il manifesto
21 Ottobre 2003
pagina 13
La mente
esige un pool di esploratori
L'indagine su quel che la mente è non può essere distinta
dalla domanda su come essa funzioni. Il problema emerge con evidenza da quanto
sostiene Massimo Marraffa in Filosofia della
psicologia uscito da Laterza. A prescindere dalle
risposte, quel che è certo è che la filosofia non può pretendere di tenersi al
riparo da contaminazioni esterne, evitando dunque di utilizzare i saperi delle
scienze empiriche
FRANCESCO
FERRETTI
Ci sono
filosofi che vanno fieri dell'autonomia del loro campo d'indagine. Quel che si
verifica nella filosofia della mente è emblematico: chi se ne occupa ripete
spesso che il tipo di questioni poste dal filosofo (che si interroga
essenzialmente su «cosa sia» la mente) non è analizzabile nei termini delle
indagini condotte da chi fa scienza empirica (lo psicologo si chiede piuttosto
«come funziona» la mente). Anche gli psicologi, beninteso, difendono con forza
l'indipendenza del proprio ambito tematico: a proprio favore, chiamano in causa
l'avvento della scienza come una «emancipazione» dalla filosofia. Ora, che il
costituirsi di alcune discipline scientifiche sia storicamente riferibile a una
tale emancipazione è cosa nota e non discutibile. Il punto è stabilire se anche
la nascita della psicologia possa essere interpretata in questi termini: a
dispetto della credenza comune, Massimo Marraffa
sostiene nel suo Filosofia della psicologia (uscito da poco presso Laterza)
che la tesi dell'emancipazione di sicuro non vale per la psicologia cognitiva:
la questione non è di poco conto. Storicamente, in effetti, la psicologia
cognitiva sembra caratterizzata da una forte continuità con la tradizione
filosofica. Uno dei suoi nodi teorici fondamentali, la teoria rappresentazionale della mente - ossia l'idea secondo cui
il rapporto tra individui e mondo è mediato da entità mentali caratterizzate da
ruolo causale e contenuto semantico - testimonia una linea di continuità
diretta con l'empirismo classico. Chomsky, uno dei
padri della scienza cognitiva, ha insistito su questo punto utilizzando
l'argomento della «povertà dello stimolo»: quando, come nel caso
dell'acquisizione del linguaggio, l'output contiene un sovrappiù di
informazione rispetto all'input, l'unica spiegazione plausibile è che tale
sovrappiù dipenda dalle caratteristiche intrinseche del parlante/ascoltatore
(da ciò che ha nella testa). La scienza cognitiva contemporanea ha mostrato
come la povertà dello stimolo sia un argomento che può essere utilizzato per la
cognizione in genere, non solo per il linguaggio: Marraffa
presenta con chiarezza gli argomenti e le prove empiriche che militano in
favore dell'esistenza di specifiche competenze innate alla base della
cognizione umana - la fisica ingenua, la biologia ingenua e la psicologia
ingenua. Con buona pace dei neocomportamentisti e dei
neoambientalisti l'essere umano non è una tabula rasa. Gli umani sono animali che interpretano il mondo
attribuendogli un senso. Nella scienza cognitiva, animata da istanze
naturalistiche, interrogarsi circa la natura del senso equivale a porsi la
domanda: come è possibile che un sistema fisico quale noi siamo (uomini e donne
in carne e ossa) sia capace di attribuire significato agli accadimenti del
mondo? Ora, per rispondere a tale domanda non basta affermare che gli esseri
umani sono sistemi intenzionali. Ciò che è richiesto, in più, è spiegare come
sia possibile di
fatto che
un sistema fisico sia capace di produrre stati mentali dotati di contenuto -
per questo la domanda circa cosa sia la mente non può essere distinta dalla
domanda relativa a come essa funzioni. L'uso dell'intelligenza artificiale in
filosofia nasce dall'esigenza di rispondere a problemi di questo tipo. Che
l'intelligenza artificiale rappresenti effettivamente una soluzione al problema
è questione aperta e controversa, ma il punto non è questo. Il punto è
piuttosto che, a prescindere da quali siano le risposte al quesito, un fatto
appare indubitabile: in casi di questo tipo la filosofia non può fare a meno
del sostegno della ricerca empirica.
La questione dell'autonomia dell'ambito di indagine non
riguarda soltanto il rapporto tra filosofia e psicologia. Fodor,
ad esempio, sostiene che la psicologia coglie regolarità nomologiche
(ovvero, descrivibili secondo leggi) a un livello diverso e irriducibile a
quello della neuroscienza - motivo per cui la neuroscienza non può essere di alcuna utilità per lo studio
della mente. Ci sono buoni motivi, tuttavia, per considerare superata questa
posizione teorica. L'antibiologicismo di Fodor, infatti, come rileva giustamente Marraffa,
dipende in primo luogo dal riferimento alle ricerche sul sistema nervoso
tipiche degli anni Settanta - centrate su livelli di organizzazione molto bassi
(i singoli neuroni). Poiché la neuroscienza attuale è
in grado di lavorare su livelli di elaborazione più elevati (quelli che
coinvolgono vaste popolazioni neurali), il suo convergere verso un livello di
analisi congruente con quello della psicologia computazionale
appare una strada praticabile. In favore di questa ipotesi, inoltre, la ricerca
empirica ha oggi a disposizione un modello computazionale
- le reti neurali artificiali - che «si caratterizza per il tentativo di
vincolare sistematicamente la psicologia computazionale
con i dati relativi all'organizzazione funzionale del sistema nervoso».
Vincolando in questo modo la ricerca psicologica, le reti
neurali falsificano la tesi dell'autonomia della psicologia dalla neuroscienza e aprono la strada a due diverse ipotesi
interpretative. Da una parte c'è chi utilizza le reti neurali per promuovere
forme di riduzionismo e di eliminativismo: Patricia e
Paul Churchland, ad
esempio, ritengono che la psicologia computazionale
debba essere abbandonata in favore di un modello connessionista
in grado di coevolvere con la neuroscienza
e, in un futuro ideale, capace di essere ad essa interamente riducibile.
D'altra parte - ed è su questo punto che emerge con forza la tesi propositiva
di Marraffa - c'è chi sostiene che è proprio il
carattere unidirezionale della relazioni tra psicologia e neuroscienza
(a netto vantaggio della seconda) a dover essere messo in discussione.
La relazione tra le due discipline è di fatto bidirezionale: la neuroscienza
vincola la psicologia, ma le considerazioni funzionali a carattere psicologico
esercitano una forte influenza sulla definizione dei tipi neurologici. Contro
il riduzionismo, Marraffa propone una forma di
«pluralismo esplicativo» - la tesi secondo cui la realizzazione simultanea
delle ricerche a vari livelli di analisi promuove il progresso di ognuno di
questi livelli - che considera nei termini di un equilibrio
riflessivo il rapporto tra neuroscienza e
psicologia. Tale proposta è tanto più convincente in quanto apre la strada a
un'indagine sulla mente che vede coinvolte sullo stesso piano neuroscienza, psicologia e filosofia. Per studiare le
questioni relative alla mente non è possibile pretendere di tenersi al riparo
dalle contaminazioni esterne, ovvero evitare
di utilizzare i saperi messi in campo dalle scienze empiriche. La bonaccia è
finita: è probabile che i filosofi che sinora hanno navigato nelle acque
tranquille della loro autonomia d'indagine debbano cercarsi un riparo più
sicuro.