Jaegwon Kim
Mind in a Physical World.
An Essay on the Mind-Body Problem and Mental Causation
The MIT Press,
Kim si propone in questo
saggio di sostenere le ragioni del riduzionismo (in realtà: di una particolare
versione del riduzionismo), analizzando in che modo – nelle teorie della mente
– viene introdotta e fatta valere la nozione di causa. La sua polemica è rivolta contro
il mentalismo (anche nella versione debole del “monismo anomalo” di Davidson) e
contro il ruolo che i mentalisti attribuiscono agli
eventi mentali, quando ipotizzano che questi ultimi esercitino una influenza (di tipo causale,
appunto) nei confronti degli eventi fisici.
In
particolare, Kim sviluppa la sua confutazione mediante l’argomento della “esclusione
causale”: data per buona la fisica che conosciamo (restringendola, fino a
comprendere soltanto alcuni principi generalissimi di simmetria) e posto che
ogni evento fisico che abbia una causa deve avere necessariamente una causa di
tipo fisico, come è possibile che l’evento in
questione abbia anche una causa mentale?
Più che sottolineare la sovrabbondanza (la duplicazione) di cause
che il mentalismo introduce, Kim insiste sulla “chiusura causale” che il dominio fisico reclama e – più in generale
– sulle aporie nelle quali il mentalismo si trova invischiato quando affronta
il problema del rapporto tra l’ambito fisico e quello mentale. Il problema è
insomma: la mente si trova ad operare in un mondo fisico, nel quale vige una
causazione di tipo fisico (cause fisiche sono necessarie e sufficienti per spiegare effetti
fisici); quale ruolo resta dunque alla causazione mentale?
L’esito
proposto da Kim è una forma sofisticata di
riduzionismo, che insiste sulle modalità
di realizzazione concreta dei sistemi che esibiscono caratteristiche
mentali (e, dunque, prende le distanze dal riduzionismo più tradizionale, che
tentava una derivazione logica di
tali caratteristiche, a partire da proprietà di tipo fisico).
Capitolo 1 - The Mind-Body Problem: Where We Now Are
Il dibattito sul problema
mente-corpo, nella forma che oggi conosciamo, può
essere fatto risalire a due lavori ormai classici, pubblicati alla fine degli
anni 50: The “Mental” and the “Physical”
di H. Feigl e Sensations and Brain
Processes di J.J.C. Smart. In questi due testi
veniva proposto un approccio rigidamente fisicalista
al problema della natura della mente; un approccio che (tra le tante
denominazioni in seguito attribuitegli) potremo chiamare in sintesi “teoria
dell’identità mente-corpo”.
La ripresa della riflessione sulla natura della mente era
stata anticipata in verità dal classico lavoro di G. Ryle (The Concept of Mind), o dalle riflessioni di L. Wittgenstein sul
“linguaggio privato”; ma queste anticipazioni riguardavano soprattutto aspetti
logici del mentale, piuttosto che il problema filosofico della relazione tra
l’ambito mentale e quello fisico (Ryle e Wittgenstein, per differenti motivi,
avrebbero del resto giudicato come un non-senso filosofico il
problema metafisico del rapporto mente-corpo).
Per chi si affacciava agli studi filosofici in quegli
anni, le tesi di Fiegl e Smart apparivano d’avanguardia ed in perfetta sintonia
con l’ottimismo scientifico allora dominante. Tuttavia, la
tesi dell’identità entrò in crisi molto presto, per le ragioni che saranno
ricordate tra poco; ma essa lasciò un segno importante, se è vero che – dopo la
sua crisi esplosa alla fine degli anni ’60 – quasi nessuno dei partecipanti al
dibattito si allontanò da qualche forma di fisicalismo, per sposare posizioni
dualistiche. Ancora oggi, il problema mente-corpo (il nostro problema
mente-corpo) è quello di trovare un posto
per la mente, in un mondo che è fondamentalmente fisico.
Com’è noto, ciò che contribuì alla crisi della teoria
dell’identità fu anche l’affermarsi del
“funzionalismo” (H. Putnam) e del “monismo anomalo” (D. Davidson), cioè di due posizioni che – pur senza scadere nel dualismo –
sembravano rendere inessenziale e comunque assai problematico il riferimento al
mondo fisico.
A partire dall’argomento della “realizzazione
multipla” (un certo stato mentale può essere fisicamente realizzato in molti
modi), il funzionalismo arriva alla conclusione che le proprietà cognitive sono funzioni analizzabili in quanto tali,
indipendentemente dal loro substrato fisico o biologico. In questo quadro,
si pretende che ogni tipo funzionale (ogni stato e
funzione mentale) sia riferito ad un livello d’astrazione più alto, rispetto a
quello dei tipi fisico-chimico-biologici.
Secondo il monismo anomalo, gli stati mentali sono sì generati
da stati fisici (tutti gli eventi sono eventi fisici, soggetti a leggi fisiche), ma esibiscono caratteri d’anomalia e normatività
che li pongono su un piano diverso da quello fisico. L’anomalia degli eventi
mentali consisterebbe nel fatto che essi, pur essendo fisici (come s’è detto,
tutti gli eventi lo sono), sarebbero anche – in quanto mentali – privi di una
legalità propria (e soprattutto privi di una legalità che li colleghi – qua mentali – agli eventi fisici
propriamente detti). Gli eventi mentali sarebbero quindi dotati di una sorta di
doppia natura, che li escluderebbe da ogni tipo di legalità”forte”,
sebbene gli stati fisici che li implementano siano in ogni caso
sottoposti a leggi (quelle, appunto, della fisica). Soprattutto, per ciò che attiene
alla causazione, la natura anomala del
dominio mentale comporta, secondo il monismo anomalo, l’impossibilità di leggi
causali che colleghino i tipi mentali con i tipi
fisici.
L'affermazione
di Davidson, circa l'inesistenza di leggi che colleghino il fisico al mentale,
è una tesi negativa: ci dice che il mentale è generato dal fisico, ci dice che
esso non è legato al fisico secondo leggi, ma non ci dice di che natura sia
allora propriamente il legame (che anche Davidson suppone).
Il materialismo di Davidson si limita alla seguente ammissione: per ogni evento del quale si può dare una
descrizione mentale, si può anche dare una descrizione fisica; ovvero: ogni
evento che ha proprietà mentali ha anche proprietà fisiche. Insomma: non ci sono
eventi che abbiano solo proprietà (descrizioni)
mentali, sebbene ci possano essere (e presumibilmente ci sono) eventi con
proprietà unicamente fisiche.
Ma
una tale ammissione – che pure qualifica Davidson come "monista" – lascia
completamente aperto il problema del tipo di connessione che dovrebbe
sussistere allora tra il fisico e il mentale. Anzi, giacché Davidson esclude
che possa sussistere qualsiasi legame di tipo nomologico (o, comunque,
di tipo forte) tra i tipi mentali e quelli fisici, la sua dottrina sembra dirci
in effetti che non esiste alcuna vera
connessione (al più, una mera concomitanza) tra la nostra natura mentale e
la nostra natura fisica. Criticando questa dottrina, Kim ritiene al contrario
che un'adeguata teoria del rapporto mente-corpo ci dovrebbe dire di più: non
dovrebbe limitarsi ad escludere qualcosa, a dirci cosa il rapporto mente-corpo non può essere, ma dovrebbe asserire
qualcosa in positivo, circa i modi in cui le proprietà
mentali sono collegate a quelle fisiche. Dovrebbe inoltre auspicabilmente
spiegarci perché quelle proprietà
sono correlate in tal modo tra loro.
Davidson ha
cercato in verità di andare oltre la mera negazione di leggi psico-fisiche, con
la sua dottrina della "sopravvenienza". In sintesi,
si può dire che la sopravvenienza esprima questo: non possono esserci due eventi simili in ogni aspetto fisico che
differiscano per qualche aspetto mentale; ovvero: un dato oggetto non può
essere modificato per qualche aspetto mentale, senza che sia modificato per
qualche aspetto fisico. La dottrina della sopravvenienza sembra allora
dirci qualcosa di positivo, nella misura in cui
stabilisce una asimmetria nella
dipendenza del mentale dal fisico. In questo, la dottrina sembra inquadrabile
nell'ambito delle posizioni fisicaliste. Ed infatti,
malgrado Davidson sia rimasto fermo sulla sua tesi dell'irriducibilità del
mentale (nel senso nomologico sopra ricordato), la dottrina della
sopravvenienza è stata dai più interpretata come un promettente assunto metafisico,
di tipo fisicalista, nel problema mente-corpo.
La tesi della
sopravvenienza è sembrata d'altra parte utile ed interessante anche a molti
funzionalisti, nella misura in cui essa sembrava poter colmare in qualche modo
il vuoto di riferimento ontologico che è tipico della loro posizione. Malgrado i funzionalisti parlino spesso di
"implementazione" o "realizzazione" fisica di una certa
funzione, questa terminologia è mutuata infatti (nel loro lessico)
dall'analogia col computer, mentre
resta fermo l'assunto fondamentale della realizzabilità
multipla, che implica una sostanziale indifferenza alle modalità concrete
con le quali una certa funzione mentale può essere espressa da certi sistemi
fisici o biologici. La dottrina della sopravvenienza è stata dunque accolta da
molti funzionalisti come una sorta di assunto o
scenario di fondo, di tipo metafisico, in grado di garantire una certa priorità
del mondo fisico sul mentale (pur senza implicare il riduzionismo) ed in grado
dunque di assicurare qualche difesa rispetto ad eventuali sospetti di dualismo
(accusa da taluno rivolta ai funzionalisti, proprio a causa della loro
proclamata indifferenza per le forme concrete di implementazione delle funzioni
cognitive).
Grazie anche a
questo consenso, a partire dalla fine degli anni ’70 il “fisicalismo non
riduzionista” è diventato forse l’atteggiamento più diffuso, non solo
nell’ambito delle scienze cognitive, ma anche in tutti quegli ambiti
disciplinari nei quali si presentava il problema delle relazioni tra proprietà di alto livello e proprietà di basso livello. Diventò quasi
senso comune, tra gli addetti ai lavori, porre le cose in questo modo: le
proprietà caratteristiche di scienze particolari (nei cui termini sono
formulate le leggi e le spiegazioni tipiche di quelle scienze) sono sopravvenienti rispetto alle proprietà
di cui tratta la fisica e non sono riducibili ad essa;
in questo senso, quelle scienze particolari sono autonome dalla fisica. Grazie
a questo diffuso consenso anti-riduzionista, cominciò a riaffermarsi una
posizione filosofica già in voga negli anni ’20 e ’30 di questo secolo: l’emergentismo.
Consideriamo meglio la tesi
della cosiddetta sopravvenienza “forte”:
le proprietà mentali
sopravvengono a quelle fisiche, nel senso che, necessariamente, per ogni
proprietà mentale M, se un soggetto ha M al tempo t, esiste allora
una proprietà fisica P che quello
stesso soggetto deve avere in quell’istante e, necessariamente, ognuno che
abbia P in un certo istante deve
avere M in quello stesso istante.
Mediante qualche ulteriore assunzione circa la composizione delle proprietà, si può dimostrare che la precedente formulazione è equivalente a questa:
le proprietà mentali
sopravvengono a quelle fisiche nel senso che, necessariamente, due oggetti che
siano indistinguibili in tutte le loro proprietà fisiche (nello stesso mondo o
in altri mondi possibili) sono indistinguibili anche sotto il profilo mentale.
Detto in altri termini: “esatti duplicati
fisici sono anche esatti duplicati mentali”; oppure, come qualcuno
preferisce: “nessuna differenza mentale è
possibile senza differenze fisiche”.
In questo conteso,
l’occorrenza di una proprietà mentale M
è garantita, di necessità,
dall’occorrenza della sua corrispondente fisica P; se poi tale “necessità” sia di tipo logico, nomologico oppure
ontologico è cosa ancora
in discussione.
In ogni caso,
è opportuno sottolineare che le formulazioni appena
espresse non stabiliscono alcun tipo di determinazione
delle M da parte delle P, ma si limitano ad asserire che ogni
occorrenza di qualche M comporta di
necessità l’occorrenza di qualche P.
Come s’è ricordato, Davidson ammette invece qualche tipo di determinazione
delle M da parte delle P, fissando così una asimmetria tra il determinante (il
fisico) ed il determinato (il mentale). Si può quindi sottintendere che le
formulazioni sopra enunciate debbano essere integrate mediante qualche condizione ulteriore, che specifichi questa asimmetria; ma
non è questo il punto essenziale.
Il fatto da
rimarcare è invece il seguente: proprio perché la sopravvenienza mette in luce
una mera relazione di co-occorrenza e di covarianza tra le M e le P (corretta al più
da qualche condizione di blanda asimmetria) essa
non ci fornisce alcuna teoria effettiva della relazione tra il corpo e la mente.
Del resto, la cosa è abbastanza ovvia, se si riflette sul
fatto che le formulazioni sopra enunciate sono compatibili con un amplissimo
ventaglio di posizioni filosofiche, dualismo compreso. D’altra parte, è
anche evidente che quelle formulazioni lasciano completamente senza risposta
l’interrogativo circa le ragioni per le quali le proprietà mentali sarebbero
correlate a quelle fisiche.
Si deve quindi
concludere che quella della sopravvenienza non è una
teoria in grado di fornire spiegazioni: essa si limita ad asserire una
relazione di covarianza e (al più) di dipendenza, senza fornire alcun lume
sulla natura, sulle ragioni di questa relazione; in questo senso, essa può
essere al massimo giudicata come un tentativo di inquadramento fenomenologico
dei problemi ai quali viene applicata, che non scava in profondità. E’ bene
allora che i monisti (anche quelli che non amano il riduzionismo) guardino altrove, se sono ancora interessati a dare qualche
fondamento ontologico alle loro affermazioni.
Ciò non
significa che l’idea della sopravvenienza sia vuota e
che non abbia alcun ruolo nell’ambito della filosofia della mente. Essa ha di
certo un lato positivo, perché fornisce il massimo
denominatore comune di tutte quelle posizioni che respingono il dualismo
estremo ed il completo sganciamento del mentale dal fisico. In
questo senso, è un termine di confronto, che definisce se non altro le condizioni minime, entro le quali uno può
cominciare a definirsi “fisicalista”.
Un modello abbastanza
diffuso – che ha sostituito la vecchia dicotomia cartesiana tra il dominio
della coscienza e quello dell’estensione spaziale – è quello che descrive il
mondo secondo una stratificazioni di livelli, ordini o
strati, organizzati gerarchicamente. Come livello inferiore viene in genere
assunto quello delle particelle “elementari” (o, comunque,
quello sul quale la nostra fisica migliore riesce a collocare gli elementi di
base della materia); seguono poi gli atomi, le molecole, le cellule, gli
organismi viventi e così via. La relazione d’ordine che dà luogo a questa
struttura gerarchica è quella merologica (relazione tra il tutto e le sue parti): entità di un certo livello (escluse
quelle del livello più basso, di base)
sono completamente scomponibili, senza residui, in entità del livello
immediatamente inferiore. Entro questo schema, si ammette che esistano
proprietà, attività e funzioni che fanno la loro comparsa (emergono) soltanto a
certi livelli e che sono caratteristiche di quei livelli soltanto. Talvolta, la
stratificazione che il modello individua non è riferita ad entità o proprietà
oggettive del mondo, bensì ai concetti, alle descrizioni, alle analisi e alle
spiegazioni che vengono messe in campo quando si danno
rappresentazioni.
Ora, di fronte a questo modello, la domanda cruciale è
per Kim: che tipo di relazione lega le proprietà di un certo livello a quelle
del livello inferiore? Ciò che viene
richiesto – sia chiaro – non è una risposta valida per qualsiasi proprietà e
per qualsiasi livello: ad esempio, Kim è disposto ad ammettere che alcune
proprietà (poniamo: i qualia)
risultino non riducibili, mentre altre (poniamo: gli atteggiamenti
proposizionali) lo siano. Quello che si pretenderebbe per ognuno dei casi presi
in esame è comunque il fatto che vengano forniti
argomenti fondati per l’irriducibilità, oppure criteri per la riduzione.
Approfondiamo dunque l’analisi del modello, per
verificare se la dottrina della sopravvenienza può dirci qualcosa sulle
relazioni tra gli strati.
La tesi della sopravvenienza potrebbe ad esempio essere
esposta così:
per ogni x e y, appartenenti ad un
livello L, se x e y
sono indistinguibili rispetto alle
proprietà caratteristiche di tutti i livelli inferiori ad L, allora x e y sono anche
indistinguibili rispetto alle proprietà caratteristiche del livello L.
Questa formulazione
suggerisce di introdurre anche la nozione di micro-indiscernibilità (indiscernibilità rispetto alle proprietà
caratteristiche di tutti i livelli inferiori) ed ipotizzare che sia possibile
attribuire un isomorfismo strutturale
ad entità che risultino indiscernibili ad un certo
livello (ossia pensarle scomponibili in parti a loro volta strutturalmente
isomorfe).
Ancora una volta, però, bisogna resistere alla tentazione
di leggere in questi risultati più di quanto essi
davvero ci dicono. Infatti, ancora una volta, la sopravvenienza non ci dice nulla di come le proprietà di un certo
livello siano eventualmente determinate da quelle di livello inferiore;
essa ci parla di indistinguibilità tra gli stati
mentali di due individui, quando gli stati fisici caratteristici dei livelli
sottostanti siano indistinguibili; ma non ci dice nulla di come quegli stati
mentali siano eventualmente legati a quelli fisici.
Il
“realizzazionismo fisico” è la tesi secondo la quale nessuna proprietà mentale
può essere realizzata senza un supporto fisico. Potrebbe essere anche denotata
come “funzionalismo fisicalista”, giacché il funzionalismo è appunto quella
posizione che interpreta le proprietà mentali come proprietà funzionali, le
quali svolgerebbero il ruolo di intermediari causali tra le sensazioni ed i
comportamenti. Nella sua variante fisicalista, il funzionalismo riconosce che
solo le proprietà fisiche sono in grado di svolgere questo ruolo causale e che
quindi le proprietà mentali devono avere una qualche realizzazione
fisica. Le proprietà mentali sarebbero dunque proprietà del secondo ordine, per avere le quali è necessario che sussistano
certe proprietà fisiche (del primo ordine).
Nello schema esplicativo: percezione ® stato mentale
® comportamento, queste proprietà fisiche (che “realizzano” quelle mentali) dovranno
soddisfare certe condizioni, onde garantire la corretta efficacia causale tra
le sensazioni, gli stati mentali e (come effetto) i comportamenti. Più
esattamente:
F è una
proprietà del secondo ordine rispetto ad un insieme base B
di proprietà del primo ordine se e solo se F è la proprietà di avere qualche proprietà P (appartenente a B) la quale soddisfi ad una
certa condizione D (applicabile ai
membri di B).
Le proprietà dell’insieme B prendono il nome di “realizzatori” delle proprietà del secondo ordine. Allora, avere uno stato mentale come un dolore può essere descritto sia come avere una certa proprietà mentale, sia come avere la proprietà di stare in un certo stato fisico, ovvero come la proprietà di aver certe proprietà fisiche che soddisfano certe condizioni (in modo da produrre quel particolare stato fisico, corrispondente a quello stato mentale).
In questo contesto, è possibile
allora definire le proprietà funzionali
come quelle proprietà del secondo ordine per le quali le condizioni D (che devono essere soddisfatte dalle
proprietà del primo ordine) specificano relazioni
di tipo nomico/causale. In termini più semplici: se le proprietà del primo
ordine (ad es.: quelle legate ai livelli di
attivazione di certi neuroni) soddisfano relazioni causali (come accade nel
nostro esempio, perché quell’attivazione è legata a reazioni elettro-chimiche),
allora le proprietà del secondo ordine (gli atteggiamenti intenzionali
risultanti) sono in grado di esercitare l’intermediazione tra le sensazioni e i
comportamenti e possono dunque essere definite a pieno titolo “proprietà funzionali”.
In sintesi, le proprietà del secondo
ordine sono “funzionali” se e solo se le sottostanti proprietà del primo ordine
esibiscono efficacia causale.
Posto che le proprietà mentali siano realmente proprietà
funzionali, esse non sarebbero comunque legate a
specifici e particolari realizzatori. Che una certa proprietà di base realizzi
una data proprietà funzionale è questione contingente
ed empirica: ogni dispositivo che – in corrispondenza di certi input – attivi opportuni output potrebbe in via di principio
realizzare una data proprietà psicologica. Questa indifferenza alle forme
concrete di realizzazione è del resto ciò che rende la
scienza cognitiva una disciplina autonoma, sganciandola dalla neurologia e
dalla biologia.
Per altri versi, è infine opportuno notare che la
qualifica di “realizzatore” non stabilisce alcun nesso di necessità logica tra
le proprietà del secondo ordine e quelle del primo. Infatti,
una proprietà del primo ordine è un realizzatore solo a patto che instauri
opportune relazioni causali con altre proprietà dello stesso ordine; orbene,
questa è una condizione di tipo nomologico, che riguarda la sussistenza di
certe leggi di natura, le quali potrebbero essere valide solo entro una certa
frazione di tutti i mondi possibili. Dunque, la stessa
qualifica di “realizzatore” non può essere garantita da criteri meramente
logici, ma deve soddisfare anch’essa condizioni d’ordine nomologico.
Physical Realizationism Explains Mind-Body Supervenience
Una proprietà mentale,
realizzata da certe proprietà fisiche, occorre di necessità
quando occorrono i suoi realizzatori. Dunque,
si può anche dire che una proprietà mentale sopravviene
ai suoi realizzatori, giacché la sopravvenienza consiste proprio – lo
ricordiamo – in questa co-occorrenza tra proprietà. La co-occorrenza tra
mentale e realizzatori è di tipo nomologico e non si configura quindi come un
nesso necessario (per condizioni logiche o metafisiche).
Il fatto che in questo caso il rango della sopravvenienza
sia "soltanto" di tipo nomologico non è però
un disvalore. Stavamo proprio cercando una spiegazione
della sopravvenienza ed una connessione nomologica stabilisce, appunto, una
spiegazione: M sopravviene a P perché P lo realizza (cioè P soddisfa le condizioni di tipo causale che garantiscono il
carattere funzionale della proprietà M).
Avere M consiste nell'avere P ; avere M è avere P. Sono le leggi che prevalgono nel nostro mondo a determinare che
certe proprietà fisiche siano i realizzatori di una data proprietà mentale.
Questa è appunto una spiegazione,
perché la nozione di "realizzazione" (in
accordo con certe leggi vigenti nel mondo) non esprime una mera correlazione,
ma riconduce quella correlazione sotto leggi note, di copertura.
Ridurre una
proprietà o un fenomeno consiste per Kim proprio in questo: ricostruirli funzionalmente in termini di relazioni causali con altre
proprietà e fenomeni. Ma questa impostazione è
sensibilmente diversa dal modello standard di riduzione inter-teorica, che E.
Nagel mise a punto alla fine degli anni '50 e che ha dominato per molti anni.
Secondo Nagel, la riduzione è fondamentalmente una
procedura formale, che consiste nel derivare le leggi di una certa teoria-bersaglio da quelle di una teoria-base, grazie anche a
"leggi-ponte" (che consentono di esprimere i predicati della prima
teoria nei termini dell'altra). Questo modello – quando sia
applicato al problema mente-corpo – richiederebbe però che per ogni proprietà
mentale si riesca ad identificare una ben precisa proprietà fisica,
co-estensiva rispetto a quella mentale. Stante la realizzabilità multipla delle
proprietà mentali, cade però la possibilità che queste
siano co-estensive rispetto a quelle proprie del dominio fisico; e, con ciò,
cade anche la possibilità di individuare leggi-ponte adeguate. Di più, Kim
afferma di ritenere il modello di Nagel scarsamente applicabile ai casi
concreti che emergono nelle scienze, perché la possibilità di formulare
leggi-ponte bicondizionali tra domini ontologicamente diversi sembra remota.
Nel modello proposto da Kim, la riduzione di una certa
proprietà dipende invece soltanto da un fatto: che questa proprietà sia
"funzionalizzabile", ovvero esprimibile come proprietà
del secondo ordine rispetto alle proprietà d'un dominio di base.
Capitolo 2 - The Many Problems of Mental Causation
Kim individua almeno tre
ordini di problemi per la "causazione mentale" (l'idea che la mente
possa esercitare influenze causali nel mondo fisico):
1. il problema del carattere
anomalo delle proprietà mentali;
2. il problema del carattere
estrinseco delle proprietà mentali;
3. il problema della
"esclusione causale".
Di questi, Kim privilegia e sviluppa soprattutto il terzo, perché – a suo
modo di vedere – questo è il problema comune nel quale incappano
inevitabilmente tutti quelli che – come lui – assumono un punto di vista
fisicalista (o che almeno giudicano un tale approccio plausibile e
interessante). Preliminarmente, occorre però domandarsi se e perché sia così
importante che la mente eserciti un potere causale (e – più in generale – perché
sia importante che le relazioni tra il mentale e il fisico siano descrivibili
in forma causale).
In primo luogo, il fatto che le spiegazioni intenzionali
funzionino dipende dalla possibilità che le nostre azioni siano
effettivamente causate da credenze, desideri e decisioni. In secondo
luogo, la stessa possibilità della conoscenza umana sembra richiedere che sussista un rapporto causale tra gli eventi fisici, la
percezione sensoriale e il costituirsi di certe credenze. Anche
il ragionamento e la memoria sembrano richiedere continue relazioni causali tra
vecchie e nuove credenze, tra esperienza percettiva, sua memorizzazione e suo
recupero (come credenza). Insomma, sembrerebbe che la possibilità stessa della
psicologia, come disciplina scientifica in grado di fornire spiegazioni
nomologiche dei comportamenti umani, dipenda dalla causazione mentale.
Prima di affrontare in dettaglio l'argomento che gli sta
più a cuore (quello della "esclusione causale"), Kim
si sofferma brevemente sulle due altre fonti di difficoltà per il mentalismo.
The Problem of Anomalous Mental Properties
Il problema emerge come
conseguenza delle tesi di Davidson, secondo il quale gli eventi mentali non
sono legati agli eventi fisici (o ad altri eventi
mentali) per il tramite di leggi causali. Ma, quando poi si pretende che la
mente abbia comunque un ruolo (causale) nel mondo
fisico, la faccenda assume un aspetto un po' misterioso, perché non si capisce
come questo ruolo (causale) sia esercitato senza il tramite di leggi causali.
Davidson ammette che una relazione causale implica leggi causali; ma, siccome è convinto che non esistano (in senso
stretto) leggi psicologiche, è portato a scaricare ogni connessione nomologica
sul mondo fisico, affermando che gli eventi mentali sono anche eventi fisici,
regolati da leggi fisiche. In ciò sta il suo monismo: gli eventi mentali sono causalmente efficaci solo
perché essi sono anche eventi fisici, casualmente efficaci. Ma, con ciò,
sembra che le proprietà mentali siano ridotte allo stato di epifenomeni:
un evento m causa un evento e se e solo se m ed e ricadono nel
dominio di certi tipi fisici M ed E, legati da leggi causali. Insomma: il
ruolo causale dell'evento m è svolto
unicamente dalle sue proprietà fisiche; in nessun modo le sue proprietà mentali
sono causalmente determinanti.
The Problem of Extrinsic Mental Properties
Il problema emerge come
conseguenza del "sintatticalismo", ossia della tesi secondo la quale
solo le proprietà sintattiche degli stati mentali (non quelle semantiche, legate
al contenuto della rappresentazione) possono avere un ruolo causale,
determinando i comportamenti. La difficoltà nasce dal fatto che le proprietà
semantiche sono quelle che caratterizzano in modo specifico certi importanti
stati mentali (quali le credenze e i desideri) che – proprio per il loro
contenuto – vengono assunti dalla psicologia come
elemento esplicativo dei comportamenti.
Bisogna ricordare che il "sintatticalismo" è un
punto di vista del tutto naturale nell'ambito delle discipline che si occupano di elaborazione dell'informazione. In un computer, i processi causali che
realizzano i calcoli non sono altro che manipolazioni di simboli vuoti (bit), manipolazioni
del tutto indifferenti al significato dei simboli stessi.
Tuttavia, il
problema posto va anche al di là del computazionalismo
e riguarda il fatto che il contenuto semantico di cui dispone un individuo in
un certo istante non dipende soltanto dallo stato "interno" attuale
(dovuto, ad es., all'atto percettivo), ma anche dalla storia di quell'individuo
e dalle condizioni ambientali nelle quali si trova ad operare. Così, a parità
di stato interno attuale, l'interpretazione risultante può essere diversa per
individui che abbiano avuto storie e condizioni
diverse. Insomma: le proprietà semantiche non dipendono soltanto dallo stato
interno attuale, ma sono invece di tipo relazionale (o estrinseco).
Allora, in
conclusione, quando si avanza l'ipotesi che soltanto
gli stati interni siano rilevanti nel causare i comportamenti, si tende con ciò
ad attribuire tutta la responsabilità alle proprietà sintattiche o intrinseche,
lasciando senza alcun ruolo gli aspetti semantici; infatti – come s’è detto –
le proprietà mentali (in particolare quelle che hanno contenuto, come le
credenze e i desideri) sono relazionali, estrinseche, e – non potendo essere
fatte discendere dagli stati interni attuali – non potrebbero essere assunte
nelle spiegazioni che a tali stati interni si riferiscono.
The Problem of Causal
Exclusion
Il problema nasce dal seguente interrogativo. Si supponga che l’evento
mentale m, occorrente al tempo t, causi
l’evento fisico p; supponiamo che
questa relazione causale sussista in virtù del fatto che m è un evento del genere mentale M e p è un evento del
genere mentale P. E’ possibile che p abbia al tempo t anche una causa fisica, un evento di qualche genere fisico N ?
Riconoscere l’evento mentale m come causa di p al tempo t e negare che p abbia una causa fisica al tempo t sarebbe una chiara violazione della chiusura causale del dominio fisico ed una ricaduta in quel dualismo cartesiano che mescolava eventi fisici e non fisici in una singola catena causale. Però, supposto invece che p abbia una causa fisica p*, quale ruolo causale sarebbe lasciato al contributo di m? La causa fisica minaccia di escludere la causa mentale, rivendicando una sorta di diritto di prelazione: questo è il problema della “eslusione causale”.
Gli
anti-riduzionisti che vogliono essere fisicalisti ed insieme tenere per ferma
la realtà del mentale dovrebbero fornire qualche
resoconto di come le cause mentali e quelle fisiche di uno stesso evento siano
collegate tra loro. Ma, secondo Kim, è assai difficile
che si possa dare una risposta adeguata a questo problema, se si esclude a
priori il riduzionismo. L’argomento dell’esclusione causale mette proprio in
dubbio l’efficacia causale delle proprietà mentali: dato che ogni evento fisico che abbia una causa ha una causa fisica, come è possibile che esso abbia anche una causa mentale ?
Consideriamo il dilemma:
i. La sopravvenienza della mente
rispetto al corpo o tiene o fallisce
e ricordiamo che la tesi
della sopravvenienza presuppone in sostanza che per ogni proprietà mentale M (al tempo t ) si possa individuare una proprietà fisica P (al tempo t ) tale che
chiunque possieda quella proprietà P
(al tempo t ) possiede anche M. Consideriamo poi l’asserzione:
ii. Se la
sopravvenienza mente-corpo fallisce, allora non si vede in che modo possa essere compresa la causazione mentale.
Infatti, se la tesi della
sopravvenienza fallisse ed il mentale dovesse sganciarsi completamente dal
fisico, bisognerebbe pensare ad una interazione del
mentale (qua mentale) sul fisico,
come nell’interazionismo dualista di Cartesio. Ma questa interazione
del mentale (senza mediazioni) sul fisico diventa oggi veramente
incomprensibile, perché pochi sarebbero disposti a rinunciare all’idea della chiusura causale del dominio fisico (se prendiamo qualsiasi evento e
tracciamo la linea dei suoi antenati e dei suoi discendenti causali, non c’è
nulla che cada al di fuori del dominio fisico). Dunque, solo nel caso in cui si
ammetta che il mentale non costituisce un dominio
ontologicamente separato e si riconosca che i fenomeni mentali hanno una base
fisica, c’è qualche speranza di comprendere cosa sia la causazione mentale.
Tuttavia, la sopravvenienza non è esente da problemi.
iii.
Supponiamo che si dia
causazione mentale-mentale, cioè che una istanza della
proprietà mentale M sia causa del manifestarsi di
una istanza della proprietà mentale M*.
iv.
M* sia la proprietà mentale che
sopravviene alla proprietà fisica P*.
Emerge allora il dilemma:
v.
Un’istanza
di M* si è manifestata:
a) perché, per l’ipotesi iii.,
la proprietà M causa M*;
b) perché un’istanza di P* si è manifestata in questa occasione.
Un modo di risolvere il
dilemma è:
vi. M ha causato M* causando P*; per causare un’istanza di una proprietà sopravveniente occorre causare una istanza
della sua proprietà fisica di base.
Sembra dunque che la causazione mentale-mentale (ipotesi iii.) comporti (o presupponga) una causazione mentale-fisico (ipotesi vi.). Ma :
vii. Anche la
proprietà M sopravviene ad una
proprietà fisica P.
Se adesso confrontiamo M e P, per il fatto che sono entrambe cause di P*, c’è probabilmente qualche ragione per asserire che P abbia una sorta di diritto di prelazione. Infatti: P è sufficiente perché si dia M; se non si desse P, M non si darebbe. Tuttavia, il fatto che siamo portati a dare a P un peso maggiore non dice ancora molto sul ruolo causale di M. Il fatto è che ci troviamo con una sovrabbondanza di cause; né c’è la possibilità di pensare che M sia una causa intermedia, in una catena di cause. Infatti, la dottrina della sopravvenienza non descrive la relazione tra P e M (o tra P* e M*) come causale: il fatto che il mentale sopravvenga al fisico non comporta che il mentale sia causato dal fisico. Inoltre, una catena causale presupporrebbe che, alla fine, M causi P* (come in vi.); ma questo violerebbe la chiusura causale: non sarebbe P a causare direttamente P*, ma l’intermediario M*.
Un modo per venire fuori da questa situazione ingarbugliata è ipotizzare che:
viii. P ha causato P*; M
sopravviene a P e M* sopravviene a P*;
e quindi concludere che:
ix.
le relazione causali M-M* e M-P* sono solo apparenti; esse sono generate dal solo processo genuinamente
causale che porta da P a P*.
Con questo, il dilemma ii. può essere così riformulato:
x.
Se la sopravvenienza
mente-corpo fallisce, la causazione mentale è incomprensibile; se tiene, la
causazione mentale è ugualmente incomprensibile. Dunque,
la causazione mentale è incomprensibile.
Per Kim, questa conclusione sconfortante dipende dalla premessa anti-riduzionista e dal dualismo delle proprietà che tale premessa comporta. L’obiettivo è dunque quello di mostrare che – con una opportuna riduzione delle proprietà mentali – il dilemma si sgonfia.
Searle, Fodor, and The Supervenience Argument
Com’è noto, Searle crede che i fenomeni mentali, con tutti i loro caratteri soggettivi e qualitativi, siano fenomeni biologici naturali, dotati di poteri causali. In particolare, egli crede nel potere causale della coscienza. Inoltre, Searle ritiene che il rapporto tra le proprietà mentali e i loro sottostanti correlati biologici non debba essere espresso nei termini della sopravvenienza, ma nei termini di una relazione causale: le proprietà mentali sono causate da proprietà biologiche. Secondo Kim, ciò non consente a Searle di evitare il dilemma posto dall’argomento della sopravvenienza.
Supponiamo che un’istanza della proprietà mentale M causi un’istanza della proprietà mentale M*. Ma, per Searle, M* sarà causato anche da un’istanza della proprietà neurale P* ; possiamo chiedere dunque: da dove salta fuori questa istanza di M* ? Dall’istanza di M o da quella di P* ?
La risposta di Searle potrebbe essere: “Sovradeterminazione? No. Si tratta soltanto di due descrizioni diverse dello stesso sistema. Così il fatto di prendere un’aspirina è determinato sia dal mal di testa (in una certa descrizione) che dall’attivazione di un certo pattern di neuroni (in un’altra descrizione)”. Tuttavia, questa risposta sarebbe accettabile solo se Searle ammettesse che le due descrizioni : “il dolore spinge a prendere l’aspirina” e “la proprietà dell’attivazione neurale P causa la proprietà dell’attivazione neurale P*” sono due descrizioni dello stesso fenomeno. Kim sarebbe disposto a mettere le cose in questo modo, ma dubita che Searle sarebbe della stessa opinione, perché egli – essendo un realista degli stati mentali – terrebbe per fermo che “una certa attivazione di neuroni causa dolore” e respingerebbe che “il dolore è null’altro che una certa attivazione di neuroni”. Inoltre, non è affatto chiaro come sia possibile sostenere allo stesso tempo che la coscienza ed i qualia sono irriducibili e che però i fenomeni mentali possono essere descritti – ad un altro livello – come pattern di attivazione di neuroni.
Fodor, da parte sua, ha insistito sul fatto che accettare la tesi della sopravvenienza non implica ridurre ad epifenomeno le proprietà sopravvenienti, almeno fino a quando per queste ultime sia possibile formulare – come lui crede – leggi causali. Kim concede a Fodor che nelle teorie della mente (e nelle altre scienze “speciali”, i cui termini e le cui proprietà sopravvengono a quelli di altre scienze di base) si danno asserti che hanno forma di legge (del tipo: F-eventi sono regolarmente seguiti da G-eventi). Ma il problema è intanto quello di vedere se questi asserti costituiscano leggi di natura causale; e, allora, il problema resta quello di dare una soddisfacente risposta – anche in questo caso – all’argomento della sopravvenienza: qual è il rapporto tra queste leggi causali sopravvenienti e le rispettive leggi di base?
Provare dolore, secondo
l’approccio funzionalista, è una proprietà del secondo ordine, rispetto alla
proprietà (ad es.: neurologica) che istanzializza
questa funzione e che causa grida, sobbalzi, ritirate. Può dunque il dolore in
sé, in aggiunta alla sua realizzazione neurale, essere
considerato una causa di tali comportamenti? Se la risposta è negativa (come
Block ha fatto intendere di temere in un lavoro del
1990), il funzionalismo rischierebbe di rivelarsi una forma di epifenomenismo.
In primo luogo, Block teme che l’efficacia causale venga attribuita alle proprietà del secondo ordine dalla loro stessa definizione e risulti pertanto analitica, vuota di contenuto empirico. Ad esempio, se la “provocatività” viene definita come “la proprietà di avere la proprietà di provocare”, il fatto che un oggetto “provocativo” possa causare il risultato di provocare può apparire soltanto una vuota tautologia. In secondo luogo, anche Block sottolinea che attribuire potere causale alle proprietà del secondo ordine (accanto al potere causale già garantito da quelle del primo ordine) comporta una sovrabbondanza di cause.
Per Kim, questi timori di Block sono immotivati, purché
si riconosca che le cause di cui si sta parlando non sono indipendenti: se una proprietà del secondo ordine F è realizzata in una certa occasione da una
proprietà di primo ordine H, allora
il potere causale di questa istanza di F è identico al potere causale di H.
Capitolo 3 - Mental Causation: The Backlash and Free
Lunches
Il problema esposto nei
primi due capitoli è in sintesi questo: se le proprietà mentali sono
irriducibili a proprietà fisiche e rimangono esterne al dominio fisico, allora
– dato che il dominio fisico è causalmente chiuso – come è
possibile che le proprietà mentali abbiano poteri causali (o, almeno, qualche
rilevanza causale ) entro il dominio fisico?
Un problema del genere era già presente nella concezione
cartesiana, laddove si trattava di comprendere come potessero interagire due
diverse sostanze, l'una dotata di estensione spaziale
e l'altra essendone priva. Ma il problema si
ripresenta anche in tutte le forme di fisicalismo anti-riduzionista (quali il
monismo anomalo di Davidson), che sostengono un dualismo delle proprietà.
Una reazione abbastanza comune alle difficoltà sollevate
dalla causazione è quella di sdrammatizzare il problema, limitandone la
rilevanza e la significatività. C'è chi sottolinea che
il problema è comune a tutte le scienze speciali, le quali non si preoccupano
affatto (se non in casi particolari) di ricondurre la causalità propria del
macro-livello a quella vigente ai livelli inferiori. Altre strategie deflattive
consistono nel mostrare che il problema della causazione può essere facilmente
risolto, senza dover pagare alti prezzi filosofici in termini di opzioni metafisiche preliminari (cioè: senza dover essere
obbligati a scegliere tra riduzionismo, eliminativismo, epifenomenismo o
dualismo). Kim chiama questi tentativi di sdrammatizzazione le soluzioni del
"pasto gratis" e si propone di mostrare che – di fronte alla serietà
della questione posta – non sono possibili neanche "pasti a buon
mercato", perché (a suo modo di vedere) il tema della causazione tocca in
profondità aspetti metafisici fondamentali, circa la concezione che abbiamo di
noi stessi e del mondo in cui viviamo.
Unavoidability of Metaphysics: The Exclusion Problem
In molti
autori (ad es.: T. Burge e L.R.
Baker), la sottovalutazione dei problemi metafisici che il dualismo delle
proprietà comporta dipende da considerazioni di questo tipo: in psicologia (ma
anche nella vita ordinaria) è così importante il ruolo degli stati mentali
intenzionali (ai fini della spiegazione e della previsione dei comportamenti),
che non possiamo davvero pensare di farne a meno, spinti da preoccupazioni di
carattere metafisico. In altri termini: la nostra fiducia nella plausibilità
delle spiegazioni intenzionali eccede di gran lunga la
nostra paura di comprometterci con recondite assunzioni dualistiche.
Tuttavia – Kim ribatte – qui nessuno vuole mettere in
questione che – ad esempio – il nostro desiderio di muovere le gambe possa
spingerci a muovere le gambe; ciò che qui si sta
discutendo è il problema di rendere le nostre assunzioni metafisiche
consistenti con questo tipo e/o con altri tipi di spiegazioni causali. Né si
tratta di impegnarsi in assunzioni recondite: si tratta di scegliere tra alternative.
A dire il vero, nella letteratura degli anni ’50 e ’60,
si discuteva ancora se le spiegazioni delle azioni in termini di credenze o di
desideri fossero davvero spiegazioni causali:
il dibattito verteva allora sulla distinzione tra “ragioni” e “cause”. Poi
venne Davidson e, da allora, la nuova ortodossia dimenticò queste precauzioni
anti-causali, per ammettere che le spiegazioni intenzionali erano
senz’altro una forma di spiegazione causale. Assumiamo dunque anche noi, come
incontrovertibile, che l’antecedente di una spiegazione causale debba essere inteso come una causa del conseguente: dire che “l’evento c spiega causalmente l’evento e” significa dire che “c è causa
di e”.
Ora, tutta l’analisi svolta nei precedenti paragrafi ha fatto emergere il seguente problema: nel caso di un evento fisico (poniamo: il movimento dei piedi) possono essere invocati come causa sia eventi fisici (l’attivazione di una certa popolazione di neuroni) sia eventi mentali (credenze o desideri). Che relazione c’è tra questi due tipi di cause? Sembrano possibili soltanto le seguenti alternative:
a) entrambe le cause sono
sufficienti
e l’evento è quindi causalmente sopra-determinato;
b) ciascuna delle cause è necessaria ed
entrambe contribuiscono a realizzare
una causa sufficiente;
c) una delle due cause è parte dell’altra;
d) si tratta in realtà della stessa causa, presentata a livelli
diversi di descrizione;
e) una delle due cause
(presumibilmente quella mentale) è riducibile
all’altra;
f) una delle due cause
(presumibilmente quella mentale) è una causa
derivata, il cui apparente statuto “causale” dipende invero dall’altra.
E’ forse possibile escogitare altre alternative, ma è opinione di Kim che molte di loro – comprese le ipotesi a), b) e c) – non ci porterebbero molto lontano, perché l’eventuale presenza di due storie causali distinte (ciascuna delle quali pretenda di fornire un resoconto adeguato di quel dato evento) creerebbe comunque una situazione di instabilità, almeno fino a quando non si espliciti il rapporto tra i due tipi di spiegazione.
Qualcuno potrebbe sostenere che i due tipi di spiegazione rispondono a due tipi differenti di interrogativi: “qual’è l’evento mentale che ha determinato il tale comportamento?”, oppure: “qual’è l’evento fisiologico che ha causato il tale evento fisiologico?” Nessuno negherà tuttavia che tra queste due spiegazioni esiste una tensione, che ci autorizza a chiedere se ci sia e quale sia il rapporto tra le due cause così specificate. Il problema poi emerge dal fatto che – per ragioni che hanno a che fare con l’aspirazione e con il carattere stesso della scienza moderna – siamo portati a pensare che ogni effetto fisico abbia cause fisiche e che la chiusura causale del dominio fisico ponga oggettivi problemi alle spiegazioni mentalistiche dei comportamenti fisici.
Do Counterfactuals Help?
Qualcuno (T. Horgan) ha voluto sostenere le ragioni del compatibilismo, a partire dall’osservazione che – nelle scienze speciali – le proprietà causali di ordine superiore non sono co-estensive con quelle di più basso livello, ma – per così dire – le riclassificano “trasversalmente”.
Che una tassonomia sia “trasversale” rispetto a un’altra significa che la prima crea distinzioni dove l’altra non ne rileva (o viceversa). La differente estensione delle proprietà così classificate rende però impossibile applicare la nozione di sopravvenienza tra le due diverse tassonomie. Ciò comporta la possibilità che certe proprietà di ordine superiore siano tra loro connesse da leggi non riducibili alle leggi vigenti all’ordine inferiore.
Rinunciare alla sopravvenienza comporta tuttavia negare il requisito minimo per il quale uno possa definirsi a qualche titolo “fisicalista”; è dunque probabile che chi avanza queste considerazioni non voglia spingersi a tanto, ma voglia soltanto richiamare l’attenzione su alcune possibili conseguenze della realizzabilità multipla (il fatto che una proprietà funzionale possa essere realizzata da più di una sistema di proprietà fisiche di base), conseguenze che renderebbero problematico il programma riduzionista.
Queste considerazioni sono state spesso associate ad un ulteriore elemento, che sembra rafforzare le ragioni del mentalismo e della causazione mentale.
Una spiegazione dei comportamenti in termini di credenze e desideri può essere espressa mediante controfattuali: “se Tizio non avesse creduto che … , non si sarebbe comportato così”. In questa forma, la causa mentale – tutto il resto restando immutato – sembra essere ciò che “fa differenza” (senza necessariamente urtare o creare conflitti con eventuali, sottostanti, spiegazioni fisicaliste). L’idea è quella di assumere la causazione come un mero schema esplicativo, espresso in forma controfattuale, che consente di attribuire l’inevitabilità di un certo evento a certi altri eventi, identificati come causa. In questa accezione (di mero schema esplicativo) la causazione sembrerebbe non richiedere eventuali indagini aggiuntive, di carattere metafisico.
Kim non è d’accordo, perché ritiene:
1. che la formulazione controfattuale della causazione varrebbe anche nel caso in cui le credenze di Tizio fossero esplicitate come epifenomeni di eventi fisici o fisiologici (dunque, la causa mentale che “fa differenza” potrebbe essere solo un epifenomeno);
2. perché l’inevitabilità dell’effetto (data la causa) può essere sostenuta soltanto entro un quadro nomologico (di qui, ancora, l’esigenza di leggi, che sorreggano lo schema di spiegazione causale).
In breve: come si giustifica la verità di asserti controfattuali concernenti gli stati mentali? Diventerebbero falsi quei controfattuali, qualora gli stati mentali si rivelassero epifenomeni? Interrogativi del genere pongono in luce – a giudizio di Kim – l’inevitabilità di ulteriori indagini di tipo metafisico, quando si affronta il problema della causazione mentale.
Program Explanation” and Supervenient Causation
F. Jackson e P. Pettit avanzarono nel 1990 una proposta tesa a salvaguardare la rilevanza causale del mentale, pur ammettendo che questo non è in grado di assicurare efficacia causale. La tesi fu avanzata (e battezzata “spiegazione-programma”), stabilendo una particolare analogia tra il mentale ed i programmi di un computer : anche questi sono rilevanti nell’assicurare certi esiti, malgrado la produzione di tali esiti abbia luogo ad un livello inferiore, elettronico. Così, una proprietà F, causalmente inefficace nei confronti di una proprietà G, può comunque “programmare per” (assicurare) la presenza di qualche proprietà P, efficace rispetto a G.
Per Kim, la proposta di Jackson e Pettit è consistente con l’epifenomenismo, giacché assume che le proprietà mentali (e le proprietà caratteristiche delle scienze speciali) non abbiano – in sé – efficacia causale. Per altri versi, la proposta è consistente anche con la “causazione sopravveniente” cioè con la tesi che una proprietà mentale F possa essere soltanto una “causa sopravveniente” per una certa proprietà G, a patto che la produttività causale sia garantita da una proprietà fisica P, della quale F risulti sopravveniente.
Ciò detto, sembra problematico parlare di “rilevanza” causale quando si ammetta l’inefficacia causale: l’unica cosa che ci segnala una proprietà in grado di “programmare” la presenza di proprietà causalmente efficaci è il fatto che tali proprietà sono al lavoro, anche se la nostra spiegazione degli eventi non le nomina esplicitamente. Dunque, Jackson e Pettit avrebbero fatto meglio a rivendicare semplicemente che le proprietà tipiche delle scienze speciali hanno una rilevanza esplicativa (informazionale), piuttosto che causale. Esse non fornirebbero in senso proprio “spiegazioni” di tipo causale, perché queste ultime – per essere tali – hanno bisogno di portare alla luce effettive connessioni causali.
Quella di "spiegazione" è invero una nozione alquanto elastica e nessuno se la sentirebbe con ogni probabilità di legiferare in materia; ma quando si parla di “spiegazioni causali” si parla di qualcosa di ben preciso: quella di Jackson e Pettit è una nozione troppo debole perché uno possa dire che – grazie alla loro mossa – il potere esplicativo delle proprietà mentali risulta salvaguardato.
Does the
Problem of Mental Causation Generalize?
Qualcuno ha voluto sostenere che – laddove l’argomento della chiusura causale del dominio fisico fosse generalizzato – nessuna delle proprietà tipiche delle scienze speciali (anche di quelle “naturali”, come la chimica e la fisiologia) manterrebbe più una reale efficacia causale; e, viceversa, se l’efficacia causale non può essere esclusa per le proprietà chimiche o biologiche, allora l’argomento della chiusura del dominio fisico non funzionerebbe neanche per le proprietà mentali. L’argomento della esclusione causale avrebbe in sostanza il risultato di assegnare il monopolio della causazione alla microfisica.
Per Kim, la generalizzazione è fuorviante. Non siamo spaventati dalla efficacia causale delle proprietà chimiche e biologiche e siamo praticamente certi che di esse si possa dare un resoconto nei termini dell’efficacia causale delle proprietà fisiche fondamentali. Analogamente, non siamo spaventati a priori dall’efficacia causale delle proprietà mentali e vorremmo darne un resoconto nei termini dell’efficacia causale delle proprietà fisiche fondamentali. Siamo invece portati a pensare che le relazioni tra il mentale e neurale possano essere – in linea generale – dello stesso tipo di quelle che caratterizzano i rapporti chimica-fisica, biologia-fisicochimica, e così via..
Properties: “Levels” and “Orders”
Se si ammette che la natura sia gerarchicamente
organizzata in livelli e che – allo stato attuale delle nostre conoscenze – la
microfisica individui le entità di livello più basso, la generalizzazione dell’argomento
della sopravvenienza potrebbe portarci a concludere
che solo al livello più basso sia reperibile un genuino potere causale; per
tutti i macro-livelli la causalità sarebbe un’illusione. Se poi dovessimo concludere che non si dà alcun livello di base, perché la
disarticolazione in livelli non ammette alcun limite al livello inferiore, ogni
efficacia causale sprofonderebbe sino a scomparire.
Nota tuttavia Kim che la costruzione di proprietà del
secondo ordine, una volta date quelle di base, (oppure – viceversa –
l’identificazione dei “realizzatori” al primo ordine, date certe proprietà
funzionali) non è un processo che si svolga con un
movimento dal basso verso l’alto, dal microscopico al macroscopico, o
viceversa. Proprietà del primo e del
secondo ordine sono proprietà dello stesso oggetto, così come la
“dormitività” e le proprietà chimiche che la realizzano sono entrambi
pertinenti alla stessa pillola che fa dormire. Per qualcosa, avere una proprietà funzionale del secondo ordine è (per essa stessa)
avere una proprietà del primo ordine che soddisfa certe particolari condizioni
(le quali definiscono e specificano quella proprietà funzionale). Non ci
sarebbe dunque alcun moto ascendente o discendente che riguardi la gerarchia
delle entità e dei loro attributi, ordinate secondo la relazione micro-macro.
L’illusione del movimento è creata, secondo Kim, dal
fatto che molto spesso i “realizzatori” sono proprietà (macroscopiche)
basate su micro-strutture; ma ciò non significa che le proprietà del primo ordine
(i realizzatori) si applichino ad entità di livello più basso: esse si
applicano al sistema micro-strutturato nel suo complesso, non alle sue parti
microscopiche. Per fare chiarezza, Kim propone di riservare la parola “ordine”
alla gerarchia (logica) che esiste tra proprietà funzionali e loro realizzazione e la parola “livello” alla gerarchia
(ontologica) che si crea nel passaggio dal macro al micro.
Proprietà d’ordine diverso possono
applicarsi ad oggetti dello stesso livello; una proprietà pertinente ad un
certo livello può non esserlo per un altro livello. Così,
mentre la “dormitività” e le proprietà chimiche che la realizzano si applicano
agli stessi oggetti, la trasparenza di H2O non si applica
all’idrogeno e all’ossigeno (benché essa dipenda dalle caratteristiche fisiche
di questi ultimi e dal loro legame); un essere umano ha proprietà funzionali
che gli organi singoli non possiedono; un’assemblea di neuroni ha poteri
causali che non sono alla portata dei singoli costituenti. In sintesi,
quindi, la sopravvenienza e (viceversa) la realizzazione di proprietà
funzionali non riguardano un movimento tra micro- e
macro-livelli, ma una gerarchia di ordini logici.
Infine, Kim riconosce che l’argomento della
sopravvenienza e dell’esclusione causale non si applica soltanto al problema
mente-corpo, ma anche a molte delle proprietà tipiche delle scienze speciali
(biologia, geologia, ecc.), proprietà che possono essere dunque considerate sopravvenienti, allo stesso modo in cui lo sono
le proprietà mentali. Sulla questione, Kim ritornerà comunque
nel penultimo paragrafo del libro, dedicato ancora alla differenza tra
"ordini" e "livelli", alla luce del suo "modello
funzionale di riduzione".
Capitolo 4 – Reduction and Reductionism: A New Look
Il termine “riduzionismo” e i suoi derivati hanno assunto da tempo un valore dispregiativo: se vuoi essere “politicamente corretto” stai alla larga dal riduzionismo.
Nagel Reduction: Troubles with “Bridge Laws”
Un ruolo importante, nel riduzionismo degli anni ’50 e 60, era giocato dalle “leggi ponte”: esse avrebbero dovuto fornire le regole di corrispondenza tra il vocabolario della teoria da ridurre e quello della teoria di base. Erano pensate come leggi bicondizionali; ciò comportava tra l’altro un requisito: che le proprietà definite nel dominio delle due teorie fossero co-estensive. In seguito, lo stesso Nagel è tornato su questo requisito; ma per i nostri scopi possiamo continuare a pensare che una soluzione generale del problema (nel modello di Nagel) richieda leggi-ponte di tipo bicondizionale. Si pongono allora tre questioni:
i. La questione della disponibilità. L’argomento della realizzabilità multipla indica che ogni proprietà di ordine elevato P può essere realizzata da parecchie proprietà d’ordine più basso Q1, Q2, …. Qn, cosicché non è in genere possibile esprimere leggi-ponte mediante semplici bicondizionali del tipo P « Q.
Deve essere chiaro che qui non si nega la possibilità di leggi-ponte tra il mentale ed il fisico (come ritiene Davidson), ma solo il fatto che il carattere bicondizionale di tali leggi sia sempre e comunque garantito. Ci sono comunque due risposte a questo problema della disponibilità di leggi-ponte bicondizionali:
1) la strategia disgiuntiva, che consiste nel considerare co-estensive la proprietà mentale M e la disgiunzione dei suoi realizzatori: P1 Ú P2 Ú P3 …. ; si avrà dunque:
Pi ® M e M « (P1 Ú P2 Ú P3 … );
2) la strategia delle riduzioni “locali”, via leggi-ponte specie- o struttura-specifiche: ad esempio, posto che il correlato neurale del dolore sia diverso negli umani, nei cani, nei pesci ecc. e posto che NH sia il realizzatore del dolore negli esseri umani, allora vale il seguente condizionale: H ® (dolore « NH) , dove H sta per “essere umano”.
Rispetto alle riduzioni locali è stata sollevata però l’obiezione che la realizzabilità multipla “attraversa” (per così dire) le specie: nella stessa specie alcune funzioni possono avere realizzatori diversi, mentre può darsi che una stessa funzione abbia stessi realizzatori in specie diverse. L’obiezione può essere arginata notando che la riduzione locale può comunque compiersi allora per strutture similari, trasversali alle specie (in questo caso, il simbolo H della precedente espressione identificherà il prototipo di tali strutture). Inoltre, si deve anche dire che la possibilità stessa della psicologia – come scienza delle regolarità psicologiche – richiede probabilmente che i co-specifici abbiano strutture cerebrali simili. Se ciò non fosse – e dovessimo registrare una estrema diversità ed eterogeneità dei realizzatori – l’uniformità degli stati mentali che si rileva ad esempio negli umani apparirebbe il frutto di una serie enorme e quasi miracolosa di coincidenze.
ii. La questione della spiegazione. Leggi-ponte in psicologia, che si limitassero a correlare analiticamente certe funzioni mentali a certe funzioni neurali, non farebbero avanzare di un millimetro la nostra conoscenza in merito a quella correlazione. Perché il dolore corrisponde all’attivazione di quelle fibre neuroniche? Perché sento dolore invece che solletico o sensazione di amaro? Le leggi-ponte ratificano correlazioni, ma non spiegano perché – in certi casi – emergano certe funzioni o certi stati mentali. Ora, è proprio la spiegazione di queste correlazioni ciò che caratterizza uno degli interrogativi centrali intorno agli stati mentali. E’ questa la domanda che certamente pongono quelli che insistono sulla difficoltà di ridurre i qualia (esperienze qualitative del soggetto) a configurazioni (oggettive) di certe popolazioni neurali.
Kim ammette – contrariamente ad altri riduzionisti ed eliminativisti – che la questione è sensata e degna di risposta, perché sarebbe strano che un intero campo di fenomeni – prima facie non fisici – resistesse ad un approfondimento scientifico. Per Kim, sarebbe in qualche modo vero che – anche laddove fosse possibile ridurre tutta la psicologia secondo le indicazioni di Nagel – il mondo della mente continuerebbe ciononostante ad apparirci alquanto misterioso.
iii. La questione ontologica. Sarebbe augurabile che una riduzione semplificasse. Ma nelle leggi-ponte bicondizionali del tipo M « P , M e P rimangono concetti distinti, proprietà distinte, e non si dà dunque alcuna semplificazione (sia dal punto di vista concettuale che da quello ontologico). E’ vero che, alla fine, le leggi della teoria ridotta sono riassorbite – per derivazione – da quelle della teoria riducente; ma il prezzo da pagare è l’introduzione di leggi-ponte, che espandono il linguaggio e l’ontologia della teoria di base.
La povertà filosofica delle riduzioni alla Nagel emerge infine per il fatto che esse sono compatibili con qualsiasi opzione metafisica, compreso il dualismo delle sostanze.
The Functional Model of Reduction
Una semplificazione ontologica si avrebbe nel caso in cui fosse possibile forzare le leggi-ponte ( M « P ), fino a farle diventare identità ( M = P ). In questo caso, il problema della spiegazione degli stati mentali – qui sopra richiamato – avrebbe una risposta soddisfacente: la correlazione tra M e P sussiste perché si tratta della stessa identica proprietà.
Se le leggi-ponte fossero contingenti e M e P fossero proprietà intrinseche, non ci sarebbe alcuna speranza di identificare ques'ultime. Proprietà distinte sono distinte: non possiamo pretendere che esse siano la stessa cosa. Qualora le proprietà di cui trattasi fossero intrinseche (non riferibili ad altro), dovremmo designarle con nomi che in nessuna circostanza potrebbero designare qualcosa di altro: M e P sarebbero allora designatori rigidi (nel senso di Kripke) e (come Kripke ha convincentemente mostrato) la loro eventuale identità (qualora mai fosse) dovrebbe essere una identità logicamente necessaria: M « P non potrebbe essere dunque una relazione meramente contingente.
L’unico modo di procedere sembra dunque a Kim quello già anticipato nel primo capitolo, cioè il “modello funzionale di riduzione”:
- per ridurre la proprietà M dobbiamo innanzi tutto ricostruirla come proprietà estrinseca o relazionale;
- interpretiamo dunque M come proprietà del secondo ordine, definita alla luce del suo presunto ruolo causale (cioè attraverso le condizioni H che specificano una certa proprietà del primo ordine, in modo che quest’ultima sia in grado di produrre l’effetto voluto);
- M diventa così la proprietà di avere la proprietà di generare certi effetti (ad esempio, la proprietà di avere la proprietà di produrre il sonno);
- selezioniamo quindi, nel dominio fisico, una proprietà fisica P, che corrisponda a questa specificazione causale (proprietà di produrre sonno);
- M risulta dunque la proprietà di avere P;
- ma la proprietà di avere una certa proprietà Q è proprio (come sarà argomentato meglio più avanti) quella stessa proprietà Q; quindi: M = P.
C’è un passaggio delicato e cruciale in questo schema, che consiste nell’identificare una proprietà del secondo ordine con una del primo. Kim si soffermerà sulla cosa nel successivo paragrafo. Per ora, egli si limita a notare che la possibilità di “funzionalizzare” M è una condizione necessaria per la riduzione; se M e P fossero entrambe proprietà intrinseche, dello stesso ordine, la correlazione dovrebbe essere riguardata – d’accordo con Nagel – come un fatto non ulteriormente spiegabile.
Funzionalizzare M significa assumerlo come un designatore non rigido, perché M risulta definito nei termini di un’altra proprietà, dotata – contingentemente – di opportuna efficacia causale. Questa efficacia dipende infatti da leggi fisiche valide in questo mondo e la condizione grazie alla quale M viene definita è dunque di tipo nomologico (cioè non necessariamente sussistente in tutti i mondi possibili). Con ciò, l’identità M = P risulta contingente, non è “assolutamente necessaria” (in senso metafisico) e l’argomento di Kripke (contro l’identità tra tipi fisici e tipi mentali) risulta svuotato.
Gli emergentisti potrebbero negare la possibilità di funzionalizzare proprietà emergenti: essi forniscono in genere esempi tesi a dimostrare che la conoscenza perfetta delle condizioni di base non basta a prevedere le proprietà che emergono ad un livello più alto. Ma i loro esempi sono molto spesso fuori bersaglio o sbagliati: ad esempio, non è vero che – data la conoscenza completa della microfisica dell’ossigeno e dell’idrogeno – non sia possibile prevedere la trasparenza dell’acqua o il fatto che l’acqua sia in grado di sciogliere zucchero (anche se queste proprietà non sono pertinenti all’ossigeno e all’idrogeno, presi da soli). In ogni caso, una volta che si assuma la correttezza della concezione funzionalistica delle proprietà mentali, la riducibilità di queste funzioni è per Kim assicurata. Con ciò, viene anche a cadere (Kim ci tiene a sottolinearlo) quella diffusa opinione che il funzionalismo sia una forma di anti-riduzionismo.
Posto che non esistano grossi problemi per la riduzione delle proprietà mentali fenomeniche (ad esempio: sentire dolore), Kim ritiene che vadano respinte anche le obiezioni di J. Searle e dell’ultimo H. Putnam, tese a negare che le proprietà intenzionali possano essere considerate proprietà funzionali. Secondo questi autori, gli atteggiamenti intenzionali segnalerebbero l’esistenza di proprietà ulteriori e distinte, rispetto a quelle fisiche. Ma allora – ammessa questa assoluta eccedenza delle proprietà intenzionali – si dovrebbe anche ammettere che sia concepibile l’esistenza di due mondi gemelli, identici in tutto dal punto di vista fisico e diversi per il solo fatto che uno dei due sia completamente privo di intenzionalità; ma non si capisce come questo sia possibile e come possa avere significato.
Altro è il discorso dei qualia, perché in questo caso sembrerebbe possibile concepire mondi identici, dove i qualia appaiano differentemente distribuiti (inversione degli spettri) o assenti (mondi di zombie). Per farla breve, Kim ritiene che soltanto in relazione ai qualia si possa porre il problema del carattere intrinseco, irriducibile, di certe proprietà (analogamente a quanto accade per la massa dei corpi, per la quale – afferma Kim – siamo costretti a dare una definizione relazionale, riferendoci ad altre masse, senza poter mai uscire da questa circolarità).
Functional Properties versus Functional Concepts
Ritorniamo alla questione lasciata in sospeso: l’identificazione tra proprietà del secondo ordine e proprietà del primo ordine.
In primo luogo, Kim nota che attraverso operazioni puramente logiche su un certo dominio non è possibile espandere l’ontologia di quel dominio. Così, se qualcuno ha proprietà del secondo ordine M, riferite a certe proprietà del primo ordine P, l’ontologia delle M è la stessa ontologia delle P. Pertanto, più che parlare delle proprietà funzionali come se fossero davvero nuove proprietà (da aggiungere a quelle ordinarie), Kim propone di pensarle come mere “descrizioni”, “designatori” o “concetti” (del secondo ordine) di proprietà del primo ordine. La proposta non è scontata: Kim la difende per analogia, invocando il caso in cui, in luogo di nominare un elenco di individui (che, ad esempio, siano tutti senatori democratici), nominiamo l’individuo generico che raccoglie il loro tratto comune (“un senatore democratico”). Analogamente, “dolore” è il designatore (il concetto) di uno stato con certe ben note proprietà di input e di output, le quali possono essere realizzate da molteplici proprietà neurali; “avere dolore” è allora solamente il concetto che – nell’interpretazione di Kim – designa la disgiunzione dei suoi realizzatori. La proprietà di avere certe proprietà non sarebbe dunque altro che il concetto di quelle proprietà.
Applicando questa idea al modello di riduzione del paragrafo precedente, risulterebbe allora che M è soltanto il concetto di P, cioè – nell’interpretazione di Kim – un modo di designare ciò che (altrimenti) viene designato con la lettera P. Se questo è vero, non farebbe alcun problema allora identificare (alla fine del processo di riduzione) M con P. Del resto, quando si afferma che x ha la proprietà M (dove M è un designatore del secondo ordine), ciò che rende vera questa affermazione è il fatto che x abbia P1 (o P2 o P3, ecc., dove questi Ps sono appunto i realizzatori di M); ciò rende quindi plausibile l’identificazione tra le proprietà funzionali e le loro realizzazioni.
Riassumendo: una riduzione che pretenda di spiegare qualcosa non può accontentarsi di leggi-ponte, assunte come premesse non spiegate di una derivazione formale. Un modo per superare questo stallo è quello di trasformare le leggi-ponte in identità; questo è possibile se le proprietà che devono essere ridotte vengono ricostruite come proprietà del secondo ordine, definite su proprietà del primo ordine, pertinenti alla base riducente.
Multiple Realization Again
Come s’è detto, una delle possibili risposte all’argomento della realizzazione multipla, rivolto contro riduzioni di tipo nageliano, è la “strategia disgiuntiva”. Bisogna tuttavia dimostrare che una strategia analoga sia ancora possibile, quando si passa da leggi-ponte di tipo bicondizionale [ M « (P1 Ú P2 Ú P3 … ) ] a identità. Supponiamo dunque che:
i.
( avere M ) = ( avere P1 o avere
P2 );
da ciò non segue che:
ii. ( proprietà M ) = ( proprietà disgiuntiva P1 Ú P2 ),
perché infatti la disgiunzione in i. riguarda proposizioni e quella in ii. riguarda proprietà: avere P1 o P2 non è come avere la proprietà disgiuntiva P1 Ú P2 . Analogamente, per comprendere meglio la natura del problema, supponiamo che un certo sintomo medico A possa essere causato da due diverse patologie B1 e B2. Consideriamo allora lo schema di spiegazione hempeliana (“deduttivo nomologico”):
- B1 causa A,
- B2 causa A,
- x ha B1 oppure B2 ,
- quindi, x ha A.
In questo caso, non abbiamo propriamente una spiegazione del sintomo, ma una disgiunzione di due spiegazioni: non abbiamo una spiegazione (bensì due), perché non esiste qualcosa come una “causa disgiuntiva” (una “malattia disgiuntiva”).
Questa difficoltà, che non sembra aggirabile, spinge Kim ad insistere sull’opportunità di concepire le proprietà funzionali come meri concetti o descrizioni: ciò che rende unitario il termine “dormitività” è il concetto associato, non la disgiunzione delle proprietà sottostanti.
Sia dunque M una proprietà mentale con certi realizzatori Pi , specie- o struttura-specifici (M è P1 nella specie 1, P2 nella specie 2, ecc.). Dato che un’istanza di M ha esattamente il potere causale che una certa istanza di uno dei suoi realizzatori possiede in quell’occasione, tutto il lavoro causale di quell’istanza di M può essere attribuito a quell’istanza del realizzatore. In tal modo, le proprietà con realizzazione multipla sono suddivise nei loro diversi realizzatori, in differenti specie o strutture, in diversi mondi possibili: la riduzione di ogni istanza di M avviene per il tramite di un suo realizzatore alla volta, non per mezzo di qualche “proprietà disgiuntiva”.
Questo risultato può apparire deludente a chi voglia conservare – nella riduzione – l’unità e la robustezza concettuale delle proprietà mentali; ma, come s’è ora mostrato, nel caso di realizzabilità multipla non c’è alcuna possibilità di identificare una proprietà mentale M con la disgiunzione dei suoi realizzatori (o, peggio, con uno solo di essi, anche quando l’effettiva realizzazione di M sia un’altra).
The Supervenience Argument Revisited
Come già notato nel terzo capitolo, un argomento contro la sopravvenienza è quello della generalizzazione: ammettiamo pure che il ruolo causale delle proprietà mentali sia problematico e che esso vada ricondotto al ruolo di proprietà fisiche; tuttavia, l’argomento della “esclusione causale” dovrebbe valere anche per la chimica e per la biologia e non si vede per quale ragione dovremmo rinunciare alla causalità in queste discipline, dove la causalità non è mai stata considerata come problematica.
La risposta di Kim è dichiaratamente “obliqua”.
Innanzi tutto, cosa dobbiamo intendere per “dominio fisico”? In prima istanza, per proprietà e grandezze fisiche possiamo intendere quelle di cui correntemente tratta la fisica che conosciamo. Ma, nel discutere il problema mente-corpo nel corso dei precedenti capitoli, anche le proprietà chimiche, biologiche, neurali erano considerate in qualche modo interne al dominio fisico.
Da parte degli anti-riduzionisti c’è una tendenza a circoscrivere il dominio della fisica a quello delle particelle “elementari”, alle loro proprietà e relazioni. Ma questa è una limitazione infondata, perché anche gli aggregati di particelle, compresi i pianeti, i computer e gli organismi viventi fanno parte del dominio fisico. Quanto alle proprietà, sembra lecito assumere che il dominio fisico includa tutte quelle (di qualsiasi livello) basate su micro-strutture, a partire dalle proprietà e relazioni sussistenti per le particelle elementari e per i loro aggregati. Inoltre, anche le proprietà funzionali costruite a partire da proprietà fisiche debbono essere incluse nel dominio fisico.
Si possono quindi individuare tre condizioni per la chiusura del dominio fisico:
1. ogni aggregato di entità fisiche è fisico;
2. ogni proprietà costruita come proprietà micro-strutturata, sulla base di entità e proprietà fisiche è essa stessa fisica;
3. ogni proprietà funzionale – definita come proprietà del secondo ordine su proprietà fisiche – è essa stessa fisica.
In questo modo, il dominio fisico entro cui ha senso parlare di causalità è ben circoscritto: le proprietà funzionali non introducono alcuna nuova potenza causale nel mondo, per il semplice fatto che la loro efficacia dipende da quella già presente nel mondo fisico, esibita dalle proprietà del primo ordine sulle quali quelle proprietà funzionali risultano definite. Ciò conclude l’analisi della causazione mentale.
Che cosa concludere invece a proposito della efficacia causale delle proprietà chimiche, biologiche ecc.? Kim ricorda la distinzione tra ordini (logici) e livelli (ontologici), tracciata nel terzo capitolo. Quanto ai rapporti tra proprietà di diverso livello – contrariamente a ciò che accade per proprietà di diverso ordine – non è necessario che l’efficacia causale propria delle proprietà delle parti sia identica a quella propria delle proprietà dell’aggregato: le prime proprietà determinano le seconde, ma non sono identiche alle seconde. Ciò significa che il caso delle proprietà micro-strutturate è diverso da quello delle proprietà psicologiche e che l’argomento dell’esclusione causale non si applica – genericamente – a tutte le proprietà delle scienze speciali.
The Options: Good News and Bad News
In conclusione.
Se siamo disposti a considerare le proprietà mentali come proprietà funzionali e ad accettare una forma “avvolgente” di riduzionismo, il problema della causazione mentale è risolto. Qualcuno potrebbe considerare ciò una cattiva notizia, ma peggio sarebbe rinunciare a qualsiasi soluzione, a qualsiasi tentativo di comprensione, restando in ambito fisicalista.
Dunque, le cose potrebbero essere poste così: se accettiamo di funzionalizzare almeno una parte delle proprietà mentali (lasciando da parte ad esempio i qualia), arriviamo ad un punto in cui bisogna scegliere tra il fisicalismo e una qualche forma di dualismo (questa seconda opzione è sempre possibile: basta respingere la tesi della sopravvenienza). Se accettiamo il fisicalismo, possiamo respingere ancora l’idea che le proprietà mentali siano riducibili ed ammettere al contempo che è improprio parlare in questo caso di “causazione mentale”; oppure, possiamo abbracciare l’eliminativismo e negare il carattere irriducibile di quelle proprietà.
Ma, una volta intrapresa la strada del riduzionismo, non si è con ciò accettato di convergere proprio verso le stesse conclusioni dell’eliminativismo e dell’epifenomenalismo, che negano la realtà del mentale?
Kim non è sicuro di poterci convincere, ma ritiene che la sua conclusione sia leggermente diversa. Abbracciando il fisicalismo si paga comunque un prezzo, “ma a me sembra chiaro che salvaguardare il mentale come parte del mondo fisico sia molto meglio dell’epifenomenalismo o dell’eliminativismo dichiarato”. In ogni caso, “le posizioni correnti, diffuse nel senso comune, come il dualismo delle proprietà, il monismo anomalo e il fisicalismo anti-riduzionista, non sono facilmente tollerabili, entro un robusto fisicalismo”.