Lezione del 7 gennaio 2002
[MODULO B]
Amicizia e coscienza di sé : le dialettiche formative delluomo libero in M. de Montaigne
Il quadro dellamicizia con E. de la Boétie apre il saggio sulla philía. E un modello di amicizia e uno spunto ad acquisire consapevolezza del valore della libertà dello spirito, dinanzi alle innumerevoli forme storiche di "servitù", più o meno "volontarie" (La Servitude volontaire è il titolo di uno scritto anticonformista e antimonarchico dellamico).
Amicizia, nobile, è scuola di libertà. In nome dello scritto dellamico ("e sono tanto più legato a questopera in quanto servì da tramite al nostro primo conoscerci
") sulla libertà di pensiero, Montaigne apre il ragionamento intorno alla "perfetta" o "completa" philía che la storia della sua amicizia rappresenta, simboleggia esemplarmente.
Su questo preciso punto va aperta una parentesi a far luce sul valore dellesempio nella filosofia di Montaigne. Per comprenderne la funzione, va evocato qui il concetto interpretativo di hypomnemata (dal greco, alla lettera : "ricordo", "ricordanza", "memoria"), per derivazione: "scelta di passi, osservazioni su, notizie, sunti" (da Cicerone, Epistole, 16, 21, 8) ovvero, in senso psicologico, "immagini che stanno sotto" (hypo) la memoria desperienza (mneme) e condizionano il quadro che dellesperienza stessa ci formiamo, ripensando, rielaborando e, soprattutto, riscrivendo in modo esemplare in una pratica cosciente della scrittura del sé le modalità attraverso le quali lesperienza (nostra o di altri) si è materialmente costituita nel suo senso, in un senso. Lo scrittore Montaigne, nel caso che riscrive il passato, quello dei libri come il proprio, può piegare ai suoi scopi di vita quel senso, aggiungendogli un di più che gli appartiene in prima persona.
Al proposito, è utile leggere alcuni passi del libro di cui riportiamo qui lindice , di F. Garavini, Mostri e chimere. Montaigne, il testo, il fantasma, Bologna, Il Mulino, 1991, una delle interpreti più acute di M.:
Introduzione: il libro dei mostri e delle chimere
Parte Prima : Il libro cenotafio
1. Il libro della vedovanza
I. La voce del sangue o la difficoltà dei sentimenti
II. "Dulcis amor" o la confusione degli affetti
III. La difficile reciprocanza
IV. Tra fascinazione e rivalsa.
V. Una finzione necessaria : l'amor lontano : "Così mentre sublima la figura dell'amico scomparso, Montaigne guadagna la propria autonomia, diventa uomo, si fa scrittore; e proprio attraverso il libro si opera una lenta, contrastata e mai definitiva inversione dei ruoli" (p. 81)
2. il libro parricida
I. Dove si tenta di convincersi che Michel de Montaigne ebbe, e fu convinto di avere, un padre (quasi) perfetto (Pierre Eyquem)
II. Dove si rovescia la medaglia, leggendo sul retro quello che Montaigne (non) dice del padre.
III. Dove si va dal notaio e si sistemano alcune poco esemplari questioni di famiglia.
IV. Dove si parla ancora del padre e del figlio, ma anche del libro (e della ricostruzione della realtà nel libro).
3. il libro testimonio.
I. Il quarantasettesimo anno.
II. Morte e sopravvivenza nel libro
III. La scrittura senza fine.
Parte seconda : il registro delle paure
4. Cosa c'entra il pollice ?
5. Il corpo infetto ("la salute di Montaigne è una laboriosa conquista").
6. La vertigine sadica (La bontà non è naturale nell'uomo, anzi; è la crudeltà che la natura ci ha dato in sorte")
7. Cadaveri guerrieri
8. Il delitto impunito
9. La morte muta
Parte terza : il teatro delle difese
10. Le voci e la scrittura
10.1. Il riparo dell' "oraliture"
10.2. "Je suis Gascon, et si..."
11. L'eroe di penna
12. Il signore del senso.
13. Il trono di Gerone
13.1. La tentazione del suicidio
13.2. La teatralizzazione del fantasma.
- Alle pagine pp. 305-306, Garavini giunge alla seguente conclusione: "Ed è ancora e sempre grazie all'illusione e al potere della scrittura che il soggetto, frustrato nelle sue aspirazioni di gloria, nella sua volontà di potenza, arriva a medicare le sue ferite: sedersi a parole sul trono di Gerone è certo un vano inganno, ma permette al desiderio di negare i vantaggi principeschi senza congiuntamente negarsi. La sfera dell'immaginario può essere alienante, ma può anche prestarsi alla conquista della libertà. Ora, è di questo che si tratta negli Essais. Rifiutando il degrado fisico e morale, atteggiandosi, nell'integrità delle proprie facoltà, a giudice e signore del mondo, mettendosi al posto del re, l'io non fa insomma nient'altro che affermare il proprio imperio per non affondare nel nulla".
Importante è quella nozione che Garavini chiama "vedovanza", intesa in senso lato. La vedovanza è l'esperienza ripensata, rivista, riscritta dellamicizia e della morte d'Etienne de la Boétie, amico fedele grazie alla quale il filosofo opera uno dei primi passi verso la liberazione del sé da mostri e fantasmi dell'esistenza.
A proposito degli hypomnemata, leggiamo a p. 42-43: " M'interesserebbe (...) mettere a fuoco l'altra modalità della scrittura di sé che aveva svolto nell'antichità un ruolo fondamentale e di cui le compilazioni del rinascimento rappresentano l'avatara [metamorfosi] sclerotizzato: gli ipomnemata (M. Foucault. L'écriture de soi). (...) E' una pratica soccorrevole con cui l'animo assimila la sostanza delle letture o dell'esperienza, e ne fa la propria struttura. (...); Si tratta "non de dire le non-dit, mais de capter au contraire le déjà-dit; rassembler ce qu'on a pu entendre ou lire, et ceci pour une fin qui n'est rien de moins que la constitution de soi" (Foucault, op. cit. , p. 8). Infatti la materia disparata delle letture - una scelta volontaria di elementi eterogenei - va assorbita e unificata, non in un insieme composto ad arte, ma nell'atto della costituzione degli ipomnemata - ossia nel gesto stesso della scrittura - e della loro consultazione - dunque nella lettura e rilettura".
"Non ho trovato, fin qui, una descrizione più vicina di questa alla pratica costitutiva degli Essais, di quel processo continuo di lettura-scrittura-rilettura del già scritto che sposa, anzi immedesima soggetto e testo. La funzione di questo esercizio, attraverso il processo di appropriazione che così si mette in opera, è di formare, con tutto ciò che la lettura ha accumulato, un corpo che non è un corpo di dottrina, ma secondo la metafora della digestione e tanto spesso evocata negli Essais, il corpo stesso di colui che, trascrivendo le sue letture, le ha, appunto incorporate : ovvero il corpo del "livre consubstantiel à son autheur"... Infatti, come si era già detto, l'autore costituisce il suo proprio testo solo dislocandolo e riorganizzando altri testi di altri autori; e il soggetto testuale, l'io della "consustanzialità", è soltanto "l'opérateur de ce déplacement" (M. Blanchard, Le sujet en histoire littéraire cit. pp. 20-21)".
Montaigne attua loperazione di questo costrutto libro-vita-autore attraverso lordinamento artistico e sapiente di hypomnemata, attraverso cioè nel caso specifico delloccasione del ripensamento della propria "vedovanza" un ripensamento-riscrittura dellamicizia vissuta con E. de la Boétie.
La philía è qui concepita da M. alla maniera greca, come senso dell"unità della volontà", ovvero come "unanimità": essere una sola anima in due corpi. La definizione è di Aristotele dellEtica a Nicomaco, menzionato a p. 253, e del suo allievo Teofrasto, che ne sviluppa le implicazioni in un Perí philía, Sullamicizia, tradotto in latino da Cicerone (mediatore latino di M.) e rielaborato nel Lelio, dellamicizia (54-51 a.C.), dedicato a Tito Pomponio Attico.
Anche se nel saggio dedicato espressamente a Cicerone (XL) M. pare prendere le distanze dallambizione e dalla "vanagloria" del retore che pubblica le sue lettere come unopera letteraria a sé stante, contrapponendolo ai modelli più alti di Epicuro e Seneca, i motivi di vicinanza tra M. e Cicerone sono profondi e molteplici:
1 / le vicende politiche delle guerre civili romane, la crisi della tarda Repubblica e, soprattutto, il ritiro dagli affari politici per dedicarsi alla filosofia : O vitæ philosophia dux ! (Tusc. Disp., V, 2, 5) è linvocazione che M. senzaltro poté far propria, nelletà delle guerre di religione in Francia.
2/ Loccasione dello scritto ciceroniano sullamicizia è identica allesperienza montaigneana: è la morte prematura del grande amico di Lelio, Scipione Emiliano, a indurre il retore-filosofo a unesposizione e riscrittura dei grandi temi della filosofia peripatetica incarnandoli in grandi personalità della vita politica romana. Hypomnema inconfessato, quello ciceroniano, Montaigne lo riprende, riscrivendo alcuni dei temi centrali del Lælius :
a) Lamicizia si dà solo tra i boni vires, la virtus ne è fondamento. La coltivano dunque gli uomini virtuosi, "come del resto furono ritenuti [C. Fabrizio, M. Curio, T Coruncanio], perché seguono, per quanto è possibile agli uomini, la natura che è unottima guida al vivere bene" (p. 31). La virtù, che è causa ed effetto insieme dellamicizia, fa sì che noi possiamo amare, come philòi, persino individui che non abbiamo mai visto : "Nulla è più amabile della virtù", afferma Cicerone, "nulla cè che inviti di più ad amare, dal momento che a causa della virtù e dellonestà, in un certo senso amiamo anche quelli che non abbiamo mai visto" (p. 39). Si definisce qui la nozione di humanitas, tanto viva nella latinità conosciuta da M. : se è vero che in Roma la filosofia non ha fondamenti (Cicerone, De oratore III, 93), ne ha invece la scienza delluomo come essere sociale : lhumanitas risulta dalla sapienza pratica, attiva (Cic. De Republica, III, 7: "questa nostra città da sola ha prodotto più personaggi, se non sapienti visto che i Greci sono così avari nellusare questo termine almeno degni di grande gloria, perché gli insegnamenti e le scoperte dei sapienti essi li hanno coltivati nellazione"). Da Terenzio, Andria : Homo sum ! Et nihil humani a me alienum puto
(vedi anche Diderot, Elogio di Terenzio, 1769).
b) il legame damicizia è superiore al legame parentale (e coniugale), perché nella "parentela laffetto si può eliminare, nellamicizia no; infatti, tolto laffetto viene meno lamicizia stessa, la parentela rimane" (p. 31).
c) La definizione che dà Cicerone dellamicizia chiama in causa la nozione di consensio, che è affine a quella di unità delle volontà, usata da M. : "Lamicizia non è nientaltro che una grande armonia (consensio) di tutte le cose umane e divine, insieme con la benevolenza e laffetto; davvero non so se, eccettuata la sapienza, sia mai stato dato alluomo dagli dèi immortali niente di meglio di essa" (ibidem).
d) Lamicizia consente di vedere nellaltro un altro se stesso, uno sdoppiamento indispensabile allagire libero del cives: "lamicizia infatti, fa più splendida la buona sorte e più lievi le avversità, dividendole e rendendole comuni
chi osserva un vero amico, osserva come unimmagine di se stesso" (p. 33). Cicerone, come più tardi M. sulla sua scia, farà propria una concezione naturalistica dellamicizia, non moralistica: "Sono degni di amicizia coloro che hanno in se stessi il motivo per cui sono amati
Ciascuno infatti ama se stesso non per esigere da sé una ricompensa di questo amore, ma perché è caro a sé per se stesso. Se non si applicherà allamicizia questo stesso comportamento non si troverà mai un vero amico E tale, infatti, chi è come un altro se stesso (Est enim his [amicus], qui est tamquam alter idem)" (p. 73).
e) A questa concezione (di matrice dunque greco-romana) della philía si lega lideale immortalità dellanima, nella memoria degli amici: "gli assenti diventano presenti, i poveri ricchi, i deboli forti e, cosa più difficile a dirsi, i morti diventano vivi; tanto li segue lonore, il ricordo, il rimpianto degli amici. La morte di quelli dunque sembra beata, la vita di questi lodevole" (p. 33). M. farà tesoro di questa ispirazione civile della religione dei morti, come farà anche, più tardi, Diderot, nelle Lettere sulla posterità a Falconet. Sulla base di questo argomento, essenzialmente politico, tanto Cicerone quanto M. respingono la dottrina epicurea della mortalità dellanima col corpo, per ragioni legate alla funzione civile dellindividuo. La persona lanima civile di essa resta in vita dopo la morte grazie allamicizia che è stata capace di suscitare, e allaccrescimento della coesione civica che così ha potuto generare. Di qui limportanza della nozione di amicitia in politica, secondo la lezione peripatetica e tardo-accademica ( Cic. De am., IV, 13, p. 25). Il modello di contesto politico, tanto dellamico di Cicerone, Lelio, quanto di M., Etienne de la Boétie, è il repubblicano, come è detto a chiare lettere in conclusione del saggio: "E so inoltre che se avesse dovuto scegliere, avrebbe preferito esser nato a Venezia anziché a Sarlat; e a ragione
" (p. 259).
Per concludere lanalisi del saggio sullamicizia: grazie alla lezione di Cicerone, secondo M. libero ed è una delle declinazioni del concetto di libertà è colui in grado di generare laltro se stesso nellamico, ovvero di costruire da sé, nella propria esperienza, una gerarchia di amicizie che volgano verso quel due-in-uno essenziale a dominare la realtà dellesistenza, contro le paure, i fantasmi di un passato che pare sempre sfuggirci, non appartenerci liberamente.
In cima alla piramide troviamo "lamicizia perfetta", indivisibile : "ciascuno si dà al proprio amico tanto interamente che non gli resta nulla da spartire con altri" (p. 254). E dunque, secondo M., impossibile o improbabile avere più di un perfetto amico : "è un grandissimo miracolo il raddoppiarsi; e non ne conoscono la grandezza quelli che parlano di triplicarsi
" (p. 255). M. giunge ad una conclusione importante : ad ogni soggetto, per ogni individuo, un genere specifico di amicizia. Solo per gli uomini virtuosi (i pauci sed boni di Cicerone) lamicizia completa.
In seguito, M, distingue infatti un insieme di amicizie ordinarie, "basate su un solo punto di contatto" o su una "familiarità superficiale", per le quali non si deve essere esigenti né nei riguardi dellaltro né di se stessi (p. 256). Necessarie e positive anchesse, in esse il soggetto "si declina" secondo le qualità che occorre esercitare in questo o quel determinato contesto.
Al tema delle qualità che sono legate allimmagine dellindividuo sociale è dedicato il saggio XXXVIII: "Come piangiamo e ridiamo di una stessa cosa". Il soggetto è composto di una molteplicità di qualità le quali aderiscono tutte ad esso in misura maggiore o minore (p. 307). Bisogna guardarsi dal giudicare di nuovo: sospensione di giudizio la natura di questo o quelluomo in base ad una sola di tali qualità fossanche la qualità dominante :"Nessuna qualità ci riveste totalmente e universalmente. Se non fosse un contegno da pazzo il parlare da solo, non cè giorno in cui non mi si sentirebbe brontolare fra me e contro di me : "Pezzo dimbecille !". E tuttavia non penso che sia questa la mia definizione. Chi al vedermi un contegno ora freddo ora amoroso verso mia moglie pensa che luno o laltro sia simulato è uno sciocco".
Lo scetticismo di M. si articola qui in senso ontologico, riconoscendo la plurivocità e versatilità di aspetti che è propria della stessa realtà, afferrata in un divenire che tutto congloba in sé, sotto la splendida metafora lucreziana della luce che "getta incessantemente nuova luce sulla luce". Perché piangiamo e ridiamo di una stessa cosa ? "la nostra anima guarda la cosa con un altro occhio e se la rappresenta sotto unaltra luce; poiché ogni cosa ha molte facce e diversi aspetti. La parentela, le antiche relazioni e amicizie afferrano la nostra immaginazione e la appassionano sul momento, così come si presentano; ma il loro cambiamento è talmente brusco che ci sfugge (cit. Lucrezio, De rer. nat., V, 282-284)".