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Doctusque Anchisesque Venus quem pulcra dearum 15-16 (18-19)
fari donauit, diuinum pectus habere
Probus, Verg. buc. 6.31 cur ibi (Aen. 6.724) Anchisen facit disputantem quod hic Silenum deum, nisi quod poeta Ennius Anchisen augurium (Sk.: -ii codd.) ac per hoc diuini quiddam habuisse praesumit sic doctusque Anchisesque Venus quem pulchra dearum fari donauit, diuinum pectus habere.
Schol. Veron. Verg. Aen. 2.687 peritum multarum disciplinarum Anchisen fuisse <et diuini quiddam habuisse probare po>ssunt nae<uis et Ennius in An.>, qui ita de eo ait doctus Anchisa Venus quem pulcherrima diu<um> fata docet diuinum ut pectus haberet.
Cf. Schol. cod. Par. lat. 7930 ad Aen. 7.123 uel diuinitatem Anchisae assignat, qui ubique diuinus dicitur. Naeuius enim dicit Venerem libros futura continentes Anchiosae dedisse.
Timpanaro:
<at (?)> doctús Anchisa, Venus quem pulcra dearum
fari donauit, diuinum pectus habere.
Le due lezioni che di questo fr. ci hanno tramandato lo pseudo-Probo da un lato, gli scolii veronesi dallaltro sono molto diverse; ma preclude la via ad ogni ragionevole restauro del testo originale chi ritiene, col Vahlen, che esse non miscendae inter se, (
) sed segregandae sunt [questa è anche la posizione di Skutsch].
In realtà bisogna compiere una normale operazione direcensio, e scegliere di volta in volta il buono dovè.
Da Venus fino alla fine del fr., Probo ha conservato la lezione giusta: lo scoliasta veronese ha banalizzato pulcra dearum (tipica espressione enniana) in pulc(h)errima diuum (diu è mero errore di copista), e, non intendendo il sintagma fari donauit (con il doppio acc. retto da donauit), ha rimaneggiato tutto il verso, senza neanche dargli compiutezza metrica.
Ma allinizio del fr. è Probo (o un suo copista) che, avendo sostituito alla forma arcaica Anchisa il più comune e tardo Anchises, e non avendo inteso lallungamento in arsi doctús, ha goffamente rabberciato la metrica inserendo due impossibili -que.
E solo un falso pregiudizio che nel latino arcaico i nomi propri maschili della I declinazione debbano sempre terminare in -a lungo e non in -a breve.
Skutsch:
La corruzione allinizio, che sembrerebbe richiedere unalterazione violenta, come (Apollo) me docet Anchisesque o Dodone [nom. sg. = Dodòna, città dellEpiro con bosco di querce sacro a Zeus] Anchisesque, rende impossbile assegnare il fr. a un contesto preciso.
Gli scoliasti virgiliani entrambi fanno riferimento a un passo in Nevio e a questi versi di Ennio al fine di dimostrare che Anchise aveva il dono della divinazione, e sembrano così derivare da una fonte comune, a meno che addirittura lo scol. Veronese non derivi direttamente da Ps. Probo.
Le varianti nel fr. di Ennio non possono quindi (come è stato sostenuto) derivare da differenti edizioni di Ennio; né alcuna edizione antica avrebbe potuto contenere la sciocca frase consecutiva degli Schol. Ver., o comunque la sequenza docet ut haberet.
Lo scol. Ver. ha senza freni trivializzato la versione di Ps. Probo rimuovendo:
(i) il grecismo pulcra dearum
(ii) linusuale costruzione di donauit col doppio accusativo
(iii) lasindeto fari
habere.
Vahlen giustamente rifiutava di accettare per le prime tre parole la testimonianza di questo Scol. Ver. tre volte spergiuro, di fronte allimpeccabile, per quanto inintellegibile, Ps.Probo.
Altri invece lo hanno accettato e hanno aggiunto un errato allungamento di doctús allerrato abbreviamento di Anchisa (Timpanaro). Sembra certo, nonostante Timpanaro, che la forma usata da Ennio fosse Anchises e non Anchisa: cf. 29 Anchisen.
Anchisa nello Scol. Ver. può essere venuto dal passo di Nevio (fr. 3 M. templo Anchisa), che lautore aveva davanti a sé anche se decide di non citarlo.
Quintil. 1.5.61 ne miremur quod ab antiquorum plerisque Aenea ut Anchisa sit dictus: appunto plerisque e non ab antiquis omnibus.
Prisc. attesta comunque Anchises per Accio.
Sembra probabile che sia stato Ennio che, invece della forma in -a (ripresa dal greco occidentale -as con eliminazione del sigma finale) introdusse le forme in -as e -es come usate in Omero e nella Tragedia, stabilendo così quello che doveva diventare il comune uso latino.
Se Anchisa, la a finale dovrebbe essere lunga.
Si noti anche linelegante rima non-attributiva alle cesure trit- e efetmimere che si avrebbe in questo caso (doctus-Venus).