Carissimo
Felice,
mi trovavo in Toscana, a
Pasquetta, ospite di alcuni amici.
Durante il pranzo, nella
pausa d’una conversazione, mi aggiravo nel giardino di
casa. Qualcosa, sul tavolo delle portate, aveva catturato a
un certo punto la mia attenzione: tra l’agnello e il maiale, preparati nel
forno e alla brace, c’era un piatto di polpette assai profumate. Mi sarei
volentieri servito se, quella stessa mattina, non mi fosse accaduto di leggere
la tua recensione al mio libro sull’anima, apparsa sul
Manifesto, proprio il
giorno prima. Infatti, al secondo paragrafo delle tue osservazioni, tu
m’avevi invitato a una certa prudenza, osservando che
certi “materialisti” sono spesso un po’ troppo irruenti, troppo inclini alla
soddisfazione immediata dei sensi. Per questo, sovente, noi ingoiamo di slancio certe “polpette avvelenate”, che gli scaltri
dualisti non mancano di propinare.
Ora, al di
là dei “veleni” concettuali e delle trappole che affliggono la
filosofia, c’era un fatto concreto che, in quel particolare momento, mi
preoccupava: io pensavo alla mia intolleranza alle proteine del grano, al fatto
che quelle polpette, succulente e reali, potessero nascondere al loro interno
mollica di pane, pangrattato o farina. Andai dunque in cucina; un cuoco
distinto, d’aspetto orientale, mi disse che nell’impasto c’era solo del riso,
della verza, un po’ di zenzero, cipolla tritata, la carne, il sale, altre
spezie, un po’ d’uovo.
M’accingevo, contento, a ingoiare quel malloppo odoroso, quando un dubbio ulteriore
rallentò la mia fame: e se Felice avesse davvero ragione? Se proprio a quel
punto, quando mi erano state oramai rivelate le “istanze
di tipo fisico” che avevano contribuito a determinare l’effetto “polpetta”, la
polpetta si fosse rivelata – per questo solo motivo – una mera “illusione”? Non
sarei forse stato punito, per il fatto di aver osato “ridurre” quell’ente-polpetta ai suoi componenti
“elementari”? Non sarebbe per caso accaduto ciò che l’amico Felice aveva esattamente descritto, cioè il fatto che io avrei
perduto l’oggetto reale del mio piacere e avrei masticato soltanto i frammenti
d’un epifenomeno, molto più
inconsistente ed etereo?
Assaggiando, e avvertendo la
consistenza e il sapore, compresi che il mio timore era del tutto infondato:
infatti, l’ammonimento dell’amico Cimatti non
concerneva le cose ordinarie,
costituite dalla materia comune. Nella tua recensione, pur mostrando un certo
fastidio per ogni tipo di “riduzione”, tu eri infatti
incline a concedere che gli enti e i processi di tipo fisico possono essere causalmente
legati ad altri enti e processi di tipo
fisico. Il tuo ammonimento, il tuo “anti-riduzionismo”, riguardava
piuttosto gli enti e i processi di tipo
mentale, il pensiero, gli oggetti “immateriali”.
Rasserenato da questa opportuna limitazione, riuscii perfino ad ascoltare –
senza ulteriori patemi – le spiegazioni d’un altro invitato, intento a dar
conto del sapore e del profumo del vino: diceva che quello che
noi assaggiavamo era il prodotto d’un particolare vitigno, piantato sulla
schiena d’una certa collina, esposto a una luce ottimale, curato in una certa
maniera, conservato in scientifici tini, invecchiato secondo l’arte migliore.
Non stetti a interromperlo, non volli avvertirlo che
rischiava di ridurre quel profumo e quel gusto ad altrettante illusioni; non volli farlo, anche se il
suo discorso era – alla luce del tuo paradigma – alquanto pericoloso; infatti,
l’oggetto della sua “riduzione” non riguardava in effetti una cosa (il vino), ma piuttosto alcuni suoi
attributi secondi (il profumo, il sapore),
che una tradizione autorevole descrive – appunto – come eventi mentali.
Per qualche
strano motivo, decisi però che il tuo “anti-riduzionismo” non riguardava i livelli più bassi dei “processi mentali”; ritenni che tu saresti stato disposto ad ammettere
bi-condizionali del tipo:
a) «si danno certe
caratteristiche primarie (fisiche)
del vino se e solo se si danno certe
condizioni fisiche della sua
produzione»;
b) «si danno certe
caratteristiche secondarie
(percettive) del vino se e solo se si
danno certe sue caratteristiche primarie»;
dunque:
c) «si danno certe
caratteristiche secondarie del vino se e solo se si danno certe condizioni fisiche della sua produzione».
Però: forse stavo saltando
troppi passaggi; forse stavo attribuendoti posizioni che tu non avresti mai
sostenuto. Forse, saresti andato anche tu per il sottile (come molti “anti-riduzionisti” hanno voluto fare) insistendo sulle qualità soggettive (assolutamente
private) della percezione, rifiutandoti di sottoscrivere l’assunto secondo il
quale esse sono – grosso modo – specie-specifiche
(sicché i sommelier possono discutere
sensatamente tra loro e possono convenire sulle proprietà dei più nobili vini).
Tuttavia, malgrado obiezioni
del genere siano molto comuni (tra tutti quei filosofi
che, per questo stesso motivo, dovrebbero astenersi dal parlare sensatamente
del vino), io preferivo in quel momento dar credito al tuo richiamo alla
scienza, alla fiducia nella possibilità di comunicare e di capire, alla frase
con la quale avevi voluto concludere la tua recensione al mio libro. Volli
dunque correre il rischio: esclusi il solipsismo dei qualia e pensai che tu non avresti voluto
rifugiarti in una posizione così silenziosa ed estrema. Ciò posto,
cominciai a interrogarmi sul fondamento reale delle
tue obiezioni; lo feci per qualche ora, scartando molte delle ipotesi che, una
ad una, mi venivano in mente.
Per esempio,
anche se nella recensione al mio libro tu hai dichiarato espressamente che il
concetto di causa non può essere
sensatamente applicato alle funzioni mentali, io sarei disposto a concedere che
tu ammetti senz’altro la validità di alcune tesi “riduzioniste” e “causali”, secondo le quali:
-
certe difficoltà nel coordinamento senso-motorio, oppure
nella propriocezione, possono essere “causate” da
eventi o processi di tipo fisico;
-
certe forme di allucinazioni possono essere “causate”
dall’assunzione di particolari sostanze;
-
certe difficoltà nel riconoscimento delle forme, oppure
dei toni (o altre forme di dislessia o di amusia) possono essere “causate” da particolari patologie
cerebrali;
-
certe forme di afasia, o certe difficoltà nella capacità
di effettuare inferenze e collegamenti concettuali, possono essere “causate” da
particolari condizioni di tipo fisico o neurologico.
Giacché io riconosco
senz’altro che tu possa ammettere la validità di innumerevoli
tesi di questo tipo, devo anche prendere atto – di fronte alla tua insistenza
sull’eterogeneità tra i fatti fisici
e i fatti mentali – che tu giudichi
queste tesi “causali” del tutto irrilevanti e inappropriate, quanto al problema
dell’esistenza di relazioni effettive tra la mente e la sua materia (la materia che la rende possibile). Ciò mi induce a pensare che tu – quando parli di “mente” – non ti riferisci a funzioni come il
coordinamento senso-motorio o come la propriocezione,
come l’immaginazione o come la capacità di riconoscere forme, come le
competenze linguistiche o come quelle inferenziali.
In alternativa,
qualora tu riconosca che si tratta in effetti di funzioni “mentali”, diciamo
semplicemente che a te non interessa
analizzarle sotto il profilo delle loro relazioni con la materia biologica (con
la materia che le rende possibili e – nel caso – ne determina le patologie).
Questo studio – al quale io penso che tu riconosca un certo valore – non ti sembra
che sia l’oggetto specifico della filosofia; al più, esso potrebbe essere forse
l’oggetto della psicologia, della neurologia o della fisiologia. La filosofia –
questo sembrerebbe essere uno dei presupposti della tua
posizione – si occupa d’altro.
Che questa sia una posizione
possibile, non v’è alcun dubbio; che si tratti d’un atteggiamento condiviso,
all’inizio del terzo millennio, è un poco più opinabile. Ma
l’avventurarci su un tema così generico e ambizioso (cosa appartenga alla
filosofia e non appartenga alla scienza, o viceversa) non è qui conveniente. È
bene piuttosto limitarci al tema più circoscritto della mente e delle sue
funzioni, che può consentirci di gettare uno sguardo sullo stesso problema, ma
con meno ambizioni.
Ora, riguardo a ciò che
verosimilmente tu giudichi “interessante” per il filosofo, io direi questo:
anche se c’è una bella differenza tra il fatto di “non essere interessato” allo
studio di un certo problema e l’asserire che quel certo problema “non esiste”
(oppure che esso è una “gabbia”, oppure che esso è il frutto di un
fraintendimento filosofico), io tralascio di polemizzare su questo punto
specifico.
Vorrei invece seguire da
presso il tuo ragionamento, concedendoti che si danno eventi e processi mentali interessanti in se stessi, i quali non riguardano – in senso
proprio – il rapporto che sussiste tra l’attivazione d’una certa funzione
mentale e le condizioni bio-fisiche che si danno nel sistema nervoso centrale
(quando quella funzione è attivata, in quel particolare sistema). Per esempio:
un affetto, una particolare fobia, una convinzione politica, la dimostrazione
d’un certo teorema, un gioco, sottostanno a criteri che sono specifici per
ognuno degli ambiti considerati (cioè l’ambito degli
affetti, quello delle fobie, quello politico, quello matematico, quello ludico,
a seconda dei casi).
Il fatto che una certa
condizione affettiva (fobica, politica, matematica o ludica) richieda
l’attivazione di certi processi d’ordine fisico
nel sistema nervoso centrale potrebbe essere del tutto
irrilevante, sotto un certo punto di vista, quanto all’emergere, allo sviluppo
o alla conclusione di quella particolare condizione mentale. Ovvero, in prima istanza e sotto
un certo profilo, le condizioni “mentali” di quel tipo (gli affetti, le fobie,
la politica, la matematica, il gioco) seguono regole proprie, che non
hanno a che fare – in prima istanza – con le regole dei processi neurali
“sottostanti” (sempre ammesso che qualche regole specifica esista, per tutti
questi domini particolari). Non c’è t’assicuro alcun problema, anche per un
convinto “riduzionista”, nell’ammettere che per eseguire correttamente una certa
moltiplicazione occorre seguire le regole della moltiplicazione.
Il punto è semmai: è davvero
un grande risultato scientifico, o una conclusione
filosofica di qualche rilievo, il fatto di aver stabilito che «per eseguire
correttamente una certa moltiplicazione è necessario seguire correttamente le
regole della moltiplicazione»? Quale rilievo filosofico possono
avere conclusioni di questo genere? E, per converso: è davvero irrilevante
cercare di capire come faccia un sistema di tipo
biologico, costituito da qualche decina di chilogrammi di atomi, quando segue
correttamente le regole proprie della moltiplicazione? Equivale davvero a un “chiudersi in gabbia” il fatto di porsi questo
particolare problema? O non costituiscono piuttosto
una “gabbia” effettiva tutti quei truismi del tipo:
«la mente è una mente», «la mente è una funzione originaria», «la mente è
irriducibile», eccetera?
In un libro di tre anni fa
(dedicato all’opera di Giorgio Prodi), allo scopo di contestare questo genere
di “circolarità viziose” tu stesso scrivevi a chiare lettere che «il modello
biologico ed evolutivo [...] cerca
di spiegare come la mente possa sorgere da ciò che non è mentale». E ancora, citando il testo di Giorgio Prodi, davi segno di
condividere perfettamente affermazioni di questo genere: «Esaminati, i fatti di
“coscienza” ci appaiono subito radicati su basi naturali incoscienti e
automatiche, e possono esistere solo sulle spalle di queste: la coscienza è solo la punta dell’iceberg, e se vogliamo
spiegare qualsiasi cosa (nel senso, semplicemente, di metterla in connessione)
dobbiamo ricorrere alla parte sommersa, a ciò che tiene la cima fuori
dell’acqua».
Dalla tua recensione al mio
libro, vedo invece che adesso ti disturba oltremodo che qualcuno avanzi l’antica tesi monista, secondo la quale la res cogitans
«viene dopo e dipende da quello che viene prima, ovvero le entità materiali, le
cose». Pertanto, a questo punto, non mi è chiaro se tu continui a mantenere in
qualche modo un naturalismo alla Prodi,
accompagnandolo però con la tesi secondo la quale i “fatti di coscienza” non
possono essere in alcun modo spiegati con un riferimento alle cose.
Forse, per limitare gli
effetti di questa divaricazione teorica, tu immagini davvero che il
“naturalismo” possa essere ridotto a una teoria della genesi e della evoluzione delle specie e delle loro funzioni biologiche; però, una
volta che la mente si dia, tu pensi che sia privo di senso studiare il suo
rapporto con le cose. A quel punto, la mente si sarebbe
infatti emancipata e
bisognerebbe studiarla soltanto per mezzo di concetti peculiari.
Viene allora
plausibilmente il dubbio che la vera vittima dell’anti-naturalismo di Cartesio,
il vero prigioniero della “gabbia d’acciaio” del dualismo (in
ordine ai fatti della mente), sia proprio questa tua posizione alquanto
strana. Per mostrarlo, vorrei discutere meglio di quali ingredienti è mai
fatta, alla fine dei conti, la tua ontologia. Provo a buttar giù qualche idea.
Che si diano fatti e
processi mentali (così come si danno fatti fisici o sociali) non
è mia preoccupazione negarlo. Nel libro (e in queste stesse note) io ho parlato
di “anima” e di “rapporti sociali”, di “artefatti” e di “informazione”, di
“simboli” e di “corpi”, di “proprietà incomputabili” e di “morfismi”,
di “realtà virtuali” e di “norme”, di “ragioni” e di “chiusura causale”,
di “lavoro” e di “intelletto sociale”. Di enti e di
proprietà di questo tipo ho esplicitamente parlato; di questi ingredienti è
dunque fatta la mia ontologia.
Come accade per le polpette
ed il vino, per la temperatura e per il saggio d’interesse bancario, per
l’energia cinetica come per il dolore, il problema della spiegazione scientifica
è in sostanza uno solo: quali relazioni è possibile
fissare tra gli ingredienti d’una data ontologia.
“Fissare relazioni tra gli
enti” – è bene metterlo anticipatamente in rilievo –
non significa affatto “eliminare” uno o l’altro degli enti in questione: così
come una polpetta è destinata a restare comunque una polpetta, anche quando io
te ne riveli gli ingredienti e il processo di preparazione, allo stesso modo la
temperatura resterà comunque una proprietà ordinaria dei corpi, anche quando io
volessi ricordarti che si tratta solo d’una media formale (quando siano date
certe proprietà dei costituenti microscopici dei corpi che hanno quella
temperatura). Anche se la temperatura può essere
considerata un mero “risultato” di questa media, nessuno s’azzarderebbe a dire
che si tratta – per questo – d’una grandezza “irreale”. Analogamente, a me
sembra che un dolore, un pensiero, un significato, un principio morale potrebbero restarsene tranquillamente un dolore, un
pensiero, un significato, un principio morale, anche quando qualcuno riuscisse
a porli in relazione con qualche ente o proprietà d’una più vasta ontologia.
Il punto è allora questo:
esiste qualche ragione di principio perché gli eventi e i processi “mentali” non possano essere posti in relazione
con eventi e processi di altro tipo?
Se ben capisco, già il solo
fatto di porre una domanda del genere significa a tuo avviso entrare nella
“gabbia” di Cartesio. Ma la tua preoccupazione a me sembra un po’ strana: io
pensavo che, nell’immaginario comune, una “gabbia” equivalesse piuttosto a un divieto, a un
impedimento, a una minaccia; pensavo che noi contemporanei
fossimo ormai d’accordo nel considerare semmai una “prigione” qualsiasi impedimento che offenda la libera
circolazione delle idee, tra i diversi saperi.
Io ero convinto che il
proposito di andare alla ricerca di relazioni “terrene”, tra gli spiriti e i
corpi, non spaventasse ormai neppure i preti; pensavo che il divieto di
attraversare le mitiche “colonne” (poste come un limite invalicabile all’ingegno
degli uomini) fosse stato infranto da tempo, dopo Francesco Bacone. Mi ritrovo invece di fronte a una obiezione sottile; l’errore “cartesiano” non starebbe
nella moltiplicazione delle ontologie, ma consisterebbe piuttosto nel negare
che la mente è una funzione originaria
della natura e nel negare – al contempo – che essa è tuttavia (nonostante la sua appartenenza
alla natura) un ente del tutto eterogeneo
rispetto a tutti gli altri enti
naturali.
Ho già fornito qualche
esempio circa l’esistenza di asserti che assegnano
alla materia biologica un potere “causale” (nel caso in cui si abbiano anomalie
nelle funzioni mentali). Per questo motivo – come ho già osservato in
precedenza – la presunta “impossibilità” di parlare in maniera sensata dei
rapporti tra le menti e le cose dovrebbe essere anche
per te molto fragile e molto limitata, se la nostra ontologia è (come penso)
comune e condivisa.
Qui, per “ontologia” intendo
tutto ciò di cui noi parliamo
correntemente, secondo i criteri convenzionali dell’agire scientifico,
entro l’orizzonte teorico accettato nella nostra comune forma di vita. Assumo
inoltre che il linguaggio adottato “copra” (in maniera accettabilmente coerente
e completa) tutta questa variegata ontologia. Salvo casi particolari, apposta costruiti,
ogni termine del linguaggio è legato “olisticamente” a un numero considerevole di altri termini, che ricoprono
parecchi domini. Malgrado molti saperi tendano alla
specializzazione, non si danno porzioni del linguaggio che possono essere
considerate naturalmente chiuse (in
maniera assoluta) e che evitino rigidamente i rinvii ad altre porzioni di
quello stesso linguaggio. Avanzo, ponendo questi assunti, alcune tesi alquanto
impegnative; me ne rendo ben conto. Ma mi sembra
difficile negarle, sostenendo l’assoluta impenetrabilità
di qualche “gioco linguistico” speciale.
A priori,
dati due diversi termini d’una stessa comune ontologia, mi sembrano possibili tre
sole fattispecie:
1) i due termini designano il
medesimo ente;
2) i due termini designano enti
diversi, tra i quali esiste qualche tipo di correlazione;
3) i due termini designano enti
completamente irrelati.
Schematicamente, nel caso
della “mente” e del “corpo”,
direi che la prima fattispecie potrebbe caratterizzare la posizione di un
ipotetico “eliminativista radicale”, di un
sostenitore convinto della “identità dei tipi”; però, visto che la collezione
di questi “eliminativisti” costituisce a quanto io ne
sappia un insieme alquanto vuoto, direi che si tratta di una figura retorica
costruita per finalità meramente polemiche, che non corrisponde ad alcun
individuo reale.
La terza fattispecie, quando
sia applicata alla filosofia della mente, corrisponde invece a
una petizione di principio, originata da una presunzione di carattere
ideologico. Se è infatti vero che – poniamo – quando
parlo correntemente della mia esperienza politica, estetica o religiosa, io non
faccio alcun riferimento agli stati cerebrali che rendono possibile quella
esperienza, è sicuramente falso che
non sussista alcuna relazione tra gli stati del mio cervello e quelle
esperienze politiche, estetiche o religiose.
Una obiezione potrebbe essere
questa: d’accordo, concediamo pure che ad ogni istanza di tipo mentale
corrisponda (almeno) un’istanza di tipo fisico; resterebbe il fatto che questa
corrispondenza è del tutto irrilevante, quanto al contenuto specifico di quella
esperienza politica, estetica e religiosa. Non sono del tutto sicuro che le
cose stiano esattamente in questo modo. Ma ammettiamo pure che le cose,
nell’ambito delle esperienze citate, stiano esattamente così; questo ci
autorizzerebbe forse a concludere che in tutti i casi in cui sono in gioco
processi di tipo mentale la conoscenza delle corrispondenti condizioni di tipo
fisico è del tutto irrilevante?
Attenzione: mentre io sono
pronto ad ammettere che si diano livelli di spiegazione per i
quali i processi fisici sono (sostanzialmente) irrilevanti, tu sei
portato invece a escludere che i
concetti fisici siano mai
applicabili, quando sono in gioco i processi mentali. La posizione più
impegnativa è senz’altro la tua; a te spetta l’onere della
prova. Dubito che questa prova “di principio” possa essere data; non
vedo – a dire il vero – in cosa potrebbe consistere una prova. Un conto è infatti costatare che due termini sono – per esempio – grammaticalmente (o categorialmente) diversi; altra cosa è mostrare che
quegli stessi termini non possono in
linea di principio essere messi in relazione tra loro, entro una
espressione linguistica che sia dotata di senso
La seconda
fattispecie è infine quella che mi sembra più appropriata, nel caso in esame.
Essa riconosce, per esempio, che il termine “sensazione di rosso” designa
qualcosa di completamente diverso rispetto al termine “attivazione dei coni
sensibili al rosso”, oppure rispetto al termine “campo elettromagnetico
oscillante alla frequenza del rosso”; tuttavia, è proprio grazie alle relazioni
di tipo formale che possono essere stabilite tra i termini di questo genere
(alludenti a qualche tipo di relazione tra gli enti designati) che il sapere
umano procede.
Vengo infine all’ultima
parte del mio lavoro.
Tu hai rilevato un certo
paradosso, per il fatto che io avrei abbracciato alla fine del libro una sorta
di dualismo metodologico, dopo aver
difeso il monismo nelle prime due
parti. In particolare, io avrei accolto l’idea secondo la quale i rapporti
sociali vanno studiati con apparati
concettuali diversi, rispetto a quelli che sono adeguati per studiare cose.
Ti propongo un punto di
vista un po’ diverso.
Io ho speso le prime due
parti del libro per argomentare che il pensiero e le teorie non se ne stanno
nell’iperuranio, ma stanno appunto tra le cose. Per
cambiare i pensieri e le teorie, occorre modificare le cose.
Analogamente, i rapporti
sociali non stanno nel cielo stellato, nel mondo 3, nelle realtà virtuali,
nello spazio rarefatto dove vivono allegramente i cibernauti.
Anche i rapporti sociali sono rapporti “materiali” e
se ne stanno appiccicati alle cose. Per modificarli, non basta levarsene l’idea
dalla testa, non basta cambiare una opinione; bisogna
invece cambiare certi rapporti tra cose. E se si accetta la tesi secondo la
quale i pensieri – a loro volta – sono condizionati dai rapporti
sociali, anche per questa strada si deve necessariamente concludere
che i pensieri dipendono dai rapporti tra cose.
Questa è stata in effetti, per alcune centinaia di anni,
la tesi dei monisti.
Al contrario,
ritenere che la mente, il pensiero e le idee (e altri enti astratti,
“materializzati” in cose) siano altrettanto “reali”, come lo sono le cose, significa “capovolgere il mondo”: questa era almeno
l’opinione di due grandi materialisti, spesso dimenticati, che hanno avuto in
sorte di ispirare per un secolo e mezzo una lotta concreta. Andrei un po’
cauto, prima di accostarli a Cartesio.
Mentre ci pensi, ti mando il mio
saluto.
Gianni.
Roma, 26 aprile 2003