Seneca, Agamemnon, vv. b 867-909 (trad. ital. Guido Paduano)

[Ca.] Res agitur intus magna, par annis decem.

eheu quid hoc est? anime, consurge et cape

pretium furoris: uicimus uicti Phryges.

bene est, resurgis Troia; traxisti iacens                      870

pares Mycenas, terga dat uictor tuus!

Tam clara numquam prouidae mentis furor

ostendit oculis: uideo et intersum et fruor;

imago uisus dubia non fallit meos:

spectemus! epulae regia instructae domo,                  875

quales fuerunt ultimae Phrygibus dapes,

celebrantur: ostro lectus Iliaco nitet

merumque in auro ueteris Assaraci trahunt.

et ipse picta ueste sublimis iacet,

Priami superbas corpore exuuias gerens.                   880

      Detrahere cultus uxor hostiles iubet,

induere potius coniugis fidae manu

textos amictus—horreo atque animo tremo:

regemne perimet exul et adulter uirum?

uenere fata. sanguinem extremae dapes                      885

domini uidebunt et cruor Baccho incidet.

Mortifera uinctum perfidae tradit neci

induta uestis: exitum manibus negant

caputque laxi et inuii cludunt sinus.

haurit trementi semiuir dextra latus,                      890

nec penitus egit: uulnere in medio stupet.

At ille, ut altis hispidus siluis aper

cum casse uinctus temptat egressus tamen

artatque motu uincla et in cassum furit,

cupit fluentes undique et caecos sinus                      895

dissicere et hostem quaerit implicitus suum.

      Armat bipenni Tyndaris dextram furens,

qualisque ad aras colla taurorum prius

designat oculis * * * *

* * * antequam ferro petat,

sic huc et illuc impiam librat manum.                      900

habet, peractum est. pendet exigua male

caput amputatum parte et hinc trunco cruor

exundat, illinc ora cum fremitu iacent.

Nondum recedunt: ille iam exanimem petit

laceratque corpus, illa fodientem adiuuat.                      905

uterque tanto scelere respondet suis:

est hic Thyestae natus, haec Helenae soror.

      Stat ecce Titan dubius emerito die,

suane currat an Thyestea uia.


 

 

Un fatto grande avviene lˆ dentro, pari a dieci anni di guerra. Che cosĠ questo? Sollevati, anima mia, e ricevi il premio della tua follia: abbiamo vinto, noi, i Troiani sconfitti. Bene! Tu, Troia, risorgi: giacendo hai trascinato nella tua rovina Micene, e il tuo vincitore  messo in fuga! Mai il folleggiare della mia mente profetica mi ha mostrato visioni cos“ chiare, la vedo, ne partecipo, la godo; non  unĠimmagine incerta che inganna gli occhi: guardiamo! Nella reggia si celebra un banchetto allestito, simile allĠultimo banchetto dei Troiani; il letto risplende di porpora troiana, e bevono il vino nelle coppe del nostro antenato Assaraco. Lui siede in alto in una veste adorna: quelle che porta addosso sono le superbe spoglie di Priamo. Ma la moglie lo invita a togliersi la veste nemica e a indossare piuttosto quella tessuta da lei, la moglie fedele: inorridisco e tremo nel mio cuore: il profugo ucciderˆ il re, lĠadultero il marito? Il destino  giunto; la fine del banchetto vedrˆ spargere il sangue del mio padrone, e mescolarsi al vino. La veste mortale indossata da Agamennone lo consegna legato allĠassassinio; nega scampo alle mani, mentre pieghe allentate e inestricabili chiudono il capo. Il mezzo uomo con mano tremante gli trafigge il fianco, ma non in profonditˆ: resta attonito a metˆ del colpo. Come un cinghiale ispido che nel profondo della selva  rimasto impigliato dentro una rete e, mentre cerca vie dĠuscita, con il suo stesso movimento stringe di pi i nodi e infuria invano, cos“ Agamennone vuole lacerare le pieghe cieche che da ogni parte lo avvolgono, e imprigionato cerca il suo nemico. In preda alla follia la figlia di Tindaro con la destra armata di una scure, come sullĠaltare si misura con lo sguardo il collo dei toriÉ prima di colpirli col ferro, allo stesso modo vibra la mano empia qua e lˆ. Ha ricevuto il colpo,  finita. Il capo reciso pende malamente con un piccolo lembo, il sangue sgorga dal tronco, mentre giace la faccia devastata da un tremito. Non se ne vanno ancora: Egisto infierisce ancora straziando il corpo esanime, Clitennestra lo aiuta a farlo. Entrambi in questo modo si mantengono fedeli agli usi della loro famiglia, lui figlio di Tieste, lei sorella di Elena. Nel giorno ormai compiuto il sole resta incerto se procedere per la sua strada o per quella di Tieste.


 

 

Terenzio, Heautontimorumenos, vv. 1-52 (trad. ital. Lisa Piazzi)

Nequoi sit vostrum mirum quor partis seni

poeta dederit quae sunt adulescentium,

id primum dicam, deinde quod veni eloquar.

ex integra Graeca integram comoediam

hodie sum acturus H[e]auton timorumenon,          5

duplex quae ex argumento facta est simplici.

novam esse ostendi et quae esset: nunc qui scripserit

et quoia Graeca sit, ni partem maxumam

existumarem scire vostrum, id dicerem.

nunc quam ob rem has partis didicerim paucis dabo.     10

oratorem esse voluit me, non prologum:

vostrum iudicium fecit; me actorem dedit.

sed hic actor tantum poterit a facundia

quantum ille potuit cogitare commode

qui orationem hanc scripsit quam dicturu' sum?       15

nam quod rumores distulerunt malevoli

multas contaminasse Graecas, dum facit

paucas Latinas: factum id esse hic non negat

neque se pigere et deinde facturum autumat.

habet bonorum exemplum quo exemplo sibi     20

licere [id] facere quod illi fecerunt putat.

tum quod malevolu' vetu' poeta dictitat

repente ad studium hunc se adplicasse musicum,

amicum ingenio fretum, haud natura sua:

arbitrium vostrum, vostra existumatio          25

valebit. quare omnis vos oratos volo,

ne plus iniquom possit quam aequom oratio.

facite aequi siti', date crescendi copiam

novarum qui spectandi faciunt copiam

sine vitiis. ne ille pro se dictum existumet     30

qui nuper fecit servo currenti in via

decesse populum: quor insano serviat?

de illi(u)s peccatis plura dicet quom dabit

alias novas, nisi finem maledictis facit.

adeste aequo animo, date potestatem mihi       35

statariam agere ut liceat per silentium,

ne semper servo' currens, iratus senex,

edax parasitu', sycophanta autem inpudens,

avaru' leno adsidue agendi sint seni

clamore summo, cum labore maxumo.        40

mea causa causam hanc iustam esse animum inducite,

ut aliqua pars labori' minuatur mihi.

nam nunc novas qui scribunt nil parcunt seni:

siquae laboriosast, ad me curritur;

si lenis est, ad alium defertur gregem.      45

in hac est pura oratio. experimini

in utramque partem ingenium quid possit meum.

[si numquam avare pretium statui arti meae

et eum esse quaestum in animum induxi maxumum,

quam maxume servire vostris commodis:]        50

exemplum statuite in me, ut adulescentuli

vobis placere studeant potiu' quam sibi.

 

 

Vi meravigliate che il poeta abbia assegnato la parte di un ragazzo a un vecchio? Vi spiego subito il motivo. Poi vi dir˜ perchŽ sono venuto qui. Oggi metto in scena il Punitore di sŽ stesso, una commedia nuova tratta da un testo greco non ancora sfruttato. LĠazione  unitaria, duplice lĠintrigo. Vi ho detto che  nuova e qual  il titolo. Potrei aggiungere il nome dellĠautore e di chi ha scritto lĠoriginale greco, ma la maggior parte di voi li conosce giˆ. PerchŽ recito questa parte? Ve lo spiego in due parole. LĠautore ha voluto che io fossi non il prologo, ma il suo portavoce, che voi foste i giudici e io lĠavvocato. Ma la mia difesa sarˆ efficace solo nella misura in cui lĠautore ha trovato argomenti validi per 1Ġarringa che sto per pronunciare. Certe malelingue vanno dicendo che lĠautore ha fuso insieme molte commedie greche, per ricavarne poche latine.

Lui non lo nega, non gli rincresce, anzi dice che lo farˆ ancora. Ha lĠesempio di ottimi autori, e ritiene di avere diritto di fare come loro. Ma cĠ di pi: un vecchio poeta malevolo dice in giro che lui, lĠautore, si  improvvisato commediografo fidando sul talento degli amici, non sul suo. Su questo punto sarete voi i giudici, sarˆ il vostro parere a dettare legge. Perci˜, vi prego, non date maggiore credito alla voce dei malvagi che a quella degli onesti. Siate imparziali, e date modo di affermarsi a chi vi offre lĠoccasione di vedere commedie inedite e prive di difetti. E non pensi che si alluda a lui, quel tale che poco tempo fa ha messo in scena un servo che corre come un matto mentre la folla (chissˆ perchŽ?) gli cede il passo. Quando questĠuomo darˆ nuove commedie, il nostro autore ne denuncerˆ tutte le balordaggini, se non la smette di diffamare. Assistete ora allo spettacolo con animo benevolo e, senza fare chiasso, lasciatemi rappresentare una commedia poco movimentata. Che io non debba sempre, a questĠetˆ, sgolarmi e sudare sangue nelle parti del servo che corre, del vecchio iroso, del parassita mangione, del calunniatore sfrontato, dellĠavido ruffiano.

Persuadetevi, almeno per un riguardo a me, che queste sono ragioni giuste, cos“ allevierete un poĠ della mia fatica. PerchŽ oggi gli autori di commedie non risparmiano nulla a questo vecchio attore. Se sono faticose, vengono da me. Se sono poco impegnative, si rivolgono a unĠaltra compagnia. Nella commedia che vedrete cĠ solo dialogo. Lasciate che vi mostri come so recitare anche in questo genere di teatro. Se  vero che non ho mai preteso di guadagnare molto con la mia arte, convinto come sono che il mio maggior compenso stia nellĠavervi fatto divertire il pi possibile, fate che io serva da esempio ai giovani attori, perchŽ sĠimpegnino a piacere pi a voi che a loro stessi.


Plauto, Pseudolus, vv. 394-414 (trad. ital. Mario Scandola)

 

 

postquam illic hinc abiit, tu astas solus, Pseudole.

quid nunc acturu's, postquam erili filio                395

largitu's dictis dapsilis? ubi sunt ea?

quoi neque paratast gutta certi consili,

[neque adeo argenti—neque nunc quid faciam scio.]

neque exordiri primum unde occipias habes,

neque ad detexundam telam certos terminos.       400

sed quasi poeta, tabulas cum cepit sibi,

quaerit quod nusquamst gentium, reperit tamen,

facit illud veri simile, quod mendacium est,

nunc ego poeta fiam: viginti minas,

quae nusquam nunc sunt gentium, inveniam tamen.    405

[atque ego me iam pridem huic daturum dixeram

et volui inicere tragulam in nostrum senem;

verum is nescio quo pacto praesensit prius.]

sed comprimundast vox mihi atque oratio:

erum eccum video huc Simonem una simul       410

cum suo vicino Calliphone incedere.

ex hoc sepulcro vetere viginti minas

effodiam ego hodie, quas dem erili filio.

nunc huc concedam, unde horum sermonem legam.

Per Giove! Come mi riesce bene e felicemente tutto quel che faccio! Nella mia testa  riposto un progetto che non lascia luogo a dubbi o a timori. Eh s“; sarebbe una sciocchezza affidare una grande impresa a un cuore pavido. PerchŽ ogni cosa acquista il suo valore a seconda del modo in cui la fai, a seconda dellĠimportanza che tu le attribuisci. Quanto a me, ho preparato prima nella mia testa le mie schiere, ho disposto su due, su tre file, i miei inganni e le mie perfidie, in modo che, ovunque mĠabbia a scontrare col nemico, – lo dir˜ fidando nel valore dei miei antenati, nella mia intraprendenza e nella mia fraudolenta malizia, – io possa facilmente spogliare i miei avversari grazie alle mie perfidie. Ora questo comune nemico, mio e di tutti voi, Ballione, io lo sbalestrer˜ perbene; prestate attenzione, soltanto. Voglio investire questa fortezza (indica la casa di Ballione), perchŽ oggi sia presa, e condurr˜ qua le mie legioni; se la espugno – e io render˜ facile questĠimpresa ai miei concittadini – senza por tempo in mezzo condurr˜ subito il mio esercito contro questĠaltra vecchia fortezza (indica la casa di Simone). Poi mi caricher˜, mi rimpinzer˜ di bottino, e assieme a me i miei cooperatori, perchŽ sappiano che io sono nato per gettare il terrore e lo scompiglio nei miei avversari. Da tale razza io sono nato: bisogna chĠio compia grandi imprese, che lascino di me una fama chiara e duraturaÉ Ma chi sto vedendo? Chi  questo sconosciuto che si offre al mio sguardo? Son curioso di sapere cosa vuole con quella spada. Star˜ in agguato e spier˜ le sue mosse. (Si trae in disparte.)