Properzio 3.3 (trad. da Paolo Fedeli (ed.), Properzio: Il libro terzo delle elegie, Bari 1985)

Mi era sembrato in sogno, disteso all’ombra molle dell’Elicona,
dove sgorga l’acqua per opera del cavallo di Bellerofonte,
di poter aprire la bocca per cantare sulla mia lira
i tuoi re, Alba, e le imprese dei tuoi re, opera grande,
e avevo accostato le mie piccole labbra a così grande sorgente,
donde già bevve, assetato, il padre Ennio,
e cantò (cecinit) i fratelli Curiazi e i giavellotti degli Orazi
e i trofei regali trasportati sulla nave di Emilio
e gli indugi vittoriosi di Fabio e l’infausta battaglia
di Canne, e gli dèi che mutarono il loro atteggiamento in seguiti ai voti pietosi,
e Giove salvato dallo starnazzare delle oche,
quando Febo, osservandomi dal boschetto castalio,
così disse, appoggiato alla lira d’oro presso la sua grotta:
“Ma che c’entri tu, folle, con un tale fiume? Chi ti
ha ordinato di accostarti al genere della poesia eroica?
Qui non hai da sperare alcuna fama, Properzio.
Molli prati devono essere calcati da piccole ruote,
perché spesso sia riposto sullo sgabello il tuo libro,
letto dalla ragazza in solitaria attesa del suo uomo.
Perché la tua poesia è uscita fuori dal persorso obbligato?
Non devi appesantire la navicella del tuo ingegno.
Un remo sfiori l’acqua, l’altro la riva;
Sarai al sicuro: in mare aperto è grandissimo lo scompiglio.”
Disse, e col plettro d’avorio mi mostrò un luogo,
verso il quale un nuovo sentiero era stato tracciato sul suolo muschioso.
Qui era una grotta, verdeggiante di pietruzze incastonate,
e pendevano timpani dalla volta rocciosa,
strumenti sacri e la statua d’argilla del padre Sileno
e la tua zampogna, o Pan Tegeo;
e le colombe, uccelli della potente Venere, stormo a me caro,
bagnavano i becchi purpurei nell’acqua gorgonea;
le nove Ragazze, che hanno avuto in sorte la loro sfera di competenza in luoghi diversi,
esercitano le mani delicate nei doni a loro propri:
una raccoglie edere per i tirsi,una accompagna
i canti con la lira, un’altra intreccia corone di rose con entrambe le mani.
Una dea di quella schiera mi toccò (credo, dal volto, che fosse Calliope):
“Ti contenterai d’essere sempre trasportato dai candidi cigni
e non ti condurrà alla battaglia il nitrito del cavallo gagliardo.
Non sia affar tuo soffiare le lodi delle battaglie navali sul rauco corno,
né tingere del sangue di Marte il bosco Aonio,
o (cantare) in quali pianure si ingaggino le battaglie sotto le insegne di Mario
e Roma infranga la possanza teutonica;
o come il barbaro Reno, irrorato del sangue svevo,
trascini i corpi feriti sull acque dolenti.
Perché tu canterai gli amanti inghirlandati presso una soglia estranea
e le ebbre tracce della loro fuga notturna,
affinché, grazie al tuo aiuto, possa trarre a sé con incantesimi le donne imprigionate
chi vorrà gabbare con l’astuzia i severi mariti.”
Così parlò Calliope, e attinte le linfe alla fonte
mi asperse le labbra con l’acqua filitea.