Sallustio,
De coniuriatione Catilinae,
5,1-8 (trad. ital. Giancarlo Pontiggia)
Lucio Catilina, discendente da una nobile famiglia, fu
un uomo di grande energia intellettuale e fisica, ma di natura viziosa e
malvagia. Fin da ragazzo trovava il suo piacere nelle guerre intestine, nelle
stragi, nelle rapine, nella discordia civile; e qui esercit˜ la sua giovinezza.
Un corpo incredibilmente resistente alla fame, al gelo, alle veglie. Un animo
temerario, subdolo, versatile; in ogni cosa simulatore e dissimulatore; avido
dell'altrui, prodigo del proprio, ardente nelle passioni; di bella loquela, di
poca saggezza. In lui uno spirito insaziabile anelava sempre a cose smisurate,
incredibili, troppo alte. Dopo la dittatura di Lucio Silla era stato invaso da
una violenta bramosia di impadronirsi dello Stato; nessuno scrupolo su come
ottenerlo; suo unico scopo era regnare. Sempre di pi�, giorno dopo giorno,
quello spirito insofferente era esacerbato dalla ristrettezza del patrimonio
familiare e dal rimorso dei delitti, frutto tutti e due della condotta di vita
che ho giˆ prima ricordato. Lo incitavano inoltre i corrotti costumi della
cittˆ, che due mali rovinosi benchŽ contrastanti, il lusso e l'aviditˆ,
piagavano.
Tito Livio, Ab urbe condita libri, XXI,4,1-10 (trad. ital. Bianca Ceva)
Pochi e generalmente tutti i migliori furono del
parere di Annone; ma, come il pi� delle volte accade, su di essi prevalse la
maggioranza. Annibale, mandato in Spagna, al suo primo giungere attrasse le
simpatie di tutto l'esercito; i veterani credevano che fosse stato a loro
restituito Amilcare giovane, scorgendo in lui la stessa energia nel volto e la
stessa fierezza negli occhi, nella fisionomia e nei lineamenti del viso. Dopo
breve tempo, tuttavia, accadde che l'immagine del padre che era in lui, divenne
la causa meno importante perchŽ egli si conciliasse il favore dei soldati. Una
stessa natura non fu mai pi� atta a due opposte cose: all'obbedire e al
comandare. Pertanto, non avresti potuto facilmente giudicare se egli fosse pi�
caro al comandante o all'esercito, poichŽ Asdrubale, ogni volta che vi era da
prendere con forza ed energia qualche iniziativa, non preferiva alcun altro che
la guidasse, nŽ i soldati in altro capitano avevano pi� fiducia quando si
trattava di osare qualche ardita impresa. Massima era la sua audacia
nell'affrontare i pericoli, massima la sua prudenza negli stessi frangenti, da
nessun disagio il suo corpo poteva essere affaticato, nŽ il suo coraggio poteva
essere vinto. Sopportava parimenti il caldo e il freddo; la misura dei cibi e
delle bevande era determinata dal desiderio naturale non dal piacere; nŽ di
giorno nŽ di notte vi erano per lui ore fisse per il sonno e per la veglia;
quel tempo che restava, compiute le imprese, era dato al riposo, che non era
procurato nŽ da silenzio nŽ da soffice letto; molti, infatti, scorsero spesso
Annibale che giaceva in terra avvolto nel mantello militare, in mezzo alle
sentinelle e ai posti di guardia dei soldati. Il suo modo di vestire non era
diverso da quello dei coetanei; davano nellÕocchio solo le armi e i cavalli.
Era Annibale di gran lunga il primo tra i fanti e cavalieri; nell'avviarsi alla
battaglia precedeva tutti, finita la zuffa, ne ritornava ultimo. Tuttavia,
grandissimi vizi pareggiavano virt� cos“ grandi: una feroce crudeltˆ, una
malafede pi� che cartaginese, una continua menzogna, nessun rispetto per la
religione, nessun timore degli dei, lo spregio del giuramento, la mancanza di
ogni scrupolo. Con questo insieme di virt� e di vizi per tre anni prest˜
servizi sotto il comando di Asdrubale, non avendo trascurato cosa alcuna che
dovesse compiere o conoscere un uomo che era destinato a divenire un grande
capitano.
Tacito, Annales, XIV,15,1-5; (trad. ital. Bianca Ceva)
Tuttavia,
per scendere all'obbrobrio di offrire spettacolo di sŽ in un pubblico teatro,
istitu“ dei giochi chiamati Invernali, ai quali a poco a poco si iscrissero
molte persone. A ciascuna di queste la nobiltˆ, l'etˆ, o la dignitˆ delle
cariche assunte non furono di ostacolo ad esercitare l'arte degli istrioni
greci e romani, fino a compiere gesti o a tenere atteggiamenti indegni di
uomini, e a tutto ci˜ si aggiungeva anche il fatto che delle gentildonne si
preparavano a dare turpi rappresentazioni. Presso il bosco che Augusto aveva
fatto piantare intorno al lago della naumachia si organizzarono ritrovi e
taverne, dove erano posti in vendita eccitanti di lussuria. Si distribuivano
anche monete che le persone oneste spendevano in quei negozi, costrette dalla
necessitˆ, e le corrotte per vana ostentazione. Cominciarono cos“ a dilagare
scelleratezze, infamie, nŽ mai pubblica corruzione accolse in sŽ una maggior
frenesia di lussuria, di quel miscuglio osceno. A stento il senso dell'onore
pu˜ essere conservato con l'esercizio di oneste occupazioni; tra coloro, invece,
che gareggiano nell'immergersi nei vizi, � molto pi� difficile serbare pudore,
moderazione, un minimo soltanto di retto costume. Come ultimo obbrobrio Nerone
stesso si present˜ sulla scena, e tocc˜ con molta cura le corde della cetra
preludiando sotto la direzione dei maestri di canto. Erano venuti per assistere
la coorte pretoriana, i centurioni, i tribuni e Burro, afflitto e pur
plaudente. Allora per la prima volta erano stati reclutati dei cavalieri romani
di nome Augustiani, giovani e fortissimi, alcuni di natura sfacciata ed
insolente, altri accesi dalla speranza di acquistare autoritˆ. Costoro giorno e
notte facevano risonare i loro applausi, esaltando con epiteti divini la
bellezza del principe e la voce di lui; essi se la passavano godendo fama e
onori, come se si dedicassero a opere di virt�.