Una donna che scrive poesia: Sulpicia

Premessa

In questa Unità esamineremo l’opera dell’unica poetessa romana di cui ci sia rimasta l’opera, o almeno una parte di essa: Sulpicia, aristocratica romana di età augustea, le cui sei brevi elegie (per un totale di quaranta versi) ci sono state conservate tra i componimenti della cosiddetta Appendix Tibulliana (il libro 3 del Corpus Tibullianum). Il caso di Sulpicia è interessante sia per l’opera in sé, che per la storia della sua ricezione: il modo in cui vengono lette, interpretate, e studiate le poesia dell’unica donna scrittrice di Roma antica ci dice molte cose sui pregiudizi ideologici dei classicisti di ogni epoca.

• come è costituito il Corpus Tibullianum;

• cosa ha scritto Sulpicia, e quali sono i principali problemi esegetici che pongono le sue non facili elegie;

• cosa possiamo dire sulle figure storiche di Sulpicia e del suo amato Cerinthus;

• come è stata recepita la figura di Sulpicia nei commenti filologici alla sua opera dal Rinascimento a oggi;

• come si configura il risveglio di interesse per Sulpicia nella critica recente.

1. Il ciclo di Sulpicia nel Corpus Tibullianum.

Contenuto del capitolo. In questo capitolo presenteremo il Corpus Tibullianum. Le sei elegie di Sulpicia, infatti, ci sono tramandate come un ciclo di carmi contenuto all’interno del libro 3 del Corpus Tibullianum (3.13-18 = 4.7-12). Precede queste sei elegie, apparentemente scritte da Sulpicia, un gruppo di cinque elegie (3.8-12 = 4.2-6) in cui un altro poeta anonimo parla dell’amore di Sulpicia per Cerinthus, assumendo per due volte (3.9 e 3.11) la ‘maschera’ di Sulpicia stessa.

1.1 Il Corpus Tibullianum. Sotto il nome del poeta elegiaco Tibullo (ca. 50/55-19 a.C.), oltre ai primi due sicuramente autentici, è tramandato anche un terzo libro, diviso a sua volta in due parti (libro 3 e 4) in età umanistica. Esso raccoglie componimenti vari di autori diversi, ed è noto anche come Appendix Tibulliana. Insieme ai primi due libri autentici di Tibullo, forma il cosiddetto corpus Tibullianum. L’Appendix Tibulliana sicuramente è almeno in parte il prodotto di artisti facenti parte del ‘circolo di Messalla’: l’importanza di Messalla in questi componimenti è evidente. Ma non è neppure da escludere che in realtà qualcuna, o addirittura la maggior parte, di queste poesie, risalgano a un’epoca successiva.

L’Appendix Tibulliana è tradizionalmente suddivisa in cinque distinte sezioni:

(1) 3.1-6: sei elegie il cui autore dichiarato è un certo Lygdamus, innamorato di Neaera, per complessivi 226 versi (elegie mediamente più brevi di quelle dei libri 1-2: in media 38 per ognuna).

(2) 3.7 (=4.1): il Panegirico di Messalla (Panegyricus Messallae), di autore ignoto: l’unico componimento del corpus che non è in metro elegiaco: un poemetto in 211 esametri che tessono l’elogio del Messalla patrono di Tibullo.

(3) 3.8-12 (=4.2-6): cinque elegie di un autore sconosciuto (il cosiddetto ‘Amicus Sulpiciae’) sull’amore di Sulpicia per un giovane chiamato con lo pseudonimo di Cerinthus, per complessivi 114 versi (in media 23 versi per ogni elegia). Vedi sotto, però, per problemi nell’attribuzione.

(4) 3.13-18 (=4.7-12): sei brevi elegie la cui autrice dichiarata è Sulpicia, per complessivi 40 versi (in media 7 versi per ogni elegia).

(5) 3.19-20 (=4.13-14): due elegie conclusive (3.19 = 24 versi; 3.20 = quattro versi) di un poeta che (in 3.19) dichiara di essere Tibullo (cosa tutt’altro che certa).

1.2 Il ciclo di elegie ‘su’ Sulpicia ([Tib.] 3.8-12 = 4.2-6). Queste cinque elegie presentano da vari punti di visti il ‘romanzo d’amore’ tra Sulpicia e Cerinthus. In tre delle elegie si parla in terza persona. In 3.8 viene esaltata la bellezza di Sulpicia: si è vestita in modo elegante per le Calende di marzo (la festa dei Matronalia, una delle principali feste femminili dell’anno), ma è bella in qualunque modo si vesta. In 3.10 viene invocato Apollo medico affinché guarisca la ragazza malata (il tema della malattia tornerà in 3.17). In 3.12 si descrive, nel giorno del compleanno di Sulpicia (cf. 3.14-15), l’intensità dell’ardore amoroso che lega la ragazza a Cerinthus.

In due delle elegie (3.9 e 3.11) l’io parlante è Sulpicia stessa. In 3.9 Sulpicia prega Diana perché protegga Cerinthus mentre è a caccia. La donna si propone di seguire l’amato anche in quell’attività: una delle diverse variazioni elegiache sul ‘tema di Fedra’, l’eroina tragica che in un brano famoso dell’Ippolito di Euripide esprimeva il folle desiderio di seguire a caccia l’amato Ippolito. In 3.11 ‘Sulpicia’, nel giorno del compleanno dell’amato, invoca il Genius Natalis di Cerinthus e Venere perché facciano sì che Cerinthus la continui ad amare tanto quanto lei ama lui.

Recentemente è stato sostenuto (Parker 1994) che non vi è alcuna seria ragione per negare la paternità di queste due elegie in prima persona a Sulpicia stessa. (Tale posizione era stata già sostenuta da Nino Salanitro, Tibullo, Napoli 1938, 28-36 e 40-47, che Parker non cita.)

1.3 Il ciclo di elegie ‘di’ Sulpicia ([Tib.] 3.13-18 = 4.7-12). La prima elegia (‘Finalmente è giunto l’amore’, è l’esordio) è programmatica e introduttiva: Sulpicia non si cura della buona reputazione, e disdegna la finzione della rispettabilità; vuole parlare liberamente del suo amore. Le altre sono ‘messaggi’ d’amore diretti a Cerinthus. Sulpicia parla di un viaggio che contro la sua volontà deve affrontare per seguire lo zio e tutore Messalla nella sua proprietà di Arezzo, e che rischi di farla stare lontana da Cerinthus nel giorno del suo compleanno (3.14). Ma nell’elegia successiva, la poetessa annuncia che il viaggio è stato annullato, e lei può festeggiare così il compleanno con il suo amato (3.15). In Sulpicia ricorrono, dal punto di vista femminile, le stesse situazioni tipiche degli altri elegiaci: l’infedeltà dell’amato, che la tradisce con un’altra, per giunta una donna di bassa condizione sociale (3.16), e la malattia della poetessa (3.17).

La malattia è un tema frequente nell’elegia: cf. Tib. 1.5.9-18, Prop. 2.9.25, 2.28, Ov. Am. 2.13, Her. 20 e 21 (e anche Ars 2.315-36).

Anche il dittico sul compleanno (3.14-15) trova un parallelo in Properzio 1.8a-8b, dove il poeta prima si dispera perché l’amata vuole partire per un viaggio (1.8a = 1.8.1-26) e poi esulta quando il viaggio viene annullato (1.8b = 1.8.27-46). In 3.18 Sulpicia si rimprovera per avere lasciato solo il suo amato la notte precedente.

2. Testo, traduzione e note esplicative.

Contenuto del capitolo. In questo capitolo presentiamo il testo e la traduzione delle elegie di Sulpicia, accompagnate da note esegetiche sui punti più difficili del testo.

Testo di 3.13:

Tandem venit amor, qualem texisse pudori

Quam nudasse alicui sit mihi fama magis.

Exorata meis illum Cytherea Camenis

Adtulit in nostrum deposuitque sinum. 5

Exsoluit promissa Venus: mea gaudia narret,

Dicetur siquis non habuisse sua.

Non ego signatis quicquam mandare tabellis,

Ne legat id nemo quam meus ante, velim.

Sed peccasse iuvat, voltus conponere famae 10

Taedet: cum digno digna fuisse ferar.

Traduzione italiana di 3.13:

‘Finalmente l’amore è venuto, tale che la reputazione di averlo nascosto sarebbe per me una vergogna maggiore che non quella di averlo rivelato a qualcuno. Invocata dalle mie Camene, Cytherea lo ha portato qui e lo ha deposto nel mio seno. Venere ha mantenuto le sue promesse: narri i miei piaceri colui che sarà detto non averne di propri. Io non vorrei mai affidare i miei messaggi a tavolette sigillate, per paura che qualcuno li legga prima del mio uomo. Ma mi piace peccare, mi dà fastidio atteggiare il volto per la buona reputazione: che sia detta essere stata, io degna di lui, con uno degno di me’.

Note a 3.13:

1-2. Letteralmente: ‘un amore tale che sarebbe per me causa di maggior vergogna (pudorisit mihi… magis) la reputazione (fama) di averlo tenuto nascosto che non quella di averlo svelato a qualcuno’.

G. Némethy (Albii Tibulli Carmina. Accedunt Sulpiciae Elegidiae, Budapest 1905) congetturava Fama vocativo (‘un amore tale che per sarebbe vergogna maggiore averlo tenuto nascosto che non averlo rivelato a qualcuno, o Reputazione’), ma un appello personale del genere sembra fuori luogo, anche considerato l’uso di fama nell’ultimo distico.

Tränkle (1990), leggendo la variante MS. pudore (abl. di causa con texisse) nel verso 1, intende fama nel senso negativo di mala fama, traducendo: ‘un amore tale che sarebbe causa maggiore di cattiva reputazione l’averlo nascosto per pudore che non l’averlo rivelato a qualcuno’.

3-4. illum nello stesso tempo ‘l’amore’ e più concretamente ‘l’amante’, Cerinthus.

7-8. ne… nemo: la negazione è raddoppiata per ragioni di enfasi, come spesso in poesia; cf. per es. Prop. 2.19.32 absenti nemo ne nocuisse velit, ‘che nessuno voglia nuocermi finché sono lontano’. quam.… ante = antequam.

9-10. vultus conponere famae: la costruzione usuale di conpono è con ad + accus.; la costruzione con il dat. (rara e poetica) personifica la fama: ‘atteggiare il volto per la buona reputazione’.

fuisse: eufemismo per concubuisse, come in italiano ‘essere stati con qualcuno’; cf. Varrone, De lingua Latina 6.80 violavit virginem pro vitiavit dicebant; aeque modestia potius cum muliere fuisse quam concubuisse dicebant.

Testo di 3.14

Invisus natalis adest, qui rure molesto

Et sine Cerintho tristis agendus erit.

Dulcius urbe quid est? an villa sit apta puellae

Atque Arretino frigidus amnis agro?

Iam, nimium Messalla mei studiose, quiescas: 5

non tempestivae saepe, propinque, viae.

Hic animum sensusque meos abducta relinquo,

Arbitrio quamvis non sinis esse meo.

Traduzione italiana di 3.14:

‘Giunge il compleanno odioso, che dovrò tristemente trascorrere in una campagna noiosa, e senza Cerinthus. Che c’è di più dolce della città? o forse che è adatta, per una ragazza, una casa di campagna e il freddo fiume che scorre nell’agro di Arezzo? Su, sta’ tranquillo, o Messalla troppo sollecito verso di me: i viaggi spesso non sono opportuni. Trascinata via, io lascio qui il mio cuore e i miei sentimenti, anche se non permetti che io segua la mia volontà’.

Note a 3.14:

3-4. Il ‘fiume freddo’ è l’Arno, che nasce sugli Appennini (Monte Falturna) vicino Arezzo, scorre a sud-est attraverso la valle di Carentino fino a raggiungere Arezzo, dopo di che svolta verso nord-ovest. G. Luck (Tibullus, Stuttgart-Leipzig 1988) stampa Arnus (coni. Thuaneus) invece di amnis.

6. Testo incerto. Per la prima parola del verso, i MSS. si dividono tra neu, heu (seconda mano di V) e non. Con il testo e l’interpretazione più probabile (cf. trad.), non nega tempestivae (= intempestivae), e viae è nom. plur. con sunt sottinteso.

Smith (con neu) traduce ‘o Messalla, sempre sul punto di partire per un qualche viaggio inopportuno’. In questo caso propinque = ‘sul punto di’, ‘prossimo a’, con il genitivo viae sul modello dell’espressione greca ejggu;" ei\naiv tino", come già spiegava Scaliger (‘qui saepe te accingis itineri intempestivo’).

Altri, intendendo viae come genitivo singolare (di qualità), e lasciando propinque = ‘parente’, traduce: ‘o congiunto dai viaggi spesso non opportuni’.

7-8. Il senso è: anche se tu non permetti che io agisca secondo la mia volontà, sono per lo meno libera di disporre dei miei sentimenti, e io li lascio a Roma con Cerinthus.

8. Alcuni edd. preferiscono stampare il pentametro in questo modo: arbitrio quam vis non sinit esse meo, con la correzione di sinis dei MSS. in sinit del commentatore Achilles Statius (1567), ‘qui lascio il mio cuore, me che (quam) la forza (vis) non lascia agire secondo la mia volontà’.

Testo di 3.15:

Scis iter ex animo sublatum triste puellae?

Natali Romae iam licet esse suo.

Omnibus ille dies nobis natalis agatur,

Qui nec opinanti nunc tibi forte venit.

Traduzione italiana di 3.15:

‘Sai che il peso di quel triste viaggio è stato tolto dall’animo della tua ragazza? Ora le è consentito di essere a Roma nel giorno del suo compleanno. Sia celebrato da tutti noi quel compleanno, che ora giunge per caso a te che non te lo aspettavi’.

Note a 3.15:

2. Alla luce del carme precedente tuo dei MSS. principali è stato opportunamente corretto in suo già dai recenziori (meo Huschke). La corruzione sarà stata influenzata da un fraintendimento di tibi nel verso 4, o da una confusione con la situazione di 3.11 (=4.5) in cui ‘Sulpicia’ (o l’auctor de Sulpicia) rivolge una preghiera a Venere e al Genius Natalis in occasione del compleanno di Cerinthus.

Testo di 3.16:

Gratum est, securus multum quod iam tibi de me

Permittis, subito ne male inepta cadam.

Sit tibi cura togae potior pressumque quasillo

Scortum quam Servi filia Sulpicia: 5

Solliciti sunt pro nobis, quibus illa dolori est,

Ne cedam ignoto, maxima causa, toro.

Traduzione italiana di 3.16:

‘Mi fa piacere che tu ti permetti ormai molto riguardo a me, senza preoccuparti che io possa all’improvviso cadere scioccamente in rovina. Abbi pure a cuore una toga e una prostituta gravata dal cestello piuttosto che Sulpicia figlia di Servio. Ci sono alcuni preoccupati per me, per il quali sarebbe una ragione immensa di dolore se soccombessi a un letto ignobile’.

Note a 3.16:

1-2. Il primo distico è stato variamente interpretato. Nell’intepretazione che sembra più probabile, securus regge ne… cadam; Sulpicia sarcasticamente direbbe: ‘Mi fa piacere che tu sia così sicuro del mio amore della mia fedeltà da prenderti ogni libertà, tradendomi con la prima che capita: ciò, infatti, significa che tu non temi minimamente che io possa fare la stessa cosa nei tuoi confronti (cioè tradirti con il primo che passa)’. cadam, quindi, ‘cadere in rovina’ nel senso di ‘degradarsi, cadere in basso’ con un comportamento sessuale sconveniente.

Diversamente, per es., Smith: ‘Nella forma positiva più fredda il pensiero è, "Tu ti senti così sicuro di me ora che ti permetti di fare come più ti aggrada; se tu avessi deliberatamente stabilito di guarirmi del mio amore per te, non avresti potuto scegliere un modo migliore’. Nella forma ironica dettata dalla sua gelosia, orgoglio ferito e amore disprezzato, Sulpicia dice, "Ti sono obbligata da un genuino senso di riconoscenza per essere così sicuro di me da permetterti la massima libertà per quanto mi riguarda – affinché io non possa essere tanto sciocca da cadere all’improvviso tra le tue braccia!"’.

4. toga indica per metonimia una meretrice, cui era vietata la stola delle matrone; cf. per es. Cic. Phil. 2.44 sumpsisti virilem, quam statim muliebre togam reddidisti, ‘hai preso la toga virile e ne hai subito fatto una toga femminile (=ti sei prostituito)’. quasillum (anche -us) è il ‘cestello’ che conteneva la quantità di lana che la schiava doveva filare in una giornata di lavoro.

5-6. Costr.: ‘quibus illa maxima causa dolori est ne…’. Altro passo problematico. Nella nostra interpretazione, Sulpicia ritorna, con un procedimento ad anello, alla minaccia già ambiguamente espressa nel primo distico, quella cioè di rendere pan per focaccia a Cerinthus abbandonandosi lei pure ad amori con persone di infima classe sociale: ‘Tu ti abbassi a frequentare prostitute e schiave (e non ti preoccupi che io possa essere tentata di fare altrettanto). Sappi però che intorno a me ci sono persone che invece si dispiacerebbero molto se andasse a finire che io, per ripicca, mi degradassi al punto da unirmi a uomini di classe ignobile’. Evocando i solliciti che si preoccupano di lei, in contrapposizione a Cerinthus, che è securus (1), Sulpicia insinua anche un ulteriore elemento mirato a ingelosire Cerinthus: intorno a lei vi sono molti corteggiatori (della sua stessa classe sociale).

Altri intendono ignoto… toro come riferito a Cerinthus. Così per esempio Cantarella (1996) 130: ‘Perché il letto di Cerinthus è ignoto? Perché vi è chi tanto teme che Sulpicia ceda a questo letto? Forse Cerinthus non è lo sposo scelto per lei dalla famiglia, come si conviene. Forse appartiene a un altro mondo, a un’altra classe sociale. Chissà. Comunque, sembra non sia considerato adatto a Sulpicia’. Ma non vi è alcun altro cenno nelle elegie di e su Sulpicia ad un eventuale bassa posizione sociale di Cerinthus.

Altri ancora intendono ignoto… toro come riferito alla prostituta frequentata da Cerinthus (così Smith): ‘se venissi posposta a un letto ignobile’.

Testo di 3.17:

Estne tibi, Cerinthe, tuae pia cura puellae,

Quod mea nunc vexat corpora fessa calor?

A ego non aliter tristes evincere morbos

Optarim, quam te si quoque velle putem. 5

At mihi quid prosit morbos evincere, si tu

Nostra potes lento pectore ferre mala?

Traduzione italiana di 3.17:

‘O Cerinthus, non hai una pietosa preccupazione per la tua ragazza, perché la febbre ora tormenta il mio corpo sfinito? Ah non desidererei di sconfiggere l’odiosa malattia se non pensassi che anche tu lo vuoi! Ma che mi gioverebbe sconfiggere la malattia se tu puoi sopportare il mio male con animo insensibile?’

Testo di 3.18:

Ne tibi sim, mea lux, aeque iam fervida cura

Ac videor paucos ante fuisse dies,

Si quicquam tota conmisi stulta iuventa,

Cuius me fatear paenituisse magis, 5

Hesterna quam te solum quod nocte reliqui,

Ardorem cupiens dissimulare meum.

Traduzione italiana di 3.18:

‘Che io non sia più per te, o mia luce, la tua ardente passione come (aeque… ac) mi sembra (videor = mihi videor) che sia stata in questi ultimi giorni, se, stolta, ho commesso qualche errore in tutta la mia giovinezza di cui ammetta di essermi pentita di più del fatto che la notta scorsa ti ho lasciato solo, desiderando dissimulare la mia passione’.

3. Problemi del ciclo di Sulpicia.

Contenuto del capitolo. I principali problemi del ciclo di Sulpicia riguardano la paternità (o maternità) stessa delle poesie, che solo dal 1838 vengono attribuite a una donna di nome Sulpicia di età augustea, e quelle dell’identificazione di Sulpicia come persona storica. Sulpicia è con ogni probabilità la figlia di Servio Sulpicio Rufo, a sua volta figlio dell’omonimo giurista e oratore celebrato da Cicerone; Messalla Corvino, il patrono di Tibullo, era lo zio e forse il tutore di Sulpicia. Cerinthus è uno pseudonimo greco, e non sappiamo chi fosse la persona reale.

3.1 La questione della paternità del ‘Ciclo di Sulpicia’. Prima di Gruppe (1838) le opinioni sulla paternità del ‘Ciclo di Sulpicia’ (3.8-18) si potevano dividere in tre posizioni diverse (cf. Lowe (1988) 194):

(i) Scaliger (1577, vedi sotto § 4.3) considerava tutte e undici le elegie come opera di Tibullo, che a volte avrebbe scritto assumendo la persona di Sulpicia.

(ii) K. von Barth (Adversariorum Commentariorum libri LX, Frankfurt 1624) per primo identificò l’autore con la Sulpicia di età domizianea citata in Marziale 10.35 e 38 (vedi Unità successiva). Barth venne seguito da J. van Broekhuisen (Broukhusius) nella sua edizione di Tibullo (Amsterdam 1708). Caduta giustamente nel dimenticatoio, la tesi venne ripresa dallo stravagante Léon Hermann, L’Age d’argent doré (Paris 1951) 17-26.

(iii) Heyne (vedi sotto § 4.4) sospettava che il gruppo di elegie nascondesse la mano di autori diversi: alcuni dei carmi apparentemente scritti in prima persona da Sulpicia erano opera di scrittori sconosciuti, tra cui forse lo stesso Tibullo, ma altri potevano essere opera di Sulpicia stessa.

La cauta intuizione di Heyne venne trasformata da Otto Gruppe in Die römische Elegie (1838) in quella che è diventata, da allora, con vari aggiustamenti, la communis opinio dei critici. Gruppe identificò due distinte serie di elegie: 8-13, scritte in un latino chiaro e ben rifinite, mostrerebbero di essere l’opera di un vero poeta, identificabile in Tibullo stesso; 14-18 avrebbero invece le caratteristiche evidenti di un ‘latino femminile’, e sarebbero quindi opera di Sulpicia stessa. (Vedi § 5.1.)

La sistemazione di Gruppe è oggi generalmente accolta, con due modifiche: tutti gli studiosi oggi ammettono che 3.13 vada staccato dal ciclo anonimo e assegnato a Sulpicia (così per primo A. Rossbach, Albii Tibulli libri quattuor, Leipzig 1855, vi, 55); inoltre, quasi più nessuno ormai crede che i carmi su Sulpicia (3.8-12) siano opera di Tibullo.

3.2 Sulpicia e ‘Cerinthus’. La figura storica di Sulpicia è stata inquadrata per la prima volta da Moriz Haupt nel 1871 (‘Varia’, Hermes 5 (1871) 32-4 = Opuscula, Leipzig 1875, vol. 3, 502-3) sulla base di 3.14.5-6 (in cui viene apostrofato Messalla come propinque, ‘congiunto’) e di 3.16.4 in cui l’autrice si definisce Servi filia Sulpicia. Haupt identificò il Servio in questione con Servio Sulpicio Rufo, il figlio dell’omonimo giurista, amico di Cicerone, celebrato nel Brutus (150-7) come il più grande giurista del suo tempo, ed elogiato nella Nona Filippica. Servio Sulpicio Rufo padre era l’accusatore di L. Licinio Murena nel celebre processo in cui Cicerone sosteneva la difesa, e nella Pro Murena (26, 54) il figlio del giureconsulto viene ricordato come il più giovane (adulescens) degli accusatori di Murena. Se era un adulescens ai tempi del processo (62 a.C.), doveva essere nato intorno all’80 a.C., e quindi poteva avere una figlia dell’età di Sulpicia.

La parentela con Messalla veniva spiegata da Haupt supponendo che Sulpicia fosse figlia di Valeria, sorella di Messalla, ricordata come esemplare univira in Girolamo, Adversus Iovinianum 1.46: Valeria Messallarum soror (…) amisso viro nulli volebat nubere. quae interrogata cur faceret ait sibi semper maritum Servium vivere.

L’identificazione di Haupt è stata largamente accettata dagli studiosi. Wilhelm Kroll (voce ‘Sulpicia’ (114), RE IV.A.1.879-80, del 1931) ha aggiunto l’idea che Messalla fosse il tutore di Sulpicia, e per questo in 3.14.5 (Iam, nimium Messalla mei studiose, quiescas…) gli sarebbe attribuito lo stesso aggettivo studiosus che è riferito alla madre di lei in 3.12.15 (praecipit et natae mater studiosa quod optat). Il tutorato di Messalla si spiega alla luce della prematura scomparsa del padre di Sulpicia ricavabile dalla notizia sopra citata di Girolamo.

Cerinthus è invece uno pseudonimo. La sua forma greca riprende la convenzione tipica dei poeti erotici romani, e in particolare degli elegiaci, di chiamare con uno pseudonimo greco la donna da loro cantata. Apuleio (Apol. 10) ne identifica alcune, e le ‘regole’ per la formazione di questi pseudonimi vennero notate già nell’antichità da ps.-Acrone (ad Hor. Sat. 1.2.64) e nel Settecento da Richard Bentley: i nomi originari e gli pseudonimi devono avere lo stesso numero di sillabe ed essere metricamente equivalenti. Allo stesso tempo, gli pseudonimi delle donne poetiche hanno un significato letterario: la Lesbia di Catullo richiama Saffio di Lesbo; Delia di Tibullo e Cynthia di Properzio adattano due epiteti di Diana, ma anche, e soprattutto, di Apollo, il dio della poesia, a suggerire che non è il dio, ma la puella stessa a ispirare agli autori le loro poesie. Delia (se Apuleio dice il vero) è anche la traduzione in greco del nome latino della donna, Plania (delos = planus).

Già gli umanisti del Rinascimento ritennero che ‘Cerinthus’ fosse lo pesudonimo di ‘Cornutus’: infatti, in MSS recenziori troviamo la sostituzione di Cerinthus al posto di Cornutus in Tib. 2.2.9 e 2.3.1. Gruppe (1838) 27-8 è stato il primo studioso moderno ad argomentare questa identificazione. Cornutus e Cerinthus sono prosodicamente equivalenti, e Cerinthus può essere collegato a kéras, corno, lat. cornu, anche se è diversa la lunghezza della vocale nella prima sillaba. Uno dei motivi principali che spingevano a compiere questa identificazione era di natura ‘moralistica’: in tal modo, era facile identificare l’amante di Sulpicia con il Cornutus amico di Tibullo di Tib. 2.2. Visto che questo Cornutus tibulliano ha una moglie (uxoris, Tib. 2.2.11), avremmo la rivelazione che alla fine Sulpicia è diventata legttima sposa di Cerinthus. La preoccupazione moralistica è evidente per esempio in Pietro Rasi, Una poetessa del secolo di Augusto, Padova 1913, secondo cui l’identificazione di Cerinthus con Cornutus sarebbe una ‘sanzione’ indispensabile per mettere ‘moralmente ed esteticamente le cose al loro posto’ (pp. 29-30, cit. in Piastri (1998) 118).

Altre proposte di identificazione sono state avanzate. Per esempio, A. Cartault (Tibulle et les auteurs du Corpus Tibullianum, Paris 1909, 81-2), basandosi su una serie di fraintedimenti del testo di Sulpicia, tornava alla tesi, già confutata da Heyne, che Cerinthus fosse un giovane schiavo della casa di Messalla. La tesi di Cerinthus schiavo è stata continuamente riproposta fino agli anni Settanta.

Ma, dice giustamente Santirocco (1979) 237, ‘la cosa davvero importante dietro il nome "Cerinthus" non è l’identità dell’uomo, ma piuttosto la decisione di Sulpicia di osservare a tutti i costi le convenzioni della poesia d’amore. In tutti gli altri casi l’amante-poeta è un uomo e, per lo più, la persona con uno pseudonimo è una donna. Che una donna, Sulpicia, venga ora ad essere il poeta rovescia la situazione. Ella potrebbe avere minimizzato questo non usando un nome greco per il suo amato. Che abbia scelto diversamente mostra in modo eleoquente il suo desiderio di conformarsi alla pratica letetraria della poesia d’amore romana con le sue pose e i suoi pseudonimi anche se questo voleva dire rovesciare i tradizionali ruoli sessuali’.

Si può aggiungere che anche lo pseudonimo Cerinthus è letterariamente appropriato, e in qualche modo sulla linea ‘ispiratrice’ di Delia e Cynthia. In latino cerintha è il nome di un’erba amata dalle api (Verg. Geo. 4.63, Plin. NH 21.70), e anche il nome cerinthus è usato per indicare il nutrimento delle api (Plin. NH 11.17). Data la diffusione nell’antichità della metafora del poeta che produce poesia come le api producono il miele, chiamare Cerinthus (‘nutrimento per le api’) il proprio amato significa metterlo nel ruolo di ‘ispiratore’ della propria poesia, allo stesso modo in cui Cynthia era l’Apollo Cynthius che ispirava la poesia di Properzio. Cerinthus è dunque il ‘nutrimento’ della poesia di Sulpicia.

4. ‘Reading Sulpicia’: una storia della ricezione di Sulpicia attraverso cinque secoli di commenti.

Contenuto del capitolo. In questo capitolo, faremo una rassegna dei principali commenti filologici che si sono occupati di Sulpicia, dal primo, quello dell’umanista Bernardino Cillenio del 1475, a quello di Hermann Tränkle del 1990.

4.1 ‘Reading Sulpicia’. L’ultimo atto, almeno per ora, del processo di revisione del canone, e di ‘elogio del margine’, si è avuto con la pubblicazione di Mathilde Skoie, Reading Sulpicia: Commentaries 1475- 1990, Oxford University Press, Oxford 2002, un libro intero, di 362 pagine, dedicato alla storia della ricezione di Sulpicia, e soprattutto all’analisi delle distorsioni ideologiche, più o meno sessiste, che hanno caratterizzato nei secoli l’esegesi, nella forma del commento filologico, dell’opera dell’unica poetessa latina. (Vedi la recensione di Costanza Mastroiacovo in Bryn Mawr Classical Review, che qui seguiamo: <http://ccat.sas.upenn.edu/bmcr/>.)

L’obiettivo principale del libro è dimostrare che il genere del commento è ermeneutico per sua natura, cioè ha sempre a che vedere con l’atto dell’interpretazione, anche quando questa non è coscientemente ammessa dal commentatore. Skoie si sofferma ad osservare soprattutto il rapporto del lettore con la femminilità e la moralità di Sulpicia come momenti fondamentali per svelare strategie interpretative nascoste.

Per questo, Skoie analizza i commenti più significativi, a partire dal 1475 fino al 1990, alle sei elegie del ciclo di Sulpicia.

4.2 Il primo commento: Cyllenius (1475). Il primo commento a Tibullo viene pubblicato a Roma nel 1475 dall’umanista Bernardinus Cyllenius. Le note relative ai sei carmi di Sulpicia sono molto brevi, sia per mancanza di spazio (esse sono affiancate al testo in una colonna ad esso parallela), sia per la problematicità che un testo del genere, con riferimento a del sesso extra-coniugale, poteva presentare ad un lettore del Rinascimento. Cyllenius non considera affatto la possibilità che Sulpicia sia una donna, e nemmeno distingue graficamente queste poesie all’interno degli altri componimenti del Corpus Tibullianum.

Le vicende biografiche condizionano fortemente la lettura di Cyllenius dei carmi di Sulpicia. Egli, infatti, era membro dell’Accademia Romana di Pomponio Leto e fu costretto all’esilio a Venezia, quando papa Paolo II sciolse l’Accademia, con l’accusa di neo-paganesimo, e in seguito ad una cospirazione ad opera dei membri. L’Accademia fu poi riaperta da Sisto IV, e Cyllenius potè tornare a Roma, ma si può facilmente comprendere con quale imbarazzo egli si trovasse a parlare ora dell’immoralità pagana. Cyllenius, nel difendere la lettura di Tibullo nonostante il tema dell’omosessualità, consigliava ai pedagoghi di passare sotto silenzio le pagine oscene del poeta latino. Così, poiché per la sua società non c’è posto per la sessualità femminile nella sfera del moralmente accettabile, egli sceglie la strada della normalizzazione di Sulpicia e della sua completa defemminizzazione. Solo una Sulpicia assimilata in tutto e per tutto ai suoi colleghi elegiaci uomini e spogliata di qualsiasi tratto femminile può essere presentata come moralmente accettabile ai lettori rinascimentali.

4.3 Il commento di Scaliger (1577). Le note dedicate ai carmi di Sulpicia dal grandissimo filologo Iosephus Scaliger (1540-1609) nelle sue Castigationes in Catullum, Propertium, Tibullum (1577) mostrano non solo la sua ben nota abilità di critico testuale, ma anche un grande interesse per l’interpretazione letteraria, ma anche morale, della poetessa. Scaliger nell’introduzione dichiara che non si soffermerà su quanto è immorale, influenzato probabilmente dal suo credo calvinista. Significativo a tale riguardo è il suo riferimento alla metafora del mare, popolato da Sirene, allettanti, ma pericolosissime. Le Sirene, come è noto, rappresentano allegoricamente i piaceri sessuali, dai quali Scaliger vedrà bene di tenersi lontano, tralasciandoli completamente nel suo commento. Egli, infatti, per salvarne la moralità, fa di Sulpicia un personaggio esclusivamente letterario e fittizio. Scaliger avanza la proposta di identificare Sulpicia con la donna amata da Messalla, l’herois per la quale questi avrebbe scritto poesie d’amore, secondo [Verg.] Catalepton 9 (Scaliger aveva pubblicato un commento alla Appendix Vergiliana nel 1573). Scaliger è il primo a dare un giudizio estetico dei carmi di Sulpicia: ‘mollissimum et delicatissimum epigramma et Tibulli musa dignissimum’. La terminologia scelta da Scaligero riflette in qualche modo un punto di vista femminile (infatti dolcezza e delicatezza sono doti connotate in senso femminile). È un classico caso di genere femminile del linguaggio critico: Scaligero adopera, infatti, per la voce femminile un lessico altrimenti usato per il genere elegiaco, il mondo dell’effeminato, ma comunemente espresso da una voce maschile.

4.4 Heyne (1755). Il grande filologo tedesco Christian Gottlob Heyne (1729-1812) è il primo ad ipotizzare che autrice dei carmi possa essere una vera donna, una Sulpicia di età augustea. Il contesto storico in cui si svolge l’attività di questo studioso è una Germania in cui il gusto per il sentimento sta crescendo sempre di più, e il suo ambito di formazione è quella della scuola di Göttingen, interessata all’assimilazione dei classici in una prospettiva contemporanea, e di conseguenza ad un approcio estetico ai testi antichi. Heyne apprezza molto i carmi di Sulpicia, che nella seconda e terza edizione del suo commento appaiono come un gruppo distinto (sia graficamente, nel testo, che nel titolo). Si noti in particolare il suo giudizio di 3.13, proprio la più ‘scandalosa’ delle poesie: ‘suavissimum poematium puellae dulcissimae’; ed anche, per i carmi nel loro complesso, ‘venustissima et mellitissima’.

Compare qui un atteggiamento nuovo nel commentatore, figlio forse di un’epoca che si sta avvicinando al Romanticismo, quello della cavalleria maschile nei confronti di una dama. Non solo, infatti, qui Heyne usa un’estetica femminile, ma confonde del tutto il piano della poetica con quello dell’erotica, la valutazione della poesia, con quella della puella che l’ha scritta. In questo stesso senso vanno lette, infatti, l’apostrofe a Sulpicia stesssa nel bel mezzo del commento e l’augurio che le sue ossa possano trovare il meritato riposo, con la citazione di Tib. 2.4.49- 50 placideque quiescas/ terraque securae sit super ossa levis, oltre che le illustrazioni (inusuali in edizioni non di lusso) che rappresentano Sulpicia come una musa, con la sottoscrizione di 3.8.24 Dignior est vestro nulla puella choro.

Anche Heyne, però, che tanto apprezza le poesie di Sulpicia, commenta molto brevemente 3.13 e cerca di superare l’imbarazzo procurato dall’estroversa sessualità della donna, accentrando il più possibile l’attenzione sulla sua grande audacia stilistica e sintattica, e sviandola dal suo effettivo comportamento. Questa strategia interpretativa si rivela tanto più necessaria, in quanto il commentatore considera reale la figura di Sulpicia, identificata storicamente, e soprattutto verosimili e genuini i suoi componimenti, rare testimonianze di una realtà privata.

4.5 Dissen (1835) e Gruppe (1838). Un momento chiave nella storia della ricezione di Sulpicia si ha nella prima metà dell’Ottocento con i lavori di due studiosi tedeschi, Otto Gruppe e Ludolph Dissen, rispettivamente con la monografia Die Römische Elegie (Berlin 1838), e con un commento a Tibullo (Göttingen 1835) che sarà fondamentale per la filologia classica tedesca.

I due sono personalità assai diverse: Ludolph Dissen ((1784-1837) è un classicista di professione, legato all’ambiente accademico di Göttingen, mentre Otto Gruppe (1804-76) era uno studioso con interessi più vasti, non era un accademico, e manifestava uno spiccato interesse per le connessioni tra antichità e società contemporanea. Essi avevano tuttavia in comune la volontà di andare oltre i puri fatti grammaticali, e l’attenzione all’estetica. Tuttavia, opposti i loro punti di partenza, opposte le loro osservazioni estetiche.

Gruppe, infatti, ritiene che l’autrice sia una reale Sulpicia augustea, le cui poesie rappresenterebbero la rarissima documentazione di bigliettini privati di una ragazza del tempo, oltre che il materiale di partenza per l’eleborazione artistica operata dall’Amicus Sulpiciae nel suo ciclo. Per Dissen, invece, considerato soprattutto l’alto valore estetico dei carmi, la parternità tibulliana non va assolutamente posta in dubbio. Così, mentre per Dissen le anomalie linguistico-sintattiche disseminate nei testi sono elementi di originalità del grande poeta Tibullo, per Gruppe esse sono traccia di una scrittura femminile amatoriale. Gruppe, infatti, cerca tracce di un ‘latino femminile’, per provare la paternità femminile (significativo ossimoro) dei carmi, mentre Dissen cerca elementi di originalità per provarne la paternità maschile. Costruire un genere per l’autore (in inglese si direbbe ‘engendering the author’) comporta delle implicazioni forti anche sul piano dell’analisi grammaticale.

Il dibattito sul ‘latino femminile’ continuerà a interessare la critica per più di un secolo dopo Gruppe. In realtà, nelle intenzioni di Gruppe non c’era affatto la presupposizione di una lingua ‘inferiore’ parlata dalle donne, come purtroppo troppo spesso successivamente è stato teorizzato; Gruppe pensava piuttosto ad un ‘modus cogitandi’ più involuto, tipicamente femminile. Da questo punto di vista, l’impostazione di Gruppe non è poi molto diversa da quella di Lowe (1988), che fa di questo stile involuto e complesso una caratteristica originalissima, ma soprattutto assolutamente ‘artistica’ di Sulpicia in qanto poeta, e non ‘naturale’ e ‘spontanea’ in quanto donna.

Come al solito, è 3.13, con il suo il riferimento al sesso extra- coniugale, a creare i maggiori problemi ai commentatori. Infatti, sia Dissen che Gruppe ritengono che il carme non sia scritto da Sulpicia: l’attribuzione a Tibullo è fondamentale per la costruzione di una Sulpicia decente e accettabile. Tuttavia, anche il personaggio, e non solo l’autore reale, va salvato, e così entrambi gli studiosi si appellano a tre argomentazioni: si tratta di un’immagine poetica, è un’esagerata iperbole femminile (di nuovo la categorizzazione di genere è chiamata in campo), e si avrà comunque un lieto fine, il matrimonio che porrà fine a questo disordine.

4.6 ‘Sulpicia Americana’: Smith (1913). Il primo commento ‘moderno’ a Tibullo, ancora ampiamente utilizzato nella pratica filologica odierna, viene pubblicato dal latinista americano Kirby Flower Smith (1862-1918), professore alla Johns Hopkins University di Baltimore, nel 1913.

A partire dalla seconda metà dell’Ottocento inizia a farsi sentire negli studi classici statunitensi la necessità di un nuovo ‘americanismo’, che, secondo le intenzioni di Basil Gildersleeve, il presidente dell’American Philological Association, doveva rivelare indipendenza dagli studi tedeschi, pur non rinnegandoli, e una contiguità con la vita comune americana, presentando paralleli con gli eventi della società contemporanea. Inoltre, doveva dare particolare importanza alla tendenza interpretativa, da allora caratteristica tipicamente americana.

Smith, influenzato dal forte sviluppo delle teorie psicologiche ed evoluzionistiche al suo tempo negli Stati Uniti, sostiene che il singolo carme debba essere studiato all’interno del suo genere, sulla base di un’equivalenza tra genere letterario e specie. Caratteristico nel suo commento tibulliano è, dunque, un approccio per genere letterario all’elegia erotica, della quale sono evidenziati i tratti letterari e artificiosi, assolutamente non biografici. Sorprende perciò l’approccio del tutto non ‘generico’ alle poesie di Sulpicia, che Smith considera documenti reali di una vera storia d’amore.

Trovandosi di fronte ad una scrittrice donna di elegia, Smith sviluppa un tipo di analisi che è assai diversa da quella da lui applicata ai colleghi maschi di Sulpicia, e allo stesso Tibullo. La poesia di Tibullo è considerata da Smith poesia altamente artificiale, autocosciente, sofisticata; la sua analisi del ‘realismo’ dell’elegia tibulliana suona sorprendentemente moderna e assai vicina alle posizioni di chi negli ultimi anni ha contrastato l’idea di un’elegia quale documento autobiografico e specchio di vits vissuta. Per Smith, l’‘apparente assenza di qualsiasi artificio’ e l’‘effetto di facilità e naturalezza non studiate’ sono ‘in armonia con il principio ars celare artem, "l’arte che cela l’arte"’. ‘L’elegia è prima poesia, e solo dopo biografia’. Ne consegue, nel commento a Tibullo, quella serrata attenzione alla tessitura dei topoi della poesia erotica che fa del lavoro di Smith uno strumento ancora consultato oggi.

Completamente diverso, e anzi contraddittorio, è l’approccio a Sulpicia. La sofisticata autocoscienza letteraria della poesia di Tibullo diventa spontaneità immediata e senza artifizî quando si tratta di valutare le elegie di Sulpicia. Esse diventano sfoghi autobiografici, quasi frammenti di diario neppure originariamente pensati per la pubblicazione: le poesie di Sulpicia sono ‘brevi note rivolte a Cerinthus stesso, e sembra evidente che nessuna di esse è mai stata pensata per la pubblicazione’. Per Smith tra l’essere donna e l’essere scrittrice di poesia esiste una specie di tensione ossimorica.

L’approccio di Smith a Sulpicia è caratterizzato da una aperta volontà di valutazione morale dai toni fastidiosamente paternalistici. Si legga il seguente passo, dall’introduzione a 3.13:

‘La disposizione dei carmi [in 3.13-18] è dovuta al curatore della raccolta, e, come usuale, è basata sulla varietà piuttosto che sulla cronologia, altrimenti questo carme [3.13] avrebbe dovuto essere l’ultimo, e non il primo, della serie. tutti sono in forma epistolare, sebbene 3.13 sembri più una sorta estratto dal suo stesso diario e fu evidentemente scritto subito dopo la consumazione dell’amore, poiché ella si trova ancora in uno stato d’animo di grande esaltazione. Ella deve ancora essere assalita dai ripensamenti inevitabili in una relazione del genere. (…) Presupponendo che questi carmi siano il resoconto di una storia d’amore reale, Sulpicia appartiene ad una categoria certo valutabile in vario modo, non solo dai suoi contemporanei, ma anche dai suoi lettori. Dissen, un commentatore di inusuale simpateticità e intuito, dice di questo carme, e io vorrei poter essere d’accordo con lui: "Sulpicia, pur avendo provato di nascosto i baci e gli abbracci di Cerinthus, non considera vergognosa la sua esperienza, poiché è consapevole della natura casta e pura del suo amore, e d’altra parte dicendo tra sé molte cose nella piena del sentimento non è ancora tornata ad una condizione d’animo più tranquilla. Il poeta mostra una ragazza di grande animo, di sentimenti puri, ma nel pieno dell’ardore giovanile". Meno sentimentalismo, o più conoscenza del mondo, o entrambe le cose, potrebbero indurre qualcuno a a consentire piuttosto con quanto dice Martinon [Ph. Martinon, Les élégies de Tibulle, Lygdamus et Sulpicia, Paris 1895]: "Dove ha trovato Dissen lo spirito per attribuire un brano simile a una ragazza casta, puris sensibus, che si esalta per un bacio furtivo? Heyne stesso non era così ingenuo". Un terzo critico potrebbe essere abbastanza crudele da conciliare il Gallo e il Teutone notando che la sincerità non implica necessariamente costanza, e che di tutte le civette (‘coquettes’) nessuna è più pericolosa e distruttiva di quella che è assolutamente in buona fede – al momento’ (Smith p. 504).

4.7 ‘Sulpicia philologica’: Tränkle (1990). Il commento più recente a Sulpicia è quello di Hermann Tränkle (Appendix Tibulliana, de Gruyter, Berlin-New York 1990). Questo commento, che pure si fonda su un arduo lavoro filologico, costituisce per la figura di Sulpicia un notevole passo indietro rispetto al dibattito sviluppatosi tra la critica sulle riviste a partire dalla pubblicazione dell’articolo di Santirocco (1979). Tränkle, infatti, ignora completamente la bibliografia degli ultimi cinquanta anni (in particolare nel caso di Sulpicia), ostentando apertamente un disprezzo per la critica letteraria in favore di una sorta di ‘purismo’ filologico. Per questo studioso, il commentatore ideale di un testo antico è un semplice collettore di testimonianze linguistiche e fatti storici, assolutamente non un interprete. Tuttavia, questo suo atteggiamento rivela un forte approccio ermeneutico: non solo, infatti, è palese che per fare della critica del testo è necessario interpretare, ma si evidenzia come anche nel selezionare i dati raccolti, e dunque nel tacere qualcosa rispetto a qualcos’altro, è implicita un’attività di interpretazione. Per Tränkle, i carmi di Sulpicia sono amatoriali e non scritti per la pubblicazione: egli, facendo un notevole passo indietro nel panorama degli studi critici, li definisce un esempio un esempio di ‘Frauendichtung’, in sostanza qualcosa di molto simile al ‘feminine Latin’, lasciando però poi che il lettore individui da sé i tratti di questa poesia femminile. Anche in questo caso il genere sessuale influenza molto la lettura del testo: l’essere scritta da una donna è la ragione della posizione di secondo ruolo della poesia di Sulpicia, il suo status di inferiorità si spiega, cioè, con un’ermeneutica della femminilità. In sintesi, Tränkle traccia la figura di una ‘Sulpicia philologica’ che, pure presentata come una creatura asettica e senza tempo, si rivela invece come il frutto del tempo e dell’interpretazione del suo creatore-commentatore. Il commento dimostra, così, quanto possa essere infruttuoso questo divorzio tra ermeneutica e filologia: in realtà, non esiste alcuna lettura di un testo che non sia non colorata dal punto di vista del lettore e della comunità da cui egli proviene, in modo particolare quando si ha a che fare con realtà compromettenti, come la femminilità e la morale sessuale femminile.

5. Sulpicia nella critica recente.

Contenuto del capitolo. In questo capitolo, vedremo come l’iniziale valutazione della poesia di Sulpicia come ‘dilettantesca’ e rispecchiante senza mediazioni esperienze di vita vissuta sia cambiata negli ultimi decenni, soprattutto per influenza della critica femminista, che pure aveva inizialmente trattato Sulpicia con sorprendente distacco.

5.1 Sulpicia come dilettante. Fin dal 1838, quando Otto Gruppe attribuì per primo i carmi di Sulpicia a una puella di età augustea, essi hanno ricevuto una valutazione critica improntata alla loro caratterizzazione come produzione dilettantesca, amatoriale. Si legga il passo chiave dell’analisi di Gruppe:

‘È vero, questi carmi sono metricamente corretti, tuttavia allo stesso tempo essi sono poco più di questo. È evidente che essi provengono da una mano non esperta: l’espressione è goffa, la costruzione spesso si può mettere insieme solo con difficoltà. È inconcepibile che Tibullo possa avere scritto in questo modo, fosse pure in annotazioni sbrigative; ma è del tutto concepibile che una donna colta (Tibullo chiama Sulpicia docta puella) si sia espressa in questo modo. Notiamo un certo numero di colloquialismi, come iam; il carattere sotto-letterario di molte espressioni; l’oscurità della costruzione, specie in 3.16, dove le parole acquistano senso grammaticale solo sotto sforzo, e il significato resta incerto. A un’indagine attenta il critico riconoscerà prontamente qui un ‘latino femminile’ (weibliche Latein), impervio all’analisi condotta con metodo linguistico rigoroso, ma che trova espressioni naturali, semplici per idee della vita quotidiana senza eleborazione stilitica cosciente ed artistica, e in cui il significato è aumentato e assistito da una libera constructio ad sensum. L’elemento distintivo (…) è tuttavia troppo involontario e distribuito in modo troppo coerente in uttto l’insieme per poter essere spiegato con la corruzione testuale. La forma e il contenuto, oltre all’evidenza dell’identificazione per nome della scrittrice delle lettere, si uniscono saldamente nel persuaderci che in questi cinque carmi, che possono portare scarso credito a Tibullo, sono sopravvissute dopo quasi duemila anni le lettere d’amore di un’affascinante ragazza romana dell’età di Augusto, esattamente nella forma in cui le scrisse’ (Gruppe (1838) 49-50).

Il dibattito sull’esistenza o meno di un vero e proprio ‘latino femminile’ continuò per tutto l’Ottocento, e, dopo molte critiche, venne infine superato. Ma il nocciolo dell’argomentazione di Gruppe, che in realtà non pensava affatto che le donne romane usassero un sotto-linguaggio diverso (cosa che è peraltro vera per quanto riguarda il discorso delle donne nella commedia repubblicana), rimase un punto fermo della critica successiva su Sulpicia: l’idea, cioè, che la traduzione in forma espressiva del pensiero nelle elegie di Sulpicia mostrasse certe caratteristiche non suscettibili di analisi grammaticale ma nondimeno evidenti per l’intuizione romantica che palesavano l’impronta di una mente femminile. Queste caratteristiche comprendevano una tendenza all’espressione spontanea e non artistica, una certa obliquità di pensiero, e un rifiuto delle costrizioni rigorose delle strutture maschili della logica e della sintassi. (È peraltro curioso notare che, in tutt’altra prospettiva, l’idea di una ‘scrittura femminile’ che rifiuti la ‘logica’ di quella maschile, decostruendo il sistema di opposizioni binarie proprie del linguaggio androcentrico, è teorizzata e rivendicata da Hélène Cixous come programma femminista; cf. Unità 1, § 6.3.)

Questa valutazione è rimasta stabile fino alla riconsiderazione di Sulpicia che si è avuta in Santirocco (1979), che è stato praticamente il primo a prendere sul serio Sulpicia come artista ‘professionale’.

Esemplare dell’atteggiamento paternalistico verso Sulpicia è ancora Currie (1983) 1753: ‘Sulpicia era una docta puella [n. 5: (…) Ma la doctrina di Sulpicia non è profonda] i cui versi appassionati e vibranti hanno freschezza e originalità di sentimento e di intonazione’.

eè tempo ormai di percorrere l’HAbbiamo visto nell’Unità precedente (Unità 2, § 7.1) come gli approcci femministi all’elegia romana si situino nell’ambito di quegli studi che sottolineano la natura di costruzione culturale dell’elegia e la sua estrema ‘letterarietà’. Tutti questi studi (non solo di ispirazione femminista, naturalmente) presentano una relazione tra autore e testo che è molto diversa da quella dell’espressione artistica dei sentimenti del poeta. Questo atteggiamento critico ha una rilevanza particolare per il caso di Sulpicia, in cui l’approccio ‘autobiografista’ è stato particolarmente forte (‘epistole’, ‘biglietti d’amore’, ‘note di diario’), in quanto appesantito da preconcetti sul femminile in quanto non-riflessivo e non-artistico, sulla donna in quanto ‘natura’ opposta all’uomo in quanto ‘cultura’.

Questo carattere amatoriale delle poesie di Sulpicia è soprendentemente ribadito nella prima menzione femminista della poetessa. Quando Sarah Pomeroy, nel suo libro Goddesses, Whores, Wives, and Slaves, § 2.6 vedi Unità 2lodi Sulpici, § 2.6, fa riferimento a Sulpicia, lo fa in modo alquanto sprezzante: ‘L’unica ragione per leggere Sulpicia è che era una donna’ (pp. 173-4).

È in effetti soprendente che la prima fase del femmismo classicista, che è stata soprattutto di carattere ginocritico, cioè rivolta alle donne come scrittrici, e più in generale alla storia delle donne in quanto agenti della storia e delle cultura, non abbia prestato molta attenzione a Sulpicia. I carmi di Suplicia sono riprodotti in alcune raccolte di testi (Mary R. Lefkowitz e M. B. Fant (edd.), Women in Greece and Rome, Toronto-Sarasota 1977, 103-4; Jane McIntosh Snyder, The Women and the Lyre: Woman Writers in Classical Greece and Rome, Southern Illinois Press, Carbondale-Edwardville 1989), ma non ricevono trattamenti critici particolari.

5.2 La riconsiderazione di Sulpicia. Matthew Santirocco (1989), nel suo articolo significativamente intitolato ‘Sulpicia Reconsidered’, tratta finalmente i carmi di Sulpicia come poesia. Egli mette in discussione il carattere amatoriale di Sulpicia e guarda alla sua opera come alla produzione di un’artista. Santirocco mette in luce procedimenti strutturali sofisticati nelle elegie di Sulpicia e interpreta la sua sintassi come parte di un programma poetico. Inoltre, egli discute il modo in cui Sulpicia sfrutta il repertorio topico dell’elegia e dell’epigramma elegiaco di tipo catulliano. L’attenzione è incentrata ora non più sull’autobiografico (cosa è successo veramente tra Sulpicia e Cerinthus), ma sul letterario.

I temi di Santirocco sono stati in seguito variamente ripresi e sviluppati, in particolare nell’importante contributo di Lowe (1988) sulla sintassi di Sulpicia.

Anche il gender è stato inserito nella discussione, non allo scopo di incasellare Sulpicia nel ruolo della poetessa donna, ma come strumento interpretativo. Per esempio, Hinds (1987), che si concentra soprattutto sui poemi dell’Amicus, richiama l’attenzione sui modi in cui vengono messi in gioco il rovesciamento dei ruoli e il gender.

Un interessante contributo agli studi su Sulpicia è stato dato da Parker (1994), che ha sostenuto che non solo i carmi 3.13-18 sono di Sulpicia, ma anche i due scritti dalla prospettiva in prima persona di Sulpicia nel ciclo di Amicus (3.9 e 3.11). (In un articolo di prossima uscita Judith Hallett sosterrà che tutti i carmi riguardanti Sulpicia, cioè 3.8-18, sono opera della poetessa.)

Alison Keith (1997) legge Sulpicia in relazione a Didone, e Barbara Flaschenriem (1997) considera i poemi alla luce del concetto di rivelazione/scoperta/divulgazione (‘disclosure’). Significativo è che in Sharrock-Ash (2002), una raccolta di profili critici dei cinquanta ‘autori chiave’ del mondo classico, sia compresa anche Sulpicia (pp. 291-6).

Inoltre, William Batsone si è occupato di Sulpicia in vari contributi leggibili sul web: <http://www.batstone.com/explanation.htm>.

In italiano, abbiamo una rassegna bibliografica degli studi su Sulpicia (Piastri (1998)), e (non citate da Piastri) alcune pagine di Bettini e Guastella (1995), spec. 360-8.

La bibliografia più recente su Sulpicia considera la paternità femminile un dato di fatto, e ne fa la base dell’analisi. Un’eccezione è costituita dall’articolo di Niklas Holzberg (1999) sul libro 3 del Corpus Tibullianum, in cui lo studioso tedesco sostiene che l’intero libro risale al periodo tiberiano o post-tiberiano.

Un’idea del genere è stata anche sostenuta da Thomas K. Hubbard in una conferenza presentata all’American Philological Association nel 2001 (al momento inedita), in cui avanza l’idea che i carmi di Sulpicia siano stati scritti come regalo di nozze per Sulpicia (secondo la tradizione fescennina).

5.3 Sulpicia nei manuali italiani di storia della letteratura latina. Un esercizio interessante da fare in classe potrebbe essere l’analisi dello spazio dedicato a Sulpicia nei manuali di letteratura latina in uso.

Per esempio, uno dei manuali più diffusi (Gian Biagio Conte, Letteratura latina. Manuale storico dalle origini alla fine dell’impero romano, Le Monnier, Firenze 1987), dedica a Sulpicia solo due righe: ‘Le elegie 7-12 costituiscono invece un ciclo di brevi biglietti d’amore di Sulpica per Cerinthus, attribuiti alla mano della stessa Sulpicia’. La definizione di ‘biglietti d’amore’ rimanda, senza complicazioni, all’idea della poesia di Sulpicia come produzione non veramente artistica.

L’edizione divulgativa nella collana BUR della Rizzoli (Tibullo: Elegie, a cura di Luciano Lenaz, Milano 1989) presenta alcuni caratteristici elementi di svalutazione della poesia di Sulpicia. Il commento a 3.13 (p. 379) considera due possibilità: o la sincerità ‘pre-artistica’ (il ‘grido dell’anima’), o l’esercitazione letteraria di un poeta uomo: ‘Un "grido dell’anima"? O dobbiamo invece pensare che le elegie di Sulpicia sono semplicemente delle esercitazione letterarie, lo svolgimento di un "tema" proposto nella cerchia dei poeti amici di Messalla?’. Nelle note, affiora la presupposizione di una deficiente abilità poetica dell’autrice: a 3.13.7-8 ‘Anche qui (…) "un dominio incompleto della forma letteraria" (Smith) che crea un leggero impaccio alla lettura’, anche se più avanti nella stessa nota si afferma, a proposito dell’uso della doppia negazione ne… nemo: ‘sarà giusto pensare che il pleonasmo obbedisca a una precisa scelta stilistica, come scarto dalla norma per cui duplex negatio affirmatio’.

 

 

Abbreviazioni bibliografiche.

Bettini, Maurizio-Gianni Guastella. 1995. ‘Personata vox’, in R. Raffaelli (ed.), Vicende e figure femminili in Grecia e a Roma. Atti del convegno Pesaro 28-30 aprile 1994, Ancona 1995, 343-69.

Cantarella, Eva. 1996. Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia, Feltrinelli, Milano.

Flaschenreim, Barbara L. 1999. ‘Sulpicia and the Rhetoric of Disclosure’, Classical Philology 94: 36-54.

Gruppe, Otto. 1838. Die Römische Elegie, Berlin.

Lowe, N. J. 1988. ‘Sulpicia’s Syntax’, Classical Quarterly 38: 193-205.

MacL. Currie, H. 1983. ‘The Poems of Sulpicia’, ANRW 2.30.3: 1751-64.

Parker, Holt N. 1994. ‘Sulpicia, the Auctor de Sulpicia, and the Authorship of 3.9 and 3.11 of the Corpus Tibullianum’, Helios 21: 39-62.

Piastri, Roberta. 1998. ‘Il ciclo di Sulpicia’, Bollettino di Studi Latini 28: 105-31.

Santirocco, Matthew S. 1979. ‘Sulpicia Reconsidered’, Classical Journal 74: 229-39.

Sharrock, Alison-Rhiannon Ash. 2002. Fifty Key Classical Authors, Routledge, London-New York.

Skoie, Mathilde. 2002. Reading Sulpicia: Commentaries 1475-1990, Oxford University Press, Oxford.

Smith, Kirby Flower (ed.). 1913. The Elegies of Albius Tibullus: The Corpus Tibullianum edited with introduction and notes on books I, II, and IV 2-14, New York.

Tränkle, Hermann (ed.). 1990. Appendix Tibulliana, deGruyter, Berlin-New York.

Sulpicia su Internet.

Abbiamo due commenti solo on-line delle elegie di Sulpicia:

James R. Bradley (Trinity College, Hartford), The Elegies of Sulpicia: An Introduction and Commentary (1999):

Anne Mahoney, Sulpicia: Text, translation, and commentary (2000):

<http://www.perseus.tufts.edu/cgi-bin/ptext?doc=Perseus%3Atext%3A1999.02.0070> (di macchinosa consultazione).

Su Sulpicia, un articolo sul sito della BBC del 10 giugno 2000 che presenta una traduzione poetica dei sei carmi di Sulpicia, può essere interessante per vedere l’interesse che può suscitare una voce di donna romana per il ‘grande pubblico’: <http://news.bbc.co.uk/1/hi/uk/784873.stm>.

Si noti che in vari siti web contenenti testi latini le elegie di Sulpicia sono intitolate ‘Epistulae’: l’ennesima, implicita dichiarazione sulla natura ‘spontanea’ e di vita reale delle sue poesie. Vedi ‘Bibliotheca Augustana’ <http://www.fh-augsburg.de/%7Eharsch/Chronologia/Lsante01/Sulpicia/sul_epis.html>; ‘Latin Library’ <http://patriot.net/~lillard/cp/sulpicia.html>); ‘Read me’ <http://www.intratext.com/X/LAT0108.htm>. Il titolo Epistulae compare anche nella sezione su Sulpicia di ‘Strumenti informatici per lo studio dell’antichità classica’ <http://www.rassegna.unibo.it/autlat.html>, dove va notato come non si faccia distinzione tra le due Sulpiciae, quella augustea e quella dell’età di Domiziano (Unità successiva).

 

INDICE

Premessa.

Obiettivi del percorso.

1. Il ciclo di Sulpicia nel Corpus Tibullianum.

1.1 Il Corpus Tibullianum.

1.2 Il ciclo di elegie ‘su’ Sulpicia ([Tib.] 3.8-12 = 4.2-6).

1.3 Il ciclo di elegie ‘di’ Sulpicia ([Tib.] 3.13-18 = 4.7-12).

2. Testo, traduzione e note esplicative.

3. Problemi del ciclo di Sulpicia.

3.1 La questione della paternità del ‘Ciclo di Sulpicia’.

3.2 Sulpicia e ‘Cerinthus’.

4. ‘Reading Sulpicia’: una storia della ricezione di Sulpicia attraverso cinque secoli di commenti.

4.1 ‘Reading Sulpicia’.

4.2 Il primo commento: Cyllenius (1475).

4.3 Il commento di Scaliger (1577).

4.4 Heyne (1755).

4.5 Dissen (1835) e Gruppe (1838).

4.6 ‘Sulpicia Americana’: Smith (1913).

4.7 ‘Sulpicia philologica’: Tränkle (1990).

5. Sulpicia nella critica recente.

5.1 Sulpicia come dilettante.

5.2 La riconsiderazione di Sulpicia.

5.3 Sulpicia nei manuali italiani di storia della letteratura latina.

Abbreviazioni bibliografiche.

Sulpicia su Internet.