Lezione del 9 febbraio 2002

 

Jacques, il valore delle leggi e l’ateismo virtuoso

 

  1. La morale dell’ateo e quella del credente possono essere le stesse, in termini di comportamenti e modi di azione;
  2. L’ateo non ci guadagna nulla a non credere ed è anzi il meno utilitarista tra i due; le sue convinzioni e la sua morale sono dunque più pure;
  3. Il piacere a fare il bene (e il dispiacere a fare il male) dipende non dall’aspettativa di ricompense ultraterrene (o dal timore di castighi eterni), bensì da una costituzione fisio-psichica e da una determinazione naturale a provar piacere per quelle azioni che dipende dalla nascita ed è rafforzata (o indebolita) dall’educazione;
  4. La natura umana non è meschina o corrotta dal peccato originale, ma originariamente neutra, "buona" e "cattiva" al tempo stesso; sta al legislatore e all’educatore farla tendere a provar piacere per le azioni di vantaggio sociale (buone) piuttosto che per le contrarie (cattive);
  5. La storia recente delle religioni attesta, senz’ombra di dubbio, che le religioni positive hanno spinto gli uomini, in nome della difesa della vera fede, alle più aberranti efferatezze, cioè a compiere azioni di svantaggio sociale (cattive) piuttosto che le contrarie (buone);
  6. Se gli abusi della religione sono inseparabili dalla cosa stessa — questa è la tesi argomentata da Diderot, in risposta alle obiezioni della Marescialla — sarà sempre preferibile un atteggiamento morale che non implichi l’adesione e la credenza in dogmi di una religione rivelata: ossia l’ateismo;
  7. Ulteriore attestato di questa necessità — e del carattere di inutilità sociale delle religioni rivelate per il buon governo degli uomini (tesi propria anche di un manoscritto clandestino celebre all’epoca: l’Examen sur la religion di C. Dumarsais) —  sta nel fatto constatato (da Diderot e dalla stessa Marescialla) della separabilità dei precetti moral-religiosi dalla vita dei costumi. Religione e costumi procedono separatamente, anzi talora entrano in conflitto: è l’esempio dell’applicabilità effettiva dei precetti cristiani, proposti nel discorso della montagna da Gesù, nel "mondo" della Parigi del secolo XVIII (122-123). La morale naturale dell’ateo, al contrario, non entra in conflitto con quei costumi.
  8. Diderot non intende fare proselitismo: nel caso della bella Marescialla la fede cristiana è utile, buona a garantire e a sublimare la sua moralità: non la abbandoni ! Anzi, la coltivi come meglio può per estendere e approfondire quei precetti della religione del cuore (naturale) cui anche la religione cristiana partecipa. Ma è infine preferibile che le leggi dello stato non seguano i dettami di nessuna religione positiva.
  9. Conclusione: la "fede" laica dell’ateo nella morale naturale è la migliore di tutte ai fini della costruzione di una società più giusta e tollerante; tale "fede" non intende convincere di una propria giustezza universale coloro i quali, per i più svariati motivi, non possono farla propria, come la bella e devota Marescialla (124-125). Tale fede in ultimo consente la pacifica convivenza di atei e credenti, come la stessa Conversazione con la Marescialla attesta. L’ateo non è intollerante, dunque la sua morale è preferibile alle variopinte (e talora stravaganti) morali legate alle credenze, liturgie, culti ecc. delle religioni rivelate. Il dialogo si conclude tuttavia sul riconoscimento dell’eccessivo anticonformismo di queste tesi in virtù del quale il quale Diderot si vede costretto a far propria la teoria libertina della doppia verità: se dovesse render conto dei suoi principi davanti a dei magistrati non li confesserebbe: "Farei del mio meglio per risparmiare loro un’azione atroce" (132).

"La filosofia è un altro tirocinio, in vista della morte, una meditazione abituale e profonda che ci strappa via da tutto ciò che ci circonda, e che ci annienta. Il timore della morte, dice lo stoico, è un'ansa con la quale il forte ci afferra e ci conduce dove più gli piace. Rompete quell'ansa e scuotete la mano del forte !

Non c'è che una virtù, la giustizia; un solo dovere, rendersi felici, un corollario, non sopravvalutare la vita e non temere la morte" (Eléments de physiologie), da confrontare con il capoverso 3 di p. 137