Marziale 10.35

Omnes Sulpiciam legant puellae,

Uni quae cupiunt viro placere;

Omnes Sulpiciam legant mariti,

Uni qui cupiunt placere nuptae.

Non haec Colchidos adserit furorem 5

Diri prandia nec refert Thyestae;

Scyllam, Byblida nec fuisse credit:

Sed castos docet et pios amores,

Lusus, delicias facetiasque.

Cuius carmina qui bene aestimarit, 10

Nullam dixerit esse nequiorem,

Nullam dixerit esse sanctiorem.

Tales Egeriae iocos fuisse

Udo crediderim Numae sub antro.

Hac condiscipula vel hac magistra 15

Esses doctior et pudica, Sappho:

Sed tecum pariter simulque visam

Durus Sulpiciam Phaon amaret.

Frustra: namque ea nec Tonantis uxor

Nec Bacchi nec Apollinis puella 20

Erepto sibi viveret Caleno.

‘Leggano Sulpicia tutte le ragazze che vogliono piacere soltanto al loro uomo, leggano Sulpicia tutti i mariti che vogliono piacere soltanto alla loro sposa. Non tira in ballo, lei, il furore di Medea, non descrive il banchetto dello scellerato Tieste; Scilla e Biblide non crede che siano esistite: insegna invece casti e onesti amori, moine, affettuosità, motteggi. Chi saprà apprezzare le sue poesie riconoscerà che non v’è donna più birichina, che non v’è donna più onesta. Tali voglio credere che siano state le intimità di Egeria con Numa nell’umida grotta. Se avessi avuto lei come condiscepola o come maestra, saresti stata più dotta e casta, Saffo: ma se avesse visto a un tempo insieme te e Sulpicia, di lei l’insensibile Faone si sarebbe innamorato. Invano, perché lei non vorrebbe vivere né come sposa del Tonante, né come amante di Bacco o d’Apollo, se le fosse tolto il suo Caleno’. (da Marco Valerio Marziale: Epigrammi, 2 voll., trad. di Mario Scàndola, note di Elena Merli, BUR, Milano 1996)

Marziale 10.38

O molles tibi quindecim, Calene,

Quos cum Sulpicia tua iugales

Indulsit deus et peregit annos!

O nox omnis et hora, quae notata est

Caris litoris Indici lapillis! 5

O quae proelia, quas utrimque pugnas

Felix lectulus et lucerna vidit

Nimbis ebria Nicerotianis!

Vixisti tribus, o Calene, lustris:

Aetas haec tibi tota conputatur 10

Et solos numeras dies mariti.

Ex illis tibi si diu rogatam

Lucem redderet Atropos vel unam,

Malles, quam Pyliam quater senectam.

‘Che delizia per te, Caleno, i quindici anni di matrimonio che un dio ti ha concesso di trascorrere per intero con la tua Sulpicia! Che notti, che ore, tutte segnate da perle preziose della costa indiana! Che giostre, che schermaglie tra voi hanno visto – beati loro! – il letto e la lampada impregnata di essenze di Nicerote! Sei vissuto per tre lustri, Caleno: questo è per te il solo tempo che conta, solo i giorni in cui sei stato suo marito tu consideri. Se di questi giorni te ne rendesse anche solo uno a furia di insistere Atropo, lo preferiresti a quattro volte la vecchiaia del re di Pilo’. (M. Scàndola)

Sulpiciae Conquestio 67-68

nam laureta Numae fontisque habitamus eosdem

et comite Egeria ridemus inania coepta.

‘Infatti noi [Calliope e le altre Muse] abitiamo il bosco di allori e le stesse fonti di Numa, e, in compagnia di Egeria, ridiamo di questi vani sforzi’.

Marziale 7.69.5-10

vivet opus quodcumque per has emiserit aures;

tam non femineum nec populare sapit.

Non tua Pantaenis nimium se praeferat illis,

quamvis Pierio sit bene nota choro.

carmina fingentem Sappho laudabat amatrix:

castior haec et non doctior illa fuit.

‘Avrà vita ogni opera che avrai fatto passare per il suo orecchio, a tal punto il suo gusto non ha nulla di femminile e di ordinario. Non avrà troppo da anteporsi a lei la tua Pantenide, anche se è ben nota alla schiera delle Muse. L’amorosa Saffo lodava la sua amica poetessa: è più casta questa e non più dotta quella’ (trad. M. Scàndola).

Properzio 2.15.1-4

O me felicem! o nox mihi candida! et o tu

lectule deliciis facte beate meis!

quam multa apposita narramus verba lucerna,

quantaque sublato lumine rixa fuit!

‘Oh me felice, o notte per me splendida, o dolce letto reso beato dalla mia delizia! Quante parole ci siamo detti distesi accanto alla lucerna, e quante battaglie d’amore abbiamo ingaggiato allontanato il lume!’ (trad. L. Canali).

Prop. 2.15.37-40

Quod mihi si interdum talis concedere noctes

illa velit, vitae longus et annus erit.

Si dabit et multas, fiam immortalis in illis:

nocte una quivis vel deus esse potest.

‘Se ella volesse concedermi talvolta di tali notti, anche un anno di vita sarà lungo. Se poi me ne concederà molte, allora in esse diventerò immortale: chiunque in una sola notte può trasformarsi in un dio’ (trad. L. Canali).

Ausonio p. 139 Green

‘Lasciva est nobis pagina, vita proba’, ut Martialis dicit [1.4.8]. Meminerint autem, quippe eruditi, probissimo viro Plinio in poematiis lasciviam, in moribus constitisse censuram, prurire opusculum Sulpiciae, frontem caperrare’.

‘"La mia pagina è sboccata, ma la mia vita è virtuosa", come dice Marziale [1.4.8]. Vi ricorderete peraltro, in quanto persone di cultura, che il virtuosissimo Plinio (il Giovane) era lascivo nelle sue poesie, severo nei suoi costumi, e che l’operetta di Sulpicia era lasciva, mentre la sua fronte era corrucciata’.

Sidonio Apollinare Carmina 9.259-64

Non Gaetulicus hic tibi legetur,

non Marsus, Pedo, Silius, Tibullus,

non quod Sulpiciae iocus Thaliae

scripsit blandiloquum suo Caleno,

non Persi rigor aut lepos Properti,

sed nec centimeter Terentianus.

‘Qui non leggerai Getulico, non (Domizio) Marso, (Albinovano) Pedone, Silio (Italico), Tibullo, non ciò che lo scherzo della Talìa di Sulpicia scrisse di seducente al suo Caleno, non la durezza di Persio, ma neanche Terenziano (Mauro) dal gran numero di metri’.

Fulgenzio Myth. 1, pp. 3-4 Helm

Neque enim illas Eroidarum arbitreris lucerna meis praesules libris, quibus aut Sulpicillae procacitas aut Psices curiositas declarata est.

‘E non credere che faranno da guida nei miei libri quelle lucerne delle Eroine (delle Heroides di Ovidio?), da cui fu rivelata la la licenziosità di Sulpicilla, o la curiosità di Psiche’.

Fulgenzio, Myth. 1, pp. 12-13 Helm

Nescis, inquit (sc. Calliope), Fulgenti, rudis accola Pieridum, quantum Satyram matronae formident; licet mulierum verbialibus undis et causidici cedant nec grammatici muttiant, rhetor taceat et clamorem praeco conpescat, sola est quae modum inponit furentibus, licet Petroniana subit Albucia. Hac etenim alludente et Plautinae Saureae dominatus obdormit et Sulpicillae Ausonianae loquacitas deperit Sallustianaeque Semproniae quamvis praesens sit Catilina melos cantandi raucescit’.

‘Non sai, disse (Calliope), o Fulgenzio, inesperto concittadino delle Pieridi (=Muse), quanto le donne temano la Satira; per quanto anche gli avvocati si ritirino di fronte alle onde di parole delle donne e i grammatici ammutoliscano, il retore stia zitto e il banditore spenga il suo gridare, essa sola è in grado di imporre moderazione al loro infuriare, anche se si fa avanti l’Albucia di Petronio. Quando questa scherza, infatti, viene meno lo strapotere della Saurea di Plauto e muore la loquacità della Sulpicilla di Ausonio, e il canto della Sempronia di Sallustio si fa roco anche se è presente Catilina’.

Giovenale Satire 6.535-38

Ille petit veniam, quotiens non abstinet uxor

concubitu sacris observandisque diebus

magnaque debetur violato poena cadurco

et movisse caput visa est argentea serpens.

‘È lui che intercede per la sposa quando, nei periodi solenni di astinenza, non rifugge l’amplesso ed una grande pena si dovrebbe scontare per questa violazione del letto coniugale: si è visto infatti il serpente d’argento muovere il capo’ (P. Frassinetti, UTET)

‘Probus Vallae’ a Iuv. 6.537

membrum mulieris (inquit Probus) intelligitur, cum sit membri muliebris velamen. Vel, ut alii, est instita, qua lectus intenditur, unde ait Sulpicia:

si me cadurci restitutis fasciis

nudam Caleno concubantem proferat.

Apparato critico (da Courtney (1993) 361 e Blänsdorf (1995)):

Sulpicia: si me Bücheler: Sulpicius ne Valla: Sulpicia ne me Pithoeus| cadurcis codd.: cadurci T. Muncker ad Fulgent. I p. 598 (1681): cadurcus D. A. Russell: cadurcum Waterhouse | destitutam Pithoeus: dissolutis Bücheler, Baehrens | 2 nudum Caleno concubentem Valla, corr. Pithoeus | consubantem Cazzaniga (1967) | proferas Muncker

‘Si deve intendere [con cadurcum] – dice Probo – l’organo genitale femminile, poiché esso è la copertura dell’organo femminile. Oppure, come altri intendono, è la cinghia su cui il letto viene steso, onde Sulpicia dice:

Se, una volta riparate le cinghie per il materasso, [soggetto mancante] mi mostrasse nuda a letto con Caleno…