il manifesto

20 aprile 2003

 

La natura politica della mente
Nel dualismo cartesiamo gli ingredienti di una polpetta avvelenata e tuttavia irresistibile: ci prova, ancora, l'interessante libro di Giovanni Giannoli, «Materializzazioni dell'anima» (manifestolibri)


FELICE CIMATTI


Immaginiamo che qualcuno ci ponga un problema come questo: entrare in una gabbia fatta di sbarre di duro acciaio, chiudere dall'interno la serratura del cancello, poi gettare via la chiave attraverso le sbarre. Come uscire dalla gabbia? Poiché, almeno in linea di principio, un problema dovrebbe potere essere risolvibile, è evidente che questo non è un problema, perché congegnato in modo tale da non ammettere alcuna soluzione. Detto altrimenti: l'unica soluzione consiste nel non accettare il problema: nel caso specifico, non entrare nella gabbia. Si presenta in modo simile il cosiddetto problema mente-corpo, che assilla la filosofia e la scienza almeno dai tempi di Cartesio. Qual è, o meglio, quale sarebbe la questione? Cartesio si accorge che la nuova scienza, la scienza delle quantità, è apparentemente in grado di spiegare, con le sue categorie, quasi tutto ciò che l'universo a noi accessibile contiene, dai minerali alle cellule, dalle galassie alla forma di un fiore. Ma quel quasi rivela, appunto, come resti tuttavia qualcosa che quella stessa scienza non sembra capace di spiegare: un tempo lo si chiamava anima. L'anima, ad esempio la nostra capacità di scegliere fra una azione giusta e una ingiusta, per Cartesio non si spiega con gli strumenti (soprattutto il concetto di relazione causale) con cui si spiega tutto il resto del mondo. La scienza, allora, si applica a tutto ciò che si può misurare, ossia a quello che da allora si chiama res extensa. Ciò che quella scienza non può spiegare, quel che non si può misurare (ad esempio un pensiero, un significato, un principio morale) Cartesio lo colloca in un'altra categoria, quella della res cogitans. Ecco, però, che compare la polpetta avvelenata che, da allora, tutti i materialisti non riescono a non assaggiare: quando, ad esempio, penso a scrivere la parola «scalogno», mi trovo nella res cogitans, ma quando la parola è fisicamente scritta su un foglio di carta, mi trovo nella res extensa. Il problema è tutto qui: come fa l'incorporeo pensiero (che è incorporeo proprio perché non si può misurare con nessuno degli strumenti con i quali misuriamo le cose materiali) ad avere effetti nel mondo materiale, nel mondo delle cose? Nel suo libro Materializzazioni dell'anima, Dai modelli dell'intelligenza all'intelletto sociale, appena uscito presso la Manifestolibri, Giovanni Iorio Giannoli, risponde scrivendo che «ogni istanza particolare degli stati mentali deve avere (almeno) una realizzazione di tipo fisico». Eccolo, il problema di Cartesio: come fa il pensiero a muovere il corpo? Come fa la mente ad agire sul cervello? Come fa ciò che è immateriale ad avere effetti su ciò che è materiale? Torniamo all'esempio di poco fa: voglio scrivere la parola «scalogno», vedere una realizzazione fisica (delle tracce di inchiostro su della carta) di quella parola dapprima solo pensata. Per scriverla ho bisogno di compiere dei movimenti con il braccio e la mano: braccio e mano sono entità fisiche, e siccome nessuno oggi crede più alla parapsicologia, per muovere una entità fisica ci vuole un'altra entità fisica. Non si scappa, la scienza cartesiana ci insegna che «l'antecedente causale di ogni evento fisico deve essere anche esso un evento di tipo fisico». Cosa significa, questo, per il cosiddetto problema mente-corpo? Siamo al cuore dell'idea che Giannoli propone nel suo ambizioso libro: «quando asseriamo che qualcosa è causa di qualche effetto, siamo legittimati a farlo soltanto perché un'analisi più raffinata ci porterebbe a scoprire le istanze di tipo fisico che contribuiscono a determinare l'occorrenza di quell'effetto». È chiaro ora perché quella di Cartesio era una polpetta avvelenata? Perché il suo problema è formulato in modo tale da essere più propriamente una trappola, in quanto non ammette soluzione. Se accettiamo la soluzione di Giannoli, stiamo di fatto sostenendo che il pensiero esiste soltanto per modo di dire, perché non abbiamo uno sguardo abbastanza approfondito: se infatti analizzassimo fino in fondo quello che chiamiamo la causa mentale di un certo effetto fisico troveremmo sempre, alla fine, «le istanze di tipo fisico che contribuiscono a determinare l'occorrenza di quell'effetto».

Sebbene io creda di aver voluto, consapevolmente, scrivere la parola «scalogno», in realtà la mia è stata solo una apparenza di azione, perché è un impersonale evento fisico al pari della caduta di una foglia dal ramo di un pero o dell'esplosione di una supernova in una sperduta galassia. Il pensiero, di fatto, non esiste come pensiero: la res cogitans è una illusione, è il risultato di una scienza ancora poco sviluppata, in realtà c'è soltanto la res extensa. Una causa mentale non esiste, se è causa è causa fisica. Certo, Giannoli non scrive che per capire la mente umana si debba ricorrere alla fisica atomica, ma questa assurda (per sua esplicita ammissione) conclusione è implicita nel suo ragionamento, o meglio, è implicita nel problema di Cartesio, che è formulato in modo tale da non ammettere se non quest'unica soluzione. Se solo le cose muovono le cose, allora il pensiero può muovere un braccio solo se è esso stesso una cosa, ossia - appunto - se non è un pensiero.

Ci sarebbe - come si sa - anche un'altra soluzione, ma ancora una volta la sua possibilità è esclusa a priori dal modo in cui è formulato il problema di Cartesio: risiede nel dualismo, nell'idea secondo la quale nel mondo ci sarebbero due tipi di entità, i pensieri, appunto, e le cose materiali. Il dualismo non è una soluzione proprio perché, paradossalmente, accetta il problema di Cartesio: se pure ammettessimo che esista il pensiero come entità materiale, come sarebbe possibile allora che la mente muova il cervello? Dovremmo postulare che tutte le volte che dal pensiero si passa all'azione saremmo in presenza di un miracolo? Non resta, apparentemente, che la soluzione così ben argomentata e difesa da Giannoli; ma viene da chiedersi se i prezzi siano stati ben calcolati.

Chiariamo i termini della questione: mentre «l'approccio anti-naturalista (...) introduce una funzione originaria della mente, in grado di garantire che l'agente possa seguire le regole, il naturalista cerca invece di dare conto del carattere non originario di tale funzione». Il naturalista, cioè il materialista, ci vuole convincere che la mente, la res cogitans, ha un carattere «non originario», ossia viene dopo e dipende da quello che viene prima, ovvero le entità materiali, le cose. L'antinaturalista, invece (non è chiaro perché chi difenda la mente venga considerato antinaturalista: secondo questa terminologia, per non fare che un esempio, il più grande filosofo della natura che sia mai esistito, Aristotele, non sarebbe un naturalista, il che è semplicemente assurdo) sostiene che la mente è «una funzione originaria». Ma cosa significa sostenere che la mente è «una funzione originaria»? Ad esempio che la mente, e tutto quello che la riguarda (dalla psicologia alla politica, dalla morale all'esperienza estetica e religiosa) non si studia con le categorie con cui si studiano le entità fisiche. E non soltanto perché al momento non sappiamo farlo, o perché non disponiamo (ancora) di «un'analisi più raffinata» dei fenomeni mentali. Sostenere che la mente è una «funzione originaria» significa che ad essa non si può applicare il concetto di causa, e - correlativamente - di cosa. Questo non significa che non sia naturale, che non sia reale, che non sia vera: significa, più semplicemente, che è necessario rifiutare il problema di Cartesio, rifiutare l'idea che ci sia un solo modo per dare conto di tutto quello che accade nel mondo, e che questo modo sia quello che si applica (con così gran successo, peraltro) alle cose. Detto in uno slogan: il problema di Cartesio si risolve... tornando a Cartesio. La mente non è una cosa, perché se ammettiamo che sia una cosa non è più una mente.

Il paradosso rivelato dal libro di Giannoli, soprattutto nella sua parte molto interessante, dedicata all'intelletto sociale - una vera novità nel panorama delle ricerche contemporanee per le quali esiste solo la misera e solitaria mente individuale - sta nel fatto che egli si ritrova sostanzialmente d'accordo con Cartesio (almeno con il Cartesio che abbiamo presentato fin qui) nel senso di ritenere che l'intelletto sociale vada studiato con metodologie e apparati concettuali che non possono essere quelli applicabili alle cose. Il problema è come fare stare insieme l'idea che la mente, alla fine, non esiste come mente, con l'idea che il luogo d'azione reale della mente sia la politica. O la mente è reale, e quindi anche la società e la politica sono reali - con tutte le conseguenze, anche pratiche, che questo modello teorico comporta - oppure non lo è, come sostengono, ad esempio, le cosiddette scienze cognitive: per le quali, infatti, la dimensione politica della mente è un semplice e inessenziale corollario di una teoria che - di fatto - ha molto da dirci sul cervello, ma nulla o quasi sulla mente. L'impressione finale che si ricava dalla lettura di questo ricco e denso libro è che per essere materialisti integrali occorra considerare la storia e la società come fenomeni del tutto reali della vita della mente, ma per seguire questa strada non si può risolvere il problema di Cartesio facendo a meno della mente. Dunque, non è necessario fare a meno della mente (cioè, non abbiamo paura delle parole, dell'anima) se si crede - noi con Giannoli - nella scienza.