui le leggi positive non sono conformi alle leggi naturali (relative ai bisogni) che riguardano tutti gli uomini, la società è ingiusta, ed è tanto più ingiusta quanto più inconciliabili e incoerenti tra loro sono le leggi dei tre codici.
Questa convinzione è esemplata dalla vicenda su cui sapre il racconto, una vicenda realmente accaduta al padre di Diderot. Il vecchio padre di famiglia (Diderot scriverà anche una pièce su questo soggetto) ha da esprimere il suo giudizio di uomo saggio e probo, eletto dagli stessi eredi procuratore per leredità lasciata da un curato di campagna. Si tratta di un cospicuo patrimonio che andrebbe a sollevare dalla miseria un gran numero ("erano da dieci a dodici
") di poveri eredi del vecchio prete.
Il padre di Diderot, mentre si adopera nelle pratiche dinventario, trova per caso, tra le scartoffie del vecchio, un testamento autografo che diseredava i poveri disgraziati e "istituiva legatari universali i Frémin, quei ricchi librai di Parigi che tu certamente conosci", racconta Diderot padre al figlio. Che fare del vecchio documento ? Qui entra di nuovo in gioco il brutale conflitto dei codici, la guerra civile del cuore del cui spettacolo si è a lungo assistito in Jacques.
Diderot-padre opta per il rispetto astratto delle leggi positive, anche quando queste violano palesemente i dettati della legge naturale (la "legge del cuore", lhumanitas). Il sentimento di umanità che per primo dovrebbe ispirare le azioni umane e ispira il vecchio, in un primo momento è soffocato dal cattivo consiglio del bigotto padre Bouin (99). Alla legge della coscienza e del cuore, la quale dettava al vecchio Diderot il consiglio di non tener conto del testamento ritrovato e di procedere alla distribuzione delleredità tra i poveri, subentra lastrattezza e la violenza della legge civile, che trova un ulteriore suggello nellautorità religiosa del canonico: "Non cè, disse padre Bouin, né cassa, né data, né lettere, né padre Bouin, né si, né ma che tenga; non è permesso a nessuno di trasgredire le leggi, di penetrare nel pensiero dei morti e di disporre dei beni altrui. Se la Provvidenza ha deciso di punire lerede o il legatario o il defunto non sappiamo chi mediante la conservazione fortuita di questo testamento esso deve valere" (100).
Il padre di Diderot ha paura. Teme per il benessere dei suoi figli, della sua famiglia, della sua vita privata
non ci sono sentimenti veramente universali in questuomo. Il suo seguito di paure è ciò che sopprime nelluomo la spinta spontanea verso il bene dettata dalla legge naturale e lo induce, per superstizione, a dare il proprio assenso alla disumanità del giudizio di Bouin. Ancor più disumana è la figura del beneficiario finale della fortuna del morto: il ricco libraio parigino Frémin è una maschera di malvagità, un automa quasi inorganico, simile alpadre Hudson di Jacques, che non guarda neanche in faccia i poveri disgraziati, parenti diseredati del curato: lautoma strappa il malloppo ai disgraziati, con tutti i crismi della legalità, e se ne va. Il Diderot padre non può far altro che gettargli in faccia le chiavi di casa e fuggir via anche lui, in preda al rimorso e alla disperazione.
Dopo questo primo episodio, entrano in scena nuovi personaggi. Un priore, un cappellaio, un notaio (uomo di legge) e un matematico. Questo secondo episodio mostra, in altra forma lo stesso conflitto: un'altra morte stavolta quella della moglie del cappellaio e la dote della donna rimasta in eredità: una parte di essa dovrebbe, per legge positiva, tornare ai suoi parenti. Lartigiano esita perché così facendo, si rovinerebbe finanziariamente, trovandosi in difficoltà, sotto il peso di molti debiti contratti proprio per curare la moglie malata.
La parola finale sul caso è affidata stavolta alle tre diverse voci che pronunciano il loro giudizio. Anche qui la voce delluomo di legge è la più disumana, ed è quella che in un primo tempo sembra prevalere : "dammi retta, osserva le leggi e sii onesto: va allospizio se occorre" (104). Il matematico e il priore consigliano invece il cappellaio, ma per futili ragioni infine, di trattenere tutta la somma della dote.
Il Diderot padre, fa appello saggiamente alla situazione di coscienza del cappellaio, una coscienza in tormento per non sapersi risolvere sulla cosa. Da tale situazione il vecchio ricava la conclusione che per ottenere la pace dellanimo è preferibile sbarazzarsi del denaro, causa di tante preoccupazioni. Ma il cappellaio decide infine di partire e andarsene a Ginevra. Esito allapparenza paradossale, il senso sta tutto nellenunciazione di una morale eteronoma che lega le buone e le cattive azioni al condizionamento che gli altri uomini in società, più o meno vicini a noi, con i loro giudizi, azioni, ecc. producono su di noi. Luomo vuole seguire la legge di natura che gli consiglia di tenere con sé il proprio denaro, ma fugge dal condizionamento degli uomini i quali con i loro giudizi lo gettano nei tormenti di coscienza : "Lassassino, trasferitosi sulle spiagge della Cina, è troppo lontano per vedere il cadavere che ha lasciato sanguinante sulle rive della Senna. Il rimorso nasce forse meno dallorrore di sé che dalla paura degli altri, meno dalla vergogna dellazione che dal biasimo e dal castigo che la seguirebbero, se per caso venisse scoperta" (104-105).
Usciti gli ospiti, sapre una discussione tra i membri della famiglia Diderot intorno alla natura delle leggi. Qui il Diderot philosophe esce allo scoperto con la sua dottrina materialistica delle leggi e del loro "spirito". Il primo legislatore del mondo è la natura, a questa i legislatori umani devono conformare il loro operato : "la natura ha fatto le buone leggi da sempre, una forza legittima ne assicura lattuazione; e questa forza, che può tutto contro il malvagio, non può nulla contro luomo dabbene. Io sono questuomo dabbene; e in queste circostanze, e in molte altre che mi piacerebbe esporvi dettagliatamente, la cito davanti al tribunale del mio cuore, della mia ragione, della mia coscienza, al tribunale dellequità naturale; la interrogo, mi sottometto ad essa o lannullo" (105-106).
Dalla considerazione del primato della legge di natura sulla legge positiva o civile, parte lattacco del philosophe ai pregiudizi delluomo di chiesa, padre Bouin (p. 107).
Un terzo episodio vede, alla fine, il padre di Diderot, riconoscere che in cuor suo il figlio ha ragione. Tante volte il suo stesso cuore si era rivoltato, nella memoria, contro lazione compiuta riguardo al testamento del curato, come contro una cattiva azione. Questa testimonianza del cuore, rileva Diderot, vale più di ogni altro attestato di giustizia esteriore positiva o di saggezza ricevuta.
Il fratello di Diderot, labbé Didier-Pierre, racconta un nuovo caso morale, la storia di un calzolaio di Messina, che di fronte alla corruzione del potere e al profondo malcostume dei suoi concittadini, aveva preso liniziativa di amministrare da sé la giustizia, sostituendosi agli inetti e corrotti magistrati del luogo. Ovviamente il calzolaio viene infine scoperto dal viceré grazie proprio ad una sua diretta confessione. Che si deve fare di questuomo ? "Abate voi mi tendete una trappola, e voglio proprio caderci. Condannerò il viceré a prendere il posto del ciabattino e il ciabattino il posto del viceré" (112).
Ultimo evento raccontato, di nuovo a vantaggio di una percezione della priorità della legge dello stato di natura su quello civile è nel racconto brevissimo della cambiale del cambiavalute fallito Bourmont. Stavolta è il priore, lecclesiastico a mostrare la vera umanità della legge del cuore, verso la quale al padre di Diderot mancava di coraggio (ibidem). La conclusione di Diderot è che le leggi servono unicamente a definire, in negativo, i limiti che luomo, ciascun uomo, deve porre alla libertà di perseguire i propri fini di felicità (sempre eteronomi ed eterodiretti). Ma, conclude il filosofo, "a rigore non ci sono leggi per il saggio
parlate più piano
Poiché tutte sono soggette ad eccezioni, è a lui che spetta giudicare in quali casi bisogna sottomettersi ad esse e in quali liberarsene
" (113).
Il racconto messo in scena nella Conversazione di un filosofo con la Marescialla di***, ha come argomento la funzione sociale dellateismo e il rapporto tra credenza e virtù, ovvero tra ateismo e morale. Chiave dinterpretazione del dialogo è la celebre tesi di Bayle sull"ateo virtuoso", ossia sulla possibilità che si dia una società libera e ben regolata composta unicamente da atei, che seguano tuttavia i dettami della legge naturale. Al tempo di Diderot (e di Bayle) la tesi era intesa dal senso comune come un paradosso, ai limiti della blasfemia, quasi una provocazione. Se togliamo agli uomini il timore di Dio e la prospettiva delle punizioni ultraterrene, si diceva, cosa tratterà il malvagio e in genere gli uomini tutti dallabbandonarsi apertamente ai crimini più efferati ? Bayle rispondeva che in uomini la cui condotta fosse ispirata dai precetti della ragione naturale, non accecati dalle passioni e dalla superstizione, si potranno generare dei sentimenti di solidarietà più forti di quelli generati da fedi religiose che obbediscono a dogmi positivi, per via dei quali anzi, i partigiani di una fede si sentono in diritto di perseguitare ed uccidere gli uomini del partito avverso (le guerre di religione stavano lì a dimostrare la fondatezza della tesi diderotiana). Gli atei quindi, sarebbero arrivati a formare tra loro una società anche più virtuosa di quella cristiana, in quanto esente dagli eccessi del fanatismo, che tra laltro Bayle stesso e filosofi a lui vicini (Spinoza) avevano conosciuto.
Le argomentazioni di Diderot, che passa a dimostrare la tesi di Bayle nel dialogo con la Marescialla, seguono questa traccia :
- La morale dellateo e quella del credente possono essere le stesse, in termini di comportamenti e modi di azione;
- Lateo non ci guadagna nulla a non credere ed è anzi il meno utilitarista tra i due; le sue convinzioni e la sua morale sono dunque più pure;
- Il piacere a fare il bene (e il dispiacere a fare il male) dipende non dallaspettativa di ricompense ultraterrene (o dal timore di castighi eterni), bensì da una costituzione fisio-psichica e da una determinazione naturale a provar piacere per quelle azioni che dipende dalla nascita ed è rafforzata (o indebolita) dalleducazione;
- La natura umana non è meschina o corrotta dal peccato originale, ma originariamente neutra, "buona" e "cattiva" al tempo stesso; sta al legislatore e alleducatore farla tendere a provar piacere per le azioni di vantaggio sociale (buone) piuttosto che per le contrarie (cattive);
- La storia recente delle religioni attesta, senzombra di dubbio, che le religioni positive hanno spinto gli uomini, in nome della difesa della vera fede, alle più aberranti efferatezze, cioè a compiere azioni di svantaggio sociale (cattive) piuttosto che le contrarie (buone);
- Se gli abusi della religione sono inseparabili dalla cosa stessa questa è la tesi argomentata da Diderot, in risposta alle obiezioni della Marescialla sarà sempre preferibile un atteggiamento morale che non implichi ladesione e la credenza in dogmi di una religione rivelata: ossia lateismo;
- Ulteriore attestato di questa necessità e del carattere di inutilità sociale delle religioni rivelate per il buon governo degli uomini (tesi propria anche di un manoscritto clandestino celebre allepoca: lExamen sur la religion di C. Dumarsais) sta nel fatto constatato (da Diderot e dalla stessa Marescialla) della separabilità dei precetti moral-religiosi dalla vita dei costumi. Religione e costumi procedono separatamente, anzi talora entrano in conflitto: è lesempio dellapplicabilità effettiva dei precetti cristiani, proposti nel discorso della montagna da Gesù, nel "mondo" della Parigi del secolo XVIII (122-123). La morale naturale dellateo, al contrario, non entra in conflitto con quei costumi.
- Diderot non intende fare proselitismo: nel caso della bella Marescialla la fede cristiana è utile, buona a garantire e a sublimare la sua moralità: non la abbandoni ! Anzi, la coltivi come meglio può per estendere e approfondire quei precetti della religione del cuore (naturale) cui anche la religione cristiana partecipa. Ma è infine preferibile che le leggi dello stato non seguano i dettami di nessuna religione positiva.
- Conclusione: la "fede" laica dellateo nella morale naturale è la migliore di tutte ai fini della costruzione di una società più giusta e tollerante; tale "fede" non intende convincere di una propria giustezza universale coloro i quali, per i più svariati motivi, non possono farla propria, come la bella e devota Marescialla (124-125). Tale fede in ultimo consente la pacifica convivenza di atei e credenti, come la stessa Conversazione con la Marescialla attesta. Lateo non è intollerante, dunque la sua morale è preferibile alle variopinte (e talora stravaganti) morali legate alle credenze, liturgie, culti ecc. delle religioni rivelate. Il dialogo si conclude tuttavia sul riconoscimento delleccessivo anticonformismo di queste tesi in virtù del quale il quale Diderot si vede costretto a far propria la teoria libertina della doppia verità: se dovesse render conto dei suoi principi davanti a dei magistrati non li confesserebbe: "Farei del mio meglio per risparmiare loro unazione atroce" (132).
Lultimo brano della raccolta Luomo e la morale, intitolato Sulla morale, e un seguito di due capitoli tratti dalla Storia filosofica e politica degli insediamenti e del commercio degli europei nelle due Indie (1772 e sgg.), opera dellabate Raynal, cui Diderot diede un Contributo in termini di osservazioni poste in aggiunta al testo, nelle edizioni e revisioni successive. Qui vengono messi in rilievo, e riassunti efficacemente, i temi fondamentali del pensiero morale di Diderot, incontrati in Jacques il fatalista e negli altri scritti.
Lopera di Raynal era una delle più vibranti denuncie delle atrocità e delle ingiustizie commesse dai "cristianissimi" colonizzatori, spagnoli, portoghesi, poi francesi e inglesi, nel Nuovo mondo. LHistoire Avrà un immenso successo durante la Rivoluzione francese in quei circoli politici (giacobini soprattutto) che si batteranno contro il colonialismo, la schiavitù e la tratta dei negri. Diderot inizia quasi subito, nelle edizioni successive a quella del 72, la collaborazione con Raynal, del quale scriverà una brillante Apologia (1776) per difendere il coraggioso sacerdote dalle accuse di empietà.
Nel cap. 23 troviamo espressi a chiare lettere i principi di virtù naturale che troviamo in Jacques, non enunciati ma solo rappresentati, messi in scena : "Molti scrittori hanno cercato i primi principi della morale nei sentimenti di amicizia, di tenerezza, di compassione, donore, di generosità, perché li trovavano scolpiti nel cuore umano" (137).
Poco prima Diderot aveva rilevato la comunità dispirazione propria a tutte le religioni positive, rivelate e non, quella tendente a stabilire delle norme di giustizia morale indipendenti dalla stessa credenza nel dio delle diverse fedi : "Nonostante questa diversità di sistemi religiosi e di culti, tutte le nazioni hanno sentito che bisognava essere giusti. Tutte le nazioni hanno onorato come virtù la bontà, la compassione, lamicizia, la fedeltà, la sincerità, la riconoscenza, lamor di patria, la tenerezza paterna, il rispetto filiale, tutti i sentimenti insomma che si possono considerare come altrettanti legami atti ad unire più strettamente gli uomini. Lorigine di questa unanimità di giudizio, così costante e così generale, non doveva dunque essere cercata tra opinioni contraddittorie e passeggere" (136).
A proposito dei doveri di giustizia delluomo la pagina relativa del Sulla morale richiama direttamente la conclusione eudemonista e stoica degli Elementi di fisiologia, ultima opera scritta da Diderot :
"
La filosofia è un altro tirocinio, in vista della morte, una meditazione abituale e profonda che ci strappa via da tutto ciò che ci circonda, e che ci annienta. Il timore della morte, dice lo stoico, è un'ansa con la quale il forte ci afferra e ci conduce dove più gli piace. Rompete quell'ansa e scuotete la mano del forte !
Non c'è che una virtù, la giustizia; un solo dovere, rendersi felici, un corollario, non sopravvalutare la vita e non temere la morte" (Eléments de physiologie), da confrontare con il capoverso 3 di p. 137
- Il capitolo 24 si richiama alla già osservata necessità di tenere in armonia i "tre codici", naturale, civile e religioso (138), ovunque in conflitto nelle società europee del tempo, anche successivamente alla fine delle guerre di religione. I codici civile e canonico-religioso dovrebbero entrambi armonizzarsi (non conformarsi) con il codice naturale, secondo il principio : ciò che è pertinente alla fede, e dunque superiore alle possibilità di conoscenza della ragione umana, non dovrà tuttavia mai ripugnarle e offenderla (tesi già avanzata in Il Proselito che risponde da sé, p. 83) .