IFICRATE                                                                     3

 

1. LĠateniese Ificrate fu ricordato non tanto per la grandezza delle imprese quanto per la disciplina militare. Infatti fu un tale comandante che non lo si pu˜ paragonare con i primi della sua epoca, ma neppure nessuno dei pi anziani gli era anteposto. Certamente partecip˜ molto in guerra, spesso comand˜ gli eserciti, mai per colpa sua condusse male la guerra, vinse sempre con giudizio e tanto valse in quella, che molte cose nellĠarte militare, in parte aggiunse nuove cose, in parte fece migliori cose. Infatti sostitu“ le armi della fanteria. Avendo i fanti usato, prima che lui fosse comandante, scudi molto grandi, brevi lance e piccoli gladi, egli al contrario sostitu“ la pelta alla parma - per la quale in seguito sono chiamati peltasti - affinchŽ fossero pi agili nel movimento e nello scontro, raddoppi˜ la misura della lancia, diede gladi pi lunghi. Inoltre sostitu“ il tipo delle corazze e diede corazze di lino al posto che a maglie di bronzo. E fatto ci˜ rese i soldati pi agili; infatti, tolto il peso, escogit˜ ci˜ che contemporaneamente proteggesse il corpo e fosse leggero.

2. Guerreggio con i Traci; rimise sul trono Seute, alleato degli Ateniesi. Presso Corinto resse l'esercito con tanto rigore che mai in Grecia si ebbero truppe nŽ meglio esercitate nŽ pi docili agli ordini; e le port˜ a tal punto di addestramento che, una volta dato dal comandante il segnale della battaglia, potevano senza l'intervento del capitano mantenere le file tanto bene da sembrare che ognuno fosse stato messo al suo posto da un comandante espertissimo. Con un esercito siffatto annient˜ una divisione degli Spartani e l'impresa ebbe enorme risonanza in tutta la Grecia. Una seconda volta, durante la stessa guerra, mise in fuga tutte le loro milizie: con che si conquist˜ una grande gloria. Quando Artaserse volle recare guerra al re dell'Egitto chiese agli Ateniesi come condottiero Ificrate, da mettere a capo dell'esercito dei mercenari, che era di dodicimila soldati; ed egli lo istru“ in tutti gli aspetti dell'arte militare tanto che, a quel modo che un tempo i soldati romani furono chiamati Fabiani, cosi presso i Greci godettero di grandissima fama gli Ificratesi. Lo stesso, mossosi in aiuto degli Spartani, imped“ gli attacchi di Epaminonda. Infatti se non fosse stato imminente il suo arrivo, i Tebani non si sarebbero ritirati da Sparta prima di averla presa e data alle fiamme.

3. Fu inoltre di animo grande, di statura e di prestanza maestose, tanto che col solo suo aspetto destava ammirazione in ognuno; ma era troppo restio alla fatica e poco tollerante, come ha tramandato Teopompo; tuttavia, buon cittadino e di grande lealtˆ. Lo dimostr˜ sia in altre circostanze sia, soprattutto, nel proteggere i figli del macedone Aminta. Infatti, morto Aminta, Euridice, madre di Perdicca e di Filippo, si rifugi˜ con questi due figli presso Ificrate e fu assistita dai mezzi di lui. Visse fino alla vecchiaia nella benevolenza dei suoi concittadini. Si difese in un processo capitale una sola volta, durante la guerra sociale, insieme a Timoteo e fu assolto. .Lasci˜ un figlio, Menesteo, nato da una donna della Tracia, figlia del re Coti. Il figlio, interrogato se stimasse di pi il padre o la madre, disse: "La madre". PoichŽ parve a tutti strano, soggiunse: "A ragione lo dico. Infatti il padre, per quanto dipese da lui, mi gener˜ Trace; la madre, invece, Ateniese".

 

ANNIBALE

 

1. Annibale, figlio di Amilcare, era Cartaginese. Se  vero, cosa di cui nessuno dubita, che il popolo Romano ha superato in valore tutti i popoli, non bisogna negare che Annibale fu cos“ tanto superiore agli altri generali in abilitˆ quanto il popolo Romano super˜ in forza tutti gli altri popoli. Infatti ogni volta che Annibale si scontr˜ con esso in Italia, sempre ne riusc“ vincitore. E se non fosse stato indebolito dall'ostilitˆ dei suoi concittadini in patria, sembra che avrebbe potuto sconfiggere i Romani. Ma l'ostilitˆ di molti vinse il valore di uno solo. In lui l'odio per i Romani lasciatogli dal padre come un'ereditˆ era cos“ radicato, che egli perse la vita senza perderlo, tanto che non cess˜ mai di combattere con l'animo contro i Romani, sebbene fosse stato cacciato dalla sua patria e avesse bisogno dei soccorsi altrui.

2. Difatti, per non parlare di Filippo, che pur distante fu reso nemico ai Romani, a quei tempi di tutti il re pi potente fu Antioco. Accese questo un desiderio tanto grande di combattere che tent˜ di guerreggiare con l'Italia fin dal Mar Rosso. Essendo degli ambasciatori romani andati da lui, i quali volevano indagare sui suoi incarichi, riguardo la sua volontˆ e darsi da fare con intrighi occulti, per rendere Annibale sospetto al re, come se Annibale la pensasse diversamente da prima, non fecero invano ci˜ e Annibale cap“ questo e si vide allontanato dalle sedute pi segrete. Al momento pi opportuno si present˜ davanti al re e dopo avergli ricordato molti fatti relativi alla sua fedeltˆ e all'odio verso i romani, questo aggiunse: "Mio padre Amilcare, quando ero un bambino, quando avevo non pi di nove anni, partendo per la Spagna da Cartagine come comandante supremo sacrific˜ delle vittime a Giove Ottimo Massimo. Mentre era portato a termine questo sacrificio mi domand˜ se volessi partire alla volta dell'accampamento con lui. Avendo volentieri accettato questa proposta e avendo cominciato a chiederli di non esitare a portarmi, quello disse: lo far˜ se mi avrai dato quella fiducia che chiedo. Frattanto mi port˜ presso l'altare dove aveva deciso di fare il sacrificio e allontanati gli altri mi comand˜ di promettere che non sarei mai stato amico dei Romani. Io ho mantenuto quel giuramento fatto al padre fino a questa etˆ in maniera che a nessuno debba esserci il dubbio che io non sar˜ dello stesso parere nel tempo restante. Perci˜ se penserai qualcosa di amichevole riguardo i Romani non agirai sconsideratamente se me lo terrai nascosto. Quando in veritˆ ordinerai la guerra, ingannerai te stesso se non mi metterai in quella come condottieroÓ.

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9. Messo in fuga Antioco, Annibale, temendo di essere consegnato ai Romani - il che sarebbe senza dubbio accaduto se si fosse lasciato trovare -, giunse a Creta dai Gortinii, per decidere l“ dove rifugiarsi. Cap“ per˜, uomo pi astuto di tutti, che si sarebbe trovato in grande pericolo, se non avesse escogitato qualcosa, a causa dellĠaviditˆ dei Cretesi: portava infatti con sŽ una gran quantitˆ di denaro di cui sapeva che era trapelata la fama. Pertanto prende tale decisione. Riempie parecchie anfore di piombo e ne ricopre la sommitˆ di oro e di argento. Alla presenza dei notabili depone poi queste nel tempio di Diana fingendo di affidare le sue fortune alla lealtˆ di quelli. Tratti in inganno costoro, riempie di tutto il suo denaro delle statue di bronzo che portava con sŽ e le getta nel cortile della casa. I Gortinii custodiscono con gran cura il tempio non tanto dagli altri, quanto da Annibale, per evitare che egli, a loro insaputa le togliesse e le portasse con sŽ.

10. Cos“, salvate le sue ricchezze, il Cartaginese, gabbati tutti i Cretesi, giunse da Prusia nel Ponto. E presso di lui si mantenne dello stesso stato dĠanimo verso lĠItalia e non fece nientĠaltro che armare il re e aizzarlo contro i Romani. Vedendo che egli non era abbastanza forte di risorse proprie, cercava di tirare dalla sua parte gli altri re e cercava di aggiungere alla sua causa popoli bellicosi. Non era dĠaccordo con lui Eumene il re di Pergamo, molto amico dei Romani, e cĠera guerra tra di loro sia per mare sia per terra: e tanto pi perci˜ Annibale desiderava che costui venisse tolto di mezzo. Ma su entrambi i fronti Eumene era pi forte per lĠalleanza dei Romani: Annibale pensava che se lo avesse eliminato, tutte le altre cose per lui sarebbero state pi facili. Per ucciderlo, escogit˜ questo stratagemma. Avrebbero combattuto con la flotta entro pochi giorni. Annibale era inferiore per numero di navi: bisognava che combattesse con lĠastuzia, dal momento che non era pari nelle armi. Ordin˜ che venisse preso il maggior numero possibile di serpenti velenosi vivi e che questi fossero gettati in vasi di coccio. Dopo averne messa insieme una grande quantitˆ, in quello stesso giorno in cui avrebbe fatto la battaglia navale, convoca i soldati della flotta ed ordina loro di concentrare tutti lĠattacco contro la sola nave del re éumene e di accontentarsi soltanto di difendersi dalle altre. Avrebbero facilmente raggiunto quellĠintento con la moltitudine dei serpenti. Avrebbe fatto lui poi in modo che sapessero su quale nave si trovasse il re: promette che, se lĠavessero preso o ucciso, avrebbero ottenuto un gran premio.

11. Esortati in tal modo i soldati, entrambi conducono la flotta. E formato lo schieramento delle navi, prima che venisse dato il segnale della battaglia, Annibale per rendere chiaro ai suoi in quale luogo si trovasse Eumene, manda un corriere in una scialuppa con il cadceo. Quando costui giunse alle navi degli avversari e, mostrando una lettera, dichiar˜ che cercava il re, subito fu condotto da Eumene, poichŽ nessuno dubitava che non ci fosse scritto qualcosa sulla pace. Il corriere, indicata cos“ ai suoi la nave del comandante, se ne ritorn˜ nel medesimo luogo da dove era partito. Ma Eumene aperta la lettera, non trov˜ in essa nulla se non frasi che miravano a prenderlo in giro. E benchŽ si domandasse meravigliato il motivo di quel fatto e non lo trovasse, tuttavia non esit˜ ad attaccare subito battaglia. Nello scontro di questi i Bitini, secondo lĠordine di Annibale, assalgono tutti insieme la nave di Eumene. Non potendo sostenere la loro violenza, il re cerca scampo nella fuga, e non lĠavrebbe trovato se non si fosse rifugiato entro i suoi pres“di, che erano collocati sul vicino litorale. Mentre le altre navi pergamene premevano pi accanitamente gli avversari, allĠimprovviso si cominciarono a gettare su di esse i vasi di coccio dei quali abbiamo fatto menzione sopra. Questi, lanciati, dapprima provocarono il riso ai combattenti, che non riuscivano a comprendere perchŽ ci˜ accadesse. Ma dopo che videro le loro navi riempite di serpenti, terrorizzati dalla novitˆ, non riuscendo a capire che cosa evitare prima, voltarono la poppa e si ritirarono nelle loro basi navali. Cos“ Annibale con lĠastuzia vinse le armate dei Pergameni, e non allora soltanto, ma spesso altre volte in combattimenti terrestri respinse gli avversari con pari accortezza.

12. Mentre in Asia si svolgevano questi fatti, accadde per caso che i legati di Prusia a Roma pranzassero a casa dellĠex-console Tito Quinzio Flaminino e che l“, caduto il discorso su Annibale, uno di loro dicesse che si trovava nel regno di Prusia. Il giorno dopo Flaminino rifer“ la cosa al senato. I senatori, poichŽ ritenevano che non sarebbero mai stati al sicuro finchŽ Annibale viveva, mandarono in Bitinia degli ambasciatori, e tra questi Flaminino, perchŽ chiedessero al re di non tenere con sŽ il loro peggior nemico e di consegnarlo. Prusia non os˜ dir loro di no; ma si oppose alla richiesta di fare di persona ci˜ che era contro la legge dellĠospitalitˆ: lo prendessero loro, se ci riuscivano: avrebbero trovato facilmente il luogo dove si trovava. Annibale infatti stava in un unico luogo, in una fortezza che gli era stata data in dono dal re, e lĠaveva sistemata in modo che avesse delle uscite in tutte le parti dellĠedificio, temendo evidentemente che accadesse ci˜ che accadde. Dopo che gli ambasciatori dei Romani furono giunti qui ed ebbero circondato la sua casa con un gran numero di soldati, uno schiavo, guardando fuori dalla porta, disse ad Annibale che cĠerano pi armati del solito. Egli allora gli ordin˜ di fare il giro di tutte le porte dellĠedificio e di riferirgli rapidamente se fosse assediato da tutte le parti nello stesso modo. Dopo che lo schiavo gli ebbe riferito velocemente che cosa ci fosse e gli ebbe annunciato che tutte le uscite erano controllate, cap“ che ci˜ non era accaduto per caso, ma che egli era ricercato e che non aveva vivere pi a lungo. E per non lasciarla allĠarbitrio altrui, memore della antiche virt, bevve il veleno che era solito avere sempre con sŽ.

13. Cos“ quellĠuomo fortissimo, dopo aver sostenuto molte e varie fatiche, trov˜ pace a settantĠanni. Sotto quali consoli sia morto non cĠ accordo. Infatti Attico lasci˜ scritto nel suo Annale che mor“ sotto il consolato di Marco Claudio Marcello e di Quinto Fabio Labeone, Polibio invece sotto il consolato di Lucio Emilio Paolo e di Cneo Bebio Tamfilo, Sulpicio  Blitone dĠaltro canto sotto il consolato di Publio Cornelio Cetego e di Marco Bebio Tamfilo. E questĠuomo tanto grande e impegnato in guerre tanto importanti, riusc“ a dedicare qualche tempo anche alle lettere. E infatti rimangono alcuni suoi libri, scritti in lingua greca, tra i quali uno dedicato ai Rodii sulle imprese di Cneo Manlio Volsone compiute in Asia. Molti tramandarono le sue imprese di guerra, ma tra questi due che furono nellĠaccampamento con lui e che vissero insieme a lui, finchŽ la sorte lo permise, Sileno e lo spartano Sosilo. Ed Annibale ebbe questo Sosilo come maestro di lettere greche. Ma  tempo che noi poniamo fine a questo libro e trattiamo i comandanti dei Romani, affinchŽ si possa giudicare pi facilmente, dopo aver confrontato le imprese degli uni e degli altri, quali uomini risultino superiori.

ATTICO

 

1. Tito Pomponio Attico, discendente da un'antichissima famiglia romana, mantenne sempre la dignitˆ equestre ereditata dagli antenati. Ebbe un padre oculato, indulgente e, per quelli che erano i tempi di allora, ricco e assai studioso delle lettere. Questi, siccome egli stesso amava gli studi, fece istruire il figlio in tutte le dottrine nelle quali deve essere istruito un giovane. Il fanciullo poi aveva, oltre alla facilitˆ di imparare, una meravigliosa dolcezza nella pronuncia, cos“ che non solo imparava facilmente quanto gli veniva insegnato, ma anche lo esponeva in maniera eccellente. Per questo da giovane veniva considerato particolare tra i coetanei e si metteva in mostra pi di quanto i nobili compagni di studi potessero sopportare di buon animo. Pertanto, con la sua applicazione incitava tutti; tra costoro vi furono L.Torquato, C. Mario figlio, M. Cicerone: con i suoi modi li conquist˜ al punto che nessuno in avvenire fu a loro pi caro.

2. Il padre mori presto. Ancor giovinetto, a causa della sua parentela con P. Sulpicio, che fu ucciso mentre era tribuno della plebe, non fu esente da un simile pericolo: infatti Anicia, la cugina di Pomponio, aveva sposato M. Servio, fratello di Sulpicio. .Pertanto, ucciso Sulpicio, come vide la cittˆ sconvolta dai tumulti di Cinna e che non gli era concessa la possibilitˆ di vivere secondo la dignitˆ del suo stato senza offendere l'una o l'altra delle due parti, perchŽ gli animi dei cittadini erano divisi, parteggiando gli uni per il partito di Silla, gli altri per quello di Cinna, ritenendo quella una circostanza adatta per attendere ai suoi studi, si rec˜ ad Atene. Questo non gli imped“ per˜ di aiutare con i suoi mezzi Mario il giovane, che era stato dichiarato nemico pubblico, a cui venne incontro con il denaro nel suo esilio. .E perchŽ quel suo soggiorno all'estero non arrecasse un qualche danno al suo patrimonio, trasfer“ colˆ gran parte delle sue fortune. Qua visse in modo da essere sommamente ed a buon diritto caro a tutti gli Ateniesi. .Infatti, a parte la sua amabilitˆ, che ebbe grande fin dalla adolescenza, spesso con le sue sostanze venne in soccorso della loro pubblica povertˆ. Quando infatti si trovavano nella necessitˆ di spegnere un debito con un nuovo prestito e non riuscivano ad aver condizioni eque di interesse, sempre intervenne personalmente ed in modo tale da non pretendere da loro nŽ interesse iniquo nŽ da permettere che il loro debito durasse pi a lungo di quanto fosse stato stabilito. L'una e l'altra cosa era loro salutare: infatti nŽ permetteva con proroghe che il loro debito si consolidasse, nŽ che crescesse con l'accumulo degli interessi. Accrebbe questo suo servigio anche con un'altra liberalitˆ; infatti don˜ frumento a tutti, in modo tale che a ciascuno toccassero sei moggi di grano: una misura che ad Atene  chiamata medimno.

3. Qui si comportava in modo tale, da apparire agli infimi uno di loro, ai maggiorenti un loro pari. Per la qual cosa, avvenne che a lui concedessero tutte le pubbliche onorificenze che potevano e volessero dargli la cittadinanza: ma lui declin˜ il beneficio perchŽ, secondo l'interpretazione di alcuni, si perde la cittadinanza romana, quando se ne prende un'altra. Per tutto il tempo che rimase lˆ, si oppose a che gli venissero innalzate statue di sorta; partito, non potŽ impedirlo. Cos“ collocarono alcuni suoi ritratti nei luoghi pi sacri: lo ritenevano ispiratore e protagonista in tutti gli affari dello Stato. Pertanto questo fu un primo dono della sorte: l'essere nato proprio nella cittˆ che era la sede del dominio del mondo, ed avere la stessa per patria e dimora; ma fu un segno della sua saggezza il fatto che recatosi in una cittˆ che superava tutte per antichitˆ, civiltˆ e scienza, seppe da essa farsi amare quanto nessun altro.

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13. Ed egli non fu ritenuto meno bravo amministratore che cittadino. Infatti, quantunque fosse danaroso, nessuno fu meno avido di comprare di lui, meno smanioso di costruire. Non per questo per˜ non ebbe una abitazione tra le migliori e non godette di tutte le comoditˆ. .Infatti abit˜ la casa Tanfiliana sul Quirinale, lasciatagli in ereditˆ dallo zio materno, la cui bellezza era costituita non tanto dall'edificio quanto dal bosco. La costruzione di per sŽ, fatta in tempi antichi, aveva pi buon gusto che sfarzo; in essa non apport˜ alcun cambiamento, eccetto se fu costretto dalla vetusta. Ebbe una servit, se si guarda all'utilitˆ, ottima, se all'apparenza, appena mediocre. Ne facevano parte schiavi eruditissimi, lettori ottimi e moltissimi copisti, s“ che tra i suoi accompagnatori non c'era nessuno che non sapesse fare bene l'una e l'altra cosa; parimenti quanto mai capaci tutti gli altri artigiani, che richiede il buon funzionamento di una casa. E nessuno di questi ebbe se non nato ed ammaestrato in casa; il che  segno non solo di parsimonia, ma anche di oculatezza. Infatti e il desiderare con misura quello che  desiderato dai pi deve essere ritenuto proprio del parsimonioso ed il procacciarsi le cose piuttosto con la solerzia che con il denaro,  segno di non mediocre operositˆ. Elegante, non magnifico; splendido, non sfarzoso; e tutto il suo zelo manifestava finezza, non sfarzo. Modesto l'arredamento e non eccessivo, s“ da non dare nell'occhio nŽ in un senso nŽ nel l'altro. E non passer˜ sotto silenzio, quantunque ci˜ possa sembrare ad alcuni di poco interesse, che benchŽ fosse cavaliere romano tra i pi ricchi ed invitasse a casa sua con grande liberalitˆ uomini di tutte le classi, egli era solito portare in uscita sul registro dei conti giornalieri non pi di tremila assi e in ugual misura per ogni mese. E questo lo diciamo non per sentito dire, ma per conoscenza diretta; spesso infatti in grazia dell'amicizia siamo stati partecipi dei suoi affari domestici.

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21. Giunse cos“ al compimento di settantasette anni e fino all'estrema vecchiaia crebbe non meno in dignitˆ che in simpatia e ricchezza (infatti ottenne molte ereditˆ per nessun'altra ragione che per la bontˆ) e godette anche di cos“ prospera salute che per trenta anni non ebbe bisogno di medicine; quando incapp˜ in una malattia, a cui all'inizio nŽ lui nŽ i medici dettero importanza: credettero infatti che si trattasse di una colica, per la quale si proponevano rimedi semplici ed efficaci. In questa trascorse tre mesi, senza dolori eccetto quelli che riceveva dalle cure, ma poi repentinamente il morbo scoppi˜ violento nel basso intestino s“ che verso la fine vennero fuori nei fianchi fistole purulente. E prima che gli capitasse questo, quando si accorse che i dolori crescevano ogni giorno pi e si erano aggiunti gli attacchi di febbre, mand˜ a chiamare il genero Agrippa e con lui L.Cornelio Balbo e Sesto Peduco. Quando li vide giunti, reggendosi sul gomito, disse: "Quanta premura e diligenza io abbia messo in opera in questo periodo per difendere la mia salute, avendo voi per testimoni, non  necessario che io stia a ricordare con molte parole. Vi ho dimostrato, spero, che non ho tralasciato nulla che servisse alla mia guarigione; allora rimane che sia io stesso a provvedere a me. Non ho voluto tenervi nascosto questo: ho deciso di smettere di alimentare la malattia. In questi giorni, con il cibo che ho preso, ho prolungato la vita solo per accrescere i dolori, senza speranza di guarigione. Perci˜ io chiedo a voi prima che approviate la mia decisione; poi che non cerchiate di impedirla con inutili esortazioni".

22. Disse queste parole con tanta fermezza di voce e di volto da sembrare che migrasse non dalla vita, ma da una dimora ad un'altra, mentre Agrippa piangendo e baciandolo lo pregava e lo scongiurava che non affrettasse a sŽ quello che la natura imponeva e, poichŽ anche allora poteva superare la crisi, si mantenesse per sŽ e per i suoi; ma egli rese vane le sue preghiere con la sua taciturna ostinazione. Cos“ non prese cibo per due giorni e d'improvviso la febbre spar“ e la malattia cominci˜ a migliorare; ma non per questo rinunzi˜ a mandare ad effetto il suo proponimento. Cos“ cinque giorni dopo aver preso quella decisione, il giorno prima delle calende di aprile, essendo consoli Gn. Domizio e Gaio Sosio, spir˜. Fu portato al funerale su una lettiga comune, come aveva egli stesso indicato, senza alcuna pompa funebre, accompagnato da tutti i buoni, tra la folla innumerevole del volgo. Fu sepolto lungo la via Appia, al quinto miglio, nel monumento di Q. Cecilio, suo zio materno.