Una poetessa latina (quasi) perduta: l’‘altra Sulpicia’

Premessa

Prenderemo in esame il caso di una poetessa vissuta nell’età di Domiziano, chiamata anche lei Sulpicia. Di questa autrice ci è rimasto un solo frammento di due versi (in trimetri giambici), tramandato da un commentatore tardoantico alle Satire di Giovenale. Possiamo farci un’idea di questa seconda Sulpicia attraverso due epigrammi di Marziale (10.35 e 10.38) che ci parlano di lei e della sua poesia. Secondo Marziale, Sulpicia era una autrice di poesia erotica, al tempo stesso licenziosa, per l’audacia con cui dava espressione all’elemento sessuale, e casta, perché cantava dell’amore per il proprio legittimo consorte, Calenus.

La natura spregiudicata della poesia di Sulpicia ci è confermata da altre tre testimonianze antiche su di lei, risalenti tutte al IV-V secolo d.C.: Ausonio, nell’epilogo in prosa del suo Cento nuptialis, accenna a Sulpicia, la cui opera era lasciva, mentre il suo comportamento era severo; Sidonio Apollinare nel nono dei suoi Carmina parla della poesia di Sulpicia come ispirata da una Musa ‘giocosa’, e ricorda il modo seducente in cui la donna si rivolgeva al suo Calenus; Fulgenzio, nell’introduzione ai Mythologiarum libri, parla della procacitas e della loquacitas di Sulpicia.

Questo carattere di aperta espressione del proprio desiderio erotico è confermato dal frammento superstite di Sulpicia, in cui la donna parla di qualcosa (forse la lucerna) che dovrebbe mostrarla nuda a letto con Calenus.

Le allusioni a Sulpicia degli scrittori del IV-V secolo (Ausonio, Sidonio Apollinare, Fulgenzio) ci testimoniano anche la grande fortuna di cui godettero le opere della poetessa. Di questa fortuna di Sulpicia la testimonianza più clamorosa è la cosiddetta ‘Satira di Sulpicia’, un poemetto in 70 esametri intitolato Sulpiciae conquestio de statu reipublicae et temporibus Domitiani tramandato nella collezione degli Epigrammata Bobiensia. Questo componimento è stato composto con ogni probabilità nel IV-V sec. d.C., ma la voce narrante è proprio la Sulpicia di Marziale (come conferma la menzione di Caleno), che lamenta la decadenza di Roma a causa del malgoverno di Domiziano, nemico della cultura e dei filosofi. Se l’operetta non è attribuibile alla Sulpicia di Marziale, essa conferma nondimeno il fatto che all’altezza del IV-V sec. il testo di Sulpicia fosse ancora in circolazione, accompagnato da una fama tale da spingere qualcuno ad adottare la sua maschera per comporre quell’esercizio poetico che è la Sulpiciae conquestio.

La seconda Sulpicia ha stentato molto a sollevare l’interesse della critica, anche di quella femminista. Il dibattito è stato sollevato dal breve articolo di Merriam (1991), che, paradossalmente, proprio per i numerosi errori e le gravi omissioni che contiene, ha dato il via a una serie di successivi articoli (ospitati sulla rivista americana Classical World, dove era apparsa Merriam) tesi a correggere Merriam e a fornire un’interpretazione più approfondita dell’‘altra’ Sulpicia: Hallett (1992), Parker (1992), Richlin (1992), e quindi la nota testuale di Waterhouse (1993). Più recentemente Silvia Mattiacci (1999) ha fatto il punto in modo chiaro sulla questione della seconda Sulpicia.

• la valutazione che il poeta Marziale dà dell’opera di una sua collega, che deve essere soppesata tenendo conto della poetica di Marziale stesso (che tende a fare della Sulpicia da lui ritratta una sorta di ‘doppio’ femminile di se stesso), e dell’intertestualità da lui attivata per tratteggiare i caratteri della poesia di Sulpicia: gli echi di Ovidio, di Catullo, e di Properzio in Marziale che parla di Sulpicia possono essere spie della natura dell’opera della poetessa;

• il peso che hanno le allusioni a Sulpicia in altri autori della tarda antichità: mostrano una conoscenza diretta del testo di Sulpicia, o ricavano le loro informazioni da Marziale? da cosa possiamo capirlo? e cosa ci dicono di Sulpicia queste allusioni?

• il recupero di un frammento a partire dalla citazione di un grammatico tardoantico, che in questo caso ci porrà problemi particolari, essendo questo (in realtà presunto) commento tardoantico a noi noto solo attraverso le citazioni che ne fa un umanista (Giorgio Valla da Piacenza, che stende note a Giovenale da lui attribuite a un certo ‘Probus’);

• il problema della datazione e dell’attribuzione della Sulpiciae conquestio, e la questione, ancora una volta, di cosa può dirci questo poemetto con ogni probabilità risalente al IV-V secolo riguardo alla ‘vera’ Sulpicia.

1. La testimonianza di Marziale

Contenuto del capitolo. In questo capitolo esamineremo i due epigrammi di Marziale che parlano di Sulpicia (10.35, 38). Dopo una parafrasi dei due testi (1.1), leggeremo il testo con la traduzione italiana (1.2), e quindi verificheremo che non sappiamo in realtà nulla dei presumibili rapporti tra Marziale e la coppia Sulpicia-Caleno (1.3). Dopo qualche cenno al modo in cui Marziale caratterizza la poesia di Sulpicia, attribuendole un carattere assai simile a quello che lui stesso rivendica per la propria poesia (1.4), analizzeremo l’intertestualità con l’Ars amtoria di Ovidio (1.5), con Catullo, specialmente i carmi 45 e 35 (quest’ultimo da lui già tenuto presente in 7.69 per un’altra donna colta, Teofila: 1.6), e Properzio 2.15 (1.7).

1.1 I due epigrammi di Marziale (10.35 e 38). Marziale parla di Sulpicia in due epigrammi del libro 10, entrambi in endecasillabi.

Il primo epigramma (10.38) elogia la qualità letteraria delle poesie di Sulpicia. Il loro argomento è l’amore coniugale, poiché Marziale ne raccomanda la lettura alle spose e agli sposi che vogliano piacere ai loro rispettivi legittimi compagni. Sulpicia non canta storie mitologiche di amori scellerati, come quelli di Medea, di Tieste (che aveva sedotto la moglie del fratello Atreo, il quale poi si vendicò imbandendogli le carni dei figli), di Scilla (che tradì il padre per amore del nemico Minosse) e di Biblide (innamarata del fratello). Sulpicia ‘insegna’ invece le gioie dell’amore e del sesso coniugali. Per questo, la sua poesia è al tempo stesso caratterizzata da nequitia (‘dissolutezza’ erotica, la parola d’ordine degli elegiaci augustei), ma anche da sanctitas (la ‘probità, virtù’ delle matrone romane). Il rapporto tra Caleno e Sulpicia è paragonato a quello tra Numa, il secondo re di Roma, e la sua sposa, la ninfa Egeria. Marziale procede poi a paragonare Sulpicia alla più celebre donna poeta dell’antichità, Saffo: se Saffo avesse avuto Sulpicia come compagna di studi o come maestra, sarebbe stata più dotta, e sarebbe stata pudica; ma di lei si sarebbe innamorato Faone, il leggendario battelliere dell’isola di Lesbo, di cui Saffo si sarebbe perdutamente innamorata e per cui, respinta, si sarebbe infine suicidata gettandosi in mare dalla scogliera di Leucade. Inutilmente, però, Faone si sarebbe innamorato di Sulpicia: ella infatti è fedele al suo Caleno, e, anche se questi le venisse strappato dalla morte, non si risposerebbe mai neppure con Giove, Bacco o Apollo.

Nel secondo epigramma (10.38), Marziale si rivolge direttamente a Caleno: quanto sono stati belli i quindici anni del suo matrimonio con Sulpicia! L’accento va ancora sulle gioie del sesso coniugale: le ore notturne passate nel lusso sensuale (le ‘perle della costa indiana’ che segnano le ore alludono ai sassolini bianchi con cui si solevano indicare i giorni felici (cf. 8.45.2, 9.52.5), ma anche suggeriscono i raffinati ornamenti di Sulpicia), le ‘battaglie’ erotiche, il letto e la lampada che spande le essenze di Nicerote (un noto profumiere: cf. 6.55.3) testimoni degli amplessi. Si può dire che Caleno abbia vissuto veramente solo per i quindici anni del suo matrimonio. Se potesse scegliere, e le Parche (Atropo è una di loro) glielo concedessero, egli preferirebbe rivivere ancora uno solo di quei giorni, piuttosto che continuare a vivere una vecchiaia lunga quattro volte quella del vecchissimo Nestore, re di Pilo. (Questa sembra l’intepretazione migliore della frase conclusiva: vedi sotto.)

1.2 Testo e traduzione di Marziale 10.35 e 38.

Mart. 10.35

Omnes Sulpiciam legant puellae,

Uni quae cupiunt viro placere;

Omnes Sulpiciam legant mariti,

Uni qui cupiunt placere nuptae.

Non haec Colchidos adserit furorem 5

Diri prandia nec refert Thyestae;

Scyllam, Byblida nec fuisse credit:

Sed castos docet et pios amores,

Lusus, delicias facetiasque.

Cuius carmina qui bene aestimarit, 10

Nullam dixerit esse nequiorem,

Nullam dixerit esse sanctiorem.

Tales Egeriae iocos fuisse

Udo crediderim Numae sub antro.

Hac condiscipula vel hac magistra 15

Esses doctior et pudica, Sappho:

Sed tecum pariter simulque visam

Durus Sulpiciam Phaon amaret.

Frustra: namque ea nec Tonantis uxor

Nec Bacchi nec Apollinis puella 20

Erepto sibi viveret Caleno.

Traduzione italiana (da Marco Valerio Marziale: Epigrammi, 2 voll., trad. di Mario Scàndola, note di Elena Merli, BUR, Milano 1996):

‘Leggano Sulpicia tutte le ragazze che vogliono piacere soltanto al loro uomo, leggano Sulpicia tutti i mariti che vogliono piacere soltanto alla loro sposa. Non tira in ballo, lei, il furore di Medea, non descrive il banchetto dello scellerato Tieste; Scilla e Biblide non crede che siano esistite: insegna invece casti e onesti amori, moine, affettuosità, motteggi. Chi saprà apprezzare le sue poesie riconoscerà che non v’è donna più birichina, che non v’è donna più onesta. Tali voglio credere che siano state le intimità di Egeria con Numa nell’umida grotta. Se avessi avuto lei come condiscepola o come maestra, saresti stata più dotta e casta, Saffo: ma se avesse visto a un tempo insieme te e Sulpicia, di lei l’insensibile Faone si sarebbe innamorato. Invano, perché lei non vorrebbe vivere né come sposa del Tonante, né come amante di Bacco o d’Apollo, se le fosse tolto il suo Caleno’.

Mart. 10.38

O molles tibi quindecim, Calene,

Quos cum Sulpicia tua iugales

Indulsit deus et peregit annos!

O nox omnis et hora, quae notata est

Caris litoris Indici lapillis! 5

O quae proelia, quas utrimque pugnas

Felix lectulus et lucerna vidit

Nimbis ebria Nicerotianis!

Vixisti tribus, o Calene, lustris:

Aetas haec tibi tota conputatur 10

Et solos numeras dies mariti.

Ex illis tibi si diu rogatam

Lucem redderet Atropos vel unam,

Malles, quam Pyliam quater senectam.

Traduzione italiana (M. Scàndola):

‘Che delizia per te, Caleno, i quindici anni di matrimonio che un dio ti ha concesso di trascorrere per intero con la tua Sulpicia! Che notti, che ore, tutte segnate da perle preziose della costa indiana! Che giostre, che schermaglie tra voi hanno visto – beati loro! – il letto e la lampada impregnata di essenze di Nicerote! Sei vissuto per tre lustri, Caleno: questo è per te il solo tempo che conta, solo i giorni in cui sei stato suo marito tu consideri. Se di questi giorni te ne rendesse anche solo uno a furia di insistere Atropo, lo preferiresti a quattro volte la vecchiaia del re di Pilo’.

1.3 Marziale e Caleno-Sulpicia. Nulla si sa dei rapporti tra Marziale e la coppia di sposi che viene celebrata in 10.35 e 38. Non c’è verosimilmente alcun rapporto tra questo Caleno e il Caleno che Marziale prende di mira in 1.99: il Caleno di 1.99, rimasto avaro nonostante sia diventato improvvisamente ricchissimo in seguito a quattro eredità, è probabilmente un personaggio fittizio.

La questione dei rapporti tra Sulpicia e la corte di Domiziano è stata posta in relazione alla discussione della paternità della Sulpiciae Conquestio (vedi § 4), in cui la voce narrante attacca violentemente Domiziano. In realtà, nulla si può ricavare da Marziale circa gli orientamenti politici di Sulpicia. È teoricamente possibile, anche se improbabile, che Sulpicia possa essere stata un’oppositrice di Domiziano, e che i carmi in suo elogio siano stati inclusi da Marziale in occasione della seconda edizione del libro 10 pubblicata nel 98, e quindi dopo la morte di Domiziano (avvenuta nel 96).

1.4 La poesia di Sulpicia secondo Marziale. In 10.35.5-12 Marziale attribuisce a Sulpicia un programma poetico molto simile a quello che egli rivendica più volte per se stesso: una poesia realistica che rifiuta le fantasie assurde del mito (per gli epigrammi di polemica antimitologica cf. per es. 4.49, 5.53, 8.3, 9.50, 10.4). La poesia di Sulpicia, che canta i piaceri dell’amore coniugale, ed è al tempo stesso giocosa e pudica, ricorda d’altronde il programma di vita beata delineato da Marziale in 10.47.10, non tristis torus, et tamen pudicus (‘un talamo non austero e tuttavia pudico’). Il tema dell’eros coniugale è più volte trattato da Marziale: Questa consonanza tra il resoconto della poesia di Sulpicia e le dichiarazioni di poetica di Marziale non esclude peraltro che Marziale possa riecheggiare motivi toccati da Sulpicia stessa nella sua poesia.

L’idea che Marziale alluda direttamente a parole di Sulpicia è particolarmente attraente per quanto riguarda il riferimento al mito di Numa ed Egeria (10.35.13-14): è singolare infatti che al mito di Numa ed Egeria faccia riferimento anche la Sulpiciae Conquestio. In conclusione del poemetto infatti la Musa Calliope risponde a Sulpicia, assicurandole che Domiziano sta per incontrare la sua fine:

nam laureta Numae fontisque habitamus eosdem

et comite Egeria ridemus inania coepta. (Sulp. Conq. 67-8)

‘Infatti noi [Calliope e le altre Muse] abitiamo il bosco di allori e le stesse fonti di Numa, e, in compagnia di Egeria, ridiamo di questi vani sforzi’.

Anche se la Sulpiciae Conquestio è probabilmente risalente al IV-V secolo d.C., la coincidenza con Marziale suggerisce la possibilità che l’autore del poemetto riecheggi un motivo che trovava espresso nella poesia di Sulpicia.

Marziale dice che gli ioci di Sulpicia sono simili a quelli di Egeria, la sposa e ispiratrice di Numa, ‘nell’umida grotta di Numa’. La grotta di Egeria con la sacra fonte era situata nel bosco di Diana Nemorense ad Ariccia, e una fonte sacra ad Egeria era anche localizzata a Roma presso porta Capena, in un boschetto dedicato alle Camene, ninfe delle fonti come lei, e sue compagne, nonché divinità della poesia identificate con le Muse greche. Lì secondo la leggenda, Numa si recava nottetempo per incontrare la ninfa (che è sua moglie in diverse versioni della storia), e ricevere da lei ispirazione e consigli per la sua opera di legislazione religiosa (fin da Ennio, Ann. 113 Sk.). L’azione civilizzatrice di Egeria, che, tramite Numa, fonda il diritto, la religione, le leggi, il rituale di Roma (cf. per es. Ov. Fast. 3.277-89), viene ‘tradotta’, o anche ridotta, in ‘scherzi’, ioci, che suggerisce nello stesso tempo ‘i giochi d’amore’ (cf. e.g. Hor. Epist. 1.6.65, Ov. Ars 1.354), e, sul piano letterario, le ‘poesie leggere’ (cf. e.g. Hor. Carm. 2.1.37, Ov. Trist. 2.238).

Egeria è una sorte di Musa ispiratrice, e l’identificazione della donna poeta con una ‘Musa’ è tradizionale nel pensiero antico: l’associazione di Sulpicia con Egeria anticipa la sua comparazione con Saffo, tradizionalmente nota come ‘la decima Musa’. Il chiamare una poetessa ‘la seconda Saffo’ può essere visto come riflesso di un tipico modo di pensare androcentrico, che perpetua la tendenza a vedere le donne come un tutto unico e indistinto. La costruzione di una donna poeta come ‘Musa’ è un tentativo di inquadrare l’eccezione in una norma maschile, in cui la donna, anche nel momento della sua espressione come produttrice di poesia, e non come oggetto, come scrivente e non scritta, viene reintegrata in un ruolo in cui solo apparentemente è detentrice di potere (cf. Alison Sharrock, ‘An A-musing Tale: Gender, Genre, and Ovid’ in Efrossini Spentzou-Don Fowler (edd.), Cultivating the Muse: Struggles for Power and Inspiration in Classical Literature, Oxford 2002). Se Sulpicia stessa si paragonava a Egeria, sarebbe molto interessante vedere come questo avvenisse. Sarà solo una coincidenza l’uso di Camenae per indicare la propria poesia da parte della ‘prima’ Sulpicia ([Tib.] 3.12.3)?

1.5 Sulpicia ‘magistra amoris’: intertestualità ovidiana. I due epigrammi di Marziale descrivono la poesia di Sulpicia attraverso una fitta rete di rimandi a Catullo e Properzio, ma anche a Ovidio.

L’esordio dell’epigramma 10.35, con l’esortazione a leggere Sulpicia rivolta agli sposi che vogliono piacere al compagno, richiama Ov. Am. 2.1.15 me legat in sponsi facie non frigida virgo, e l’esordio dell’Ars, 1.1-2 Si quis in hoc artem populo non novit amandi, / hoc legat et lecto carmine doctus amet. Sulpicia infatti viene presentata da Marziale come autrice di una sorta di ‘didascalica erotica’ per donne sposate, il contrario di quello che si propone Ovidio nel libro 3 dell’Ars, in cui (almeno per salvare le apparenze) dichiara di non rivolgersi alle matrone rispettabili. In 10.35.8 Sulpicia ‘insegna (docet) gli amori casti e onesti’, e, se Saffo avesse avuto lei come ‘maestra’ di poesia e d’amore (magistra) sarebbe stata doctior (10.35.15-16). Il ruolo di magister amoris è naturalmente quello che Ovidio rivendica per sé nella sua Ars (cf. 1.6, 15, 2.173, 479, 744, 3.341, 812, Rem. 3.55): Marziale contrappone implicitamente il magistero ‘pudico’ di Sulpicia a quello di Ovidio. Ci si chiede se questo ruolo di anti-Ovidio fosse in qualche modo rivendiato da Sulpica stessa nelle sue poesie.

Ancora, l’esortazione a leggere Sulpicia per ‘piacere al proprio uomo’ (viro placere) si propone di sostituire Sulpicia a Ovidio, che pure sapeva dare consiglio alle donne in quibus est ulli cura placere viro (Ars 3.380). In particolare, Marziale avrà presente il passo di Ars 3 in cui Ovidio dà consigli alle donne su cosa leggere (3.329-48): gli autori consigliati sono Callimaco, Filita, Anacreonte, Saffo (3.331 quid enim lascivius illa?), la commedia nuova, Properzio, Gallo, Tibullo, gli Argonautica di Varrone Atacino, l’Eneide, e gli Amores e le Heroides di Ovidio stesso.

1.6 Intertestualità catulliana in 10.35. L’incipit di Mart. 10.35 richiama un passo del carme di Catullo, pure in endecasillabi, dedicato al felice amore di Sttimio e Acme: cf. Catullo 45.21-24 unam Septimius misellus Acmen / mavult quam Syrias Britanniasque: / uno in Septimio fidelis Acme / facit delicias libidinesque (Richlin (1992) 129, Mattiacci (1999) 220), con l’espressione delicias libidinesque variata in 10.35.9 delicias facetiasque.

Il confronto di Sulpicia con Saffo riprende Catullo 35.16-17 Sapphica puella / Musa doctior (cf. 10.35.15-16 hac condiscipula vel hac magistra / esses doctior et pudica Sappho). Catullo 35 è un’epistola rivolta all’amico Cecilio perché lasci Como e vada da lui a Verona; la partenza sarà difficile perché Cecilio ha una ragazza a Como che lo ama appassionatamente, tanto più ora che ha letto il poema sulla ‘Magna Mater’ a cui Cecilio sta lavorando. Catullo dice di capire la ragazza, che, apprezzando la poesia del suo innamorato, mostra di ‘essere una ragazza più dotta (cioè con più gusto poetico) della musa di Saffo’, cioè ‘della poetessa Saffo’, con probabile allusione alla nozione di Saffo come ‘decima Musa’ (cf. Hallett (1992) 107-9).

Marziale aveva già alluso a questo passo di Catullo in 7.69, un epigramma che accompagnava un ritratto di Teofila, promessa sposa di Canio Rufo, letterato e poeta amico di Marziale. Teofila è un’altra donna colta e di ottimo gusto letterario:

vivet opus quodcumque per has emiserit aures;

tam non femineum nec populare sapit.

Non tua Pantaenis nimium se praeferat illis,

quamvis Pierio sit bene nota choro.

carmina fingentem Sappho laudabat amatrix:

castior haec et non doctior illa fuit. (Mart. 7.69.5-10)

‘Avrà vita ogni opera che avrai fatto passare per il suo orecchio, a tal punto il suo gusto non ha nulla di femminile e di ordinario. Non avrà troppo da anteporsi a lei la tua Pantenide, anche se è ben nota alla schiera delle Muse. L’amorosa Saffo lodava la sua amica poetessa: è più casta questa e non più dotta quella’ (trad. M. Scàndola).

Si tratta di un passo molto interessante per una lettura gendered. Ritorna il tema catulliano della donna colta che è valida giudice della poesia maschile, ma paradossalmente è valida in quanto non-femminile (tam non femineum… sapit). La donna è vista come una specie di filtro attraverso cui far passare le poesie del poeta uomo: vivet opus quodcumque per has emiserit aures (fraintende Hallett (1992) 103: ‘he predicts that her works will live’: in realtà non si parla delle opere della donna, ma di quelle dell’uomo). Teofila è paragonata a una certa Pantaenis non altrimenti nota. L’interpretazione più diffusa vede in questa Pantenide una poetessa appartenente al tiaso di Saffo; tua si spiegherebbe allora con l’ipotesi che Canio Rufo avrebbe dedicato dei versi a questa Pantenide. Saffo lodava la poesia di Pantenide (carmina fingentem = Pantenide), ma questa (Teofila) è più casta e quella (Pantenide) non fu più dotta (Hallett fraintende ancora; cf. Mattiacci (1999) 221 e n. 17). W. C. A. Ker (ed. Loeb, Cambridge, Mass. 1919) pensa invece che Pantenide sia una poetessa contemporanea di Marziale. Il testo di Marziale è di difficile comprensione, poiché non sappiamo chi sia questa Pantenide. Fanno particolare difficoltà le espressioni tua Pantaenis, e anche carmina fingentem, in quanto sembrerebbe più coerente nel contesto marzialiano che Pantaenis venisse lodata da Saffo come giudice della sua poesia, piuttosto che come autrice. Sembra di capire, comunque, che Teofila sia definita castior di una Pantaenis lodata da Saffo, e che questa Pantaenis sia non doctior di Teofila.

Il paragone di una poetessa con Saffo viene fatto anche da Ovidio, nell’elegia dell’esilio dedicata alla poetessa sua allieva (secondo alcuni una sua figliastra) Perilla (Tristia 3.7): se le resta nell’animo, anche dopo il duro colpo dell’esilio di Ovidio, lo stesso ardore poetico che aveva caratterizzato i suoi esordi, sola tuum vates Lesbia vincet opus, ‘allora solo la poetessa di Lesbo sorpasserà la tua opera’ (Trist. 3.7.20).

La chiusa di 10.35 (se le venisse strappato Caleno, Sulpicia non vorrebbe essere la sposa di Giove, né di Apollo, né di Bacco) riprende invece Catullo 70.1-2 nulli se dicit mulier mea nubere malle / quam mihi, non si se Iuppiter ipse petat. Se i versi di Marziale riprendono espressioni di Sulpicia stessa, sarebbe interessante il modo in cui Sulpicia si approprierebbe di parole che Catullo attribuiva a Lesbia – parole, nel caso di Lesbia, menzognere, che Sulpicia avrà provveduto a correggere.

1.7 Intertestualità properziana in 10.38. Il secondo epigramma marzialiano su Sulpicia pone un preliminare problema di intepretazione. Rifacendosi a W. Kroll, s.v. ‘Sulpicia’, RE IV A.1 (1931) 880, Parker (1992) 94-95, approvato da Hallett (1992) 103-4, ritiene che Marziale stia scrivendo in occasione della morte di Sulpicia, e che quindi 10.38 sia una sorta di consolatio rivolta a Caleno. Questo sarebbe mostrato dai ‘tempi dei verbi’ e dal ‘tono generale’ del componimento. In realtà, l’epigramma non ha nulla della consolazione funebre, e si spiega molto meglio come celebrazione dei quindici anni di matrimonio. Vixisti tribus, o Calene, lustris significa che solo questi quindici anni trascorsi sposato con Sulpicia sono per Caleno vera vita, e gli ultimi tre versi vogliono dire che se Caleno fosse posto di fronte alla prospettiva di passare una lunghissima vecchiaia da solo, preferirebbe piuttosto ottenere dalle Parche un solo giorno con Sulpicia, esattamente come, nella chiusa di 10.35, si dice che Sulpicia non vorrebbe essere sposa neppure di un dio se le venisse strappato dalla morte il marito.

Il modello principale di 10.38 è Properzio 2.15:

O me felicem! o nox mihi candida! et o tu

lectule deliciis facte beate meis!

quam multa apposita narramus verba lucerna,

quantaque sublato lumine rixa fuit! (Prop. 2.15.1-4)

‘Oh me felice, o notte per me splendida, o dolce letto reso beato dalla mia delizia! Quante parole ci siamo detti distesi accanto alla lucerna, e quante battaglie d’amore abbiamo ingaggiato allontanato il lume!’ (trad. L. Canali).

Inoltre, il ‘conteggio’ della durata della vera vita di Caleno, che è solo quella passata con Sulpicia, e il concetto che un giorno con lei è meglio di molti anni da solo (9-14), riprende l’analoga dilatazione del tempo passato con Cinzia più avanti nella stessa elegia properziana:

Quod mihi si interdum talis concedere noctes

illa velit, vitae longus et annus erit.

Si dabit et multas, fiam immortalis in illis:

nocte una quivis vel deus esse potest.

‘Se ella volesse concedermi talvolta di tali notti, anche un anno di vita sarà lungo. Se poi me ne concederà molte, allora in esse diventerò immortale: chiunque in una sola notte può trasformarsi in un dio’ (trad. L. Canali).

Marziale adatta alla relazione matrimoniale tra Sulpicia e Caleno le espressioni che Properzio aveva usato per la propria relazione irregolare con Cinzia. In questo caso, l’ipotesi che Marziale stia riprendendo parole di Sulpicia stessa è resa particolarmente probabile dal frammento superstite di Sulpicia: vedi sotto, § 3.5.

Comunque, la trasposizione in chiave coniugale di una scena d’amore elegiaco è un perfetto esempio di quell’equilibrio tra nequitia e sanctitas che Marziale aveva attribuito alla poesia di Sulpicia in 10.35: la descrizione del sesso coniugale si colora di ‘dissolutezza’ non solo per il realismo dell’espressione, ma anche per il suo modellarsi sul sesso ‘dissoluto’ per eccellenza, quello della poesia elegiaca. E d’altra parte il riscatto di questa dissolutezza nella trasposizione in termini matrimoniali non fa che riprendere e ‘realizzare’ l’aspirazione, sempre frustrata, a un legame di tipo matrimoniale: una tipica contraddizione di Properzio, che emerge anche nella stessa elegia 2.15 (cf. 2.15.27-8 exemplo iunctae tibi sint in amore columbae, / masculum et totum femina coniugium). Forse non è casuale che l’invocazione al lectulus testimone degli amplessi contamini il modello irregolare properziano con un’allusione a un frammento del poeta Ticida (fr. 1 Courtney felix lectule talibus / sole amoribus) che proviene da un carme imeneo (come ci informa il testimone, Prisciano 1.189 Ticida in hymenaeo).

2. Le testimonianze di Ausonio, Sidonio Apollinare e Fulgenzio.

Contenuto del capitolo. In questo capitolo vedremo le testimonianze su Sulpicia contenuto in tre autori vissuti tra IV e V secolo d.C.: Ausonio, Sidonio Apollinare, e Fulgenzio. Anche se non possiamo escludere con assoluta certezza l’idea che essi derivino la loro conoscenza di Sulpicia dagli epigrammi di Marziale, è tuttavia molto probabile che essi conoscessero direttamente l’opera di Sulpicia.

2.1 Il passo di Ausonio. Il riferimento a Sulpicia di Ausonio (Burdigala, odierna Bordeaux, 310 ca. - 395 ca. d.C.) è contenuto nell’epilogo in prosa del Cento nuptialis, in cui Ausonio utilizza parodisticamente versi ed emistichi virgiliani per descrivere le varie fasi di una cerimonia nuziale, dal banchetto alla consumazione del matrimonio. Nell’epilogo in prosa Ausonio cerca di giustificare l’oscenità del suo componimento ricorrendo al motivo – già ovidiano, catulliano e marzialiano – della distinzione tra arte e vita:

‘Lasciva est nobis pagina, vita proba’, ut Martialis dicit [1.4.8]. Meminerint autem, quippe eruditi, probissimo viro Plinio in poematiis lasciviam, in moribus constitisse censuram, prurire opusculum Sulpiciae, frontem caperrare’ (p. 139 Green).

Traduzione italiana:

‘"La mia pagina è sboccata, ma la mia vita è virtuosa", come dice Marziale [1.4.8]. Vi ricorderete peraltro, in quanto persone di cultura, che il virtuosissimo Plinio (il Giovane) era lascivo nelle sue poesie, severo nei suoi costumi, e che l’operetta di Sulpicia era lasciva, mentre la sua fronte era corrucciata’.

Il riferimento all’‘operetta di Sulpicia’ introduce un lungo elenco di autori che furono parimenti licenziosi nella propria opera e severi nella vita (oltre a Marziale e Plinio il Giovane, Apuleio, Cicerone, Platone, Anniano, Levio, Menandro, Virgilio). Posto che la composizione della Sulpiciae Conquestio dimostra che il testo di Sulpicia era leggibile all’altezza del IV-V sec. (§ 4.3), è impossibile dire se Ausonio conoscesse direttamente Sulpicia, o se ricavasse il suo nome e le informazioni su di lei esclusivamente dai due epigrammi di Marziale. Le sue parole potrebbero infatti presupporre solo Marziale, in particolare la sua valutazione dei carmi di Sulpicia come a un tempo pieni di nequitia e di sanctitas (10.35.11-12). Se con opusculum Sulpiciae, Ausonio si riferisse alla brevità della raccolta dei carmi di Sulpicia, questa sarebbe una prova della sua conoscenza diretta del testo (poiché non è notizia che si ricavi da Marziale), ma opusculum potrebbe riferirsi semplicemente al tono leggero ed erotico della sua poesia (senza contare il fatto che Ausonio potrebbe comunque sentirsi autorizzato ad usare il diminutivo per l’opera di una donna: cf. Sulpicilla in Fulgenzio, § 2.3).

2.2 Il passo di Sidonio Apollinare. Sidonio Apollinare è un altro poeta che proviene, come Ausonio, dalla Gallia (Lione, 430 ca. - Clermont-Ferrand, 486 ca. d.C.). In uno dei suoi ventiquattro carmi, rivolto all’amico Felice, egli fa un lunghissimo elenco di scrittori greci e (soprattutto) latini che egli si ripromette di non imitare nella sua poesia:

Non Gaetulicus hic tibi legetur,

non Marsus, Pedo, Silius, Tibullus,

non quod Sulpiciae iocus Thaliae

scripsit blandiloquum suo Caleno,

non Persi rigor aut lepos Properti,

sed nec centimeter Terentianus. (Carm. 9.259-64)

Traduzione italiana:

‘Qui non leggerai Getulico, non (Domizio) Marso, (Albinovano) Pedone, Silio (Italico), Tibullo, non ciò che lo scherzo della Talìa di Sulpicia scrisse di seducente al suo Caleno, non la durezza di Persio, ma neanche Terenziano (Mauro) dal gran numero di metri’.

Sidonio riprende la parola iocus che era già stata usata da Marziale (10.35.13 tales Egeriae iocos fuisse…), e fa riferimento alla Musa di Sulpicia, Thalia, una Musa che nella letteratura latina compare, da Virgilio, Ecl. 6.2, come Musa della poesia leggera, soprattutto erotica (è anche la Musa ispiratrice di Saffo secondo Ov. Her. 15.84). Sidonio non aggiunge effettivamente nulla di concreto a quanto dice Marziale, ma non è verosimile che il rilievo enorme da lui dato a Sulpicia nel suo catalogo (unica scrittrice latina menzionata nel catalogo, a lei sono dedicati due versi, come solo a Ovidio, Giovenale e pochi altri) derivi solo dalla sua menzione in Marziale.

2.3 I passi di Fulgenzio. Fabio Planciade Fulgenzio è un erudito che visse a Cartagine tra la fine del V e l’inizio del VI sec. d.C. Nei suoi Mythologiarum libri tres, raccoglie narrazioni di miti classici accompagnate da stravaganti spiegazioni allegoriche in chiave cristiana. Nell’introduzione ai Mythologiarum libri, troviamo questa frase abbastanza oscura:

Neque enim illas Eroidarum arbitreris lucerna meis praesules libris, quibus aut Sulpicillae procacitas aut Psices curiositas declarata est. (Myth. 1, pp. 3-4 Helm)

Traduzione italiana:

‘E non credere che faranno da guida nei miei libri quelle lucerne delle Eroine (delle Heroides di Ovidio?), da cui fu rivelata la la licenziosità di Sulpicilla, o la curiosità di Psiche’.

Poco più avanti nella stessa introduzione si chiarisce che Fulgenzio sta pensando alla Sulpicia di Marziale:

Nescis, inquit (sc. Calliope), Fulgenti, rudis accola Pieridum, quantum Satyram matronae formident; licet mulierum verbialibus undis et causidici cedant nec grammatici muttiant, rhetor taceat et clamorem praeco conpescat, sola est quae modum inponit furentibus, licet Petroniana subit Albucia. Hac etenim alludente et Plautinae Saureae dominatus obdormit et Sulpicillae Ausonianae loquacitas deperit Sallustianaeque Semproniae quamvis praesens sit Catilina melos cantandi raucescit’. (Myth. 1, pp. 12-13 Helm)

Traduzione italiana:

‘Non sai, disse (Calliope), o Fulgenzio, inesperto concittadino delle Pieridi (=Muse), quanto le donne temano la Satira; per quanto anche gli avvocati si ritirino di fronte alle onde di parole delle donne e i grammatici ammutoliscano, il retore stia zitto e il banditore spenga il suo gridare, essa sola è in grado di imporre moderazione al loro infuriare, anche se si fa avanti l’Albucia di Petronio. Quando questa scherza, infatti, viene meno lo strapotere della Saurea di Plauto e muore la loquacità della Sulpicilla di Ausonio, e il canto della Sempronia di Sallustio si fa roco anche se è presente Catilina’.

In questo passo, Fulgenzio, come suo solito, fa parecchia confusione: se un personaggio di nome ‘Albucia’ non compare nelle parti supersiti del Satyricon di Petronio, ma poteva essere presente in qualche parte perduta, tuttavia Fulgenzio confonde il personaggio maschile Saurea dell’Asinaria di Plauto con la matrona Artemona. Facendo riferimento a ‘Sulpicilla’ (il diminutivo ha un tono di condiscendenza) come ‘Ausoniana’ Fulgenzio sembrerebbe basarsi solo sul riferimento a Sulpicia che si trova nell’epilogo del Cento Nuptialis. D’altra parte, però, il riferimento alla ‘lucerna’, che avrebbe svelato la procacitas di Sulpicia come la lucerna di Psiche (nella novella di Apuleio) ne avrebbe svelato la curiosità, non è ricavabile da Ausonio, ed è anzi un particolare assai interessante. Abbiamo infatti visto in Marziale 10.35.7 un riferimento alla ‘lucerna’ che avrebbe ‘visto’ gli amori di Sulpicia e Caleno, in un contesto che con ogni probabilità allude alla poesia dell’autrice stessa. Una possibilità è che Fulgenzio si ricordi qui di Marziale, ma la cosa sembra alquanto improbabile, mentre è attraente pensare che Fulgenzio stia riprendendo il motivo della lucerna dal testo di Sulpicia stessa. Del motivo della lucerna parleremo ancora a proposito del frammento di Sulpicia: § 3.5.

Difficile dire se dal secondo passo di Fulgenzio, nella sua imprecisione, si possa ricavare l’informazione che la franchezza di Sulpicia nel parlare del proprio amore avesse attirato effettivamente su di sé un qualche attacco di tipo ‘satirico’.

3. Il frammento di Sulpicia.

Contenuto del capitolo. Vedremo ora l’unico frammento superstite di Sulpicia, tramandatoci da cosiddetto ‘Probus Vallae’, cioè la raccolta di scolii a Giovenali che l’umanista del Quattrocento Giorgio Valla di Piacenza trovò in un MS., ora perduto, e da lui attribuiti appunto a un certo ‘Probo’. Nella nota alla parola rara cadurcum (‘materasso’, ‘letto’) in Iuv. 6.537, Valla ci dice (o meglio ci fa capire) che lo scolio di ‘Probo’ spiegava la parola attraverso la citazione di un paio di versi (in trimetri giambici) di Sulpicia (in cui appunto si nomina il cadurcum). Il carattere esplicitamente erotico del frammento di Sulpicia si armonizza perfettamente con l’immagine che di lei ci siamo fatta da Marziale, e dalle altre testimonianze viste sopra.

3.1 Il testimone: il Probus Vallae. Con ogni probabilità noi abbiamo un frammento autentico della seconda Sulpicia, consistente in due trimetri giambici citati dal cosiddetto Probus Vallae (su questa questione seguiamo l’ottima esposizione di Parker (1992)). Giorgio Valla di Piacenza (c. 1430-99), forse cugino del grande Lorenzo Valla, nel preparare la sua edizione di Giovenale a Venezia nel 1486, fece ampio uso di un singolo manoscritto, ora perduto, che conteneva una raccolta di scolii attribuiti a ‘Probus’. Il ‘Probus’ che Valla aveva scoperto, quasi certamente a Milano prima del suo spostamento a Venezia, era probabilmente un manoscritto di Giovenale con un commento marginale esteso solo fino a Iuv. 8.198. Questo manoscritto era forse identico a quello descritto dall’autore (identificato con Hildemar di Corbie, fl. 840) di una lettera in esametri (talvolta sbagliati) contenuta in un manoscritto di Monaco (Monacensis 14420, 144r), in cui scrive di aver letto Giovenale ma di essere stato disturbato dalla mancanza di un commento agli ultimi due libri (in altre parole, il commento da lui consultato copriva solo i libri I-III, contenenti Sat. 1-8). Questi scolii attribuiti a Probus derivano in ultima analisi da un commento tardo-antico risalente all’incirca alla fine del IV sec. d.C.

Valla descriveva il suo commento di Probus come ‘di eccezionale brevità’ e lamentava di essere stato ostacolato in diversi luoghi dall’età e dalle cattive condizioni del MS stesso. Il commento, sebbene vicino alla tradizione principale (P, Q, S) e contaminato da un MS diverso (o forse da più di uno) che conteneva un commento completo, contiene molti commenti e citazioni originali.

3.2 Il due trimetri di Sulpicia. A Giovenale 6.537 lo scolio commenta la rara parola cadurcum. Questo è il testo di Giovenale con l’immediato contesto:

Ille petit veniam, quotiens non abstinet uxor

concubitu sacris observandisque diebus

magnaque debetur violato poena cadurco

et movisse caput visa est argentea serpens.

Traduzione italiana (Paolo Frassinetti, da Satire di Aulo Persio Flacco e Decimo Iunio Giovenale, a cura di P. Frassinetti e Lucia Di Salvo, UTET, Torino 1979):

‘È lui che intercede per la sposa quando, nei periodi solenni di astinenza, non rifugge l’amplesso ed una grande pena si dovrebbe scontare per questa violazione del letto coniugale: si è visto infatti il serpente d’argento muovere il capo’.

Questo è lo scolio di Valla, comprendente la citazione dei due trimetri giambici di Sulpicia:

membrum mulieris (inquit Probus) intelligitur, cum sit membri muliebris velamen. Vel, ut alii, est instita, qua lectus intenditur, unde ait Sulpicia:

si me cadurci restitutis fasciis

nudam Caleno concubantem proferat.

Apparato critico (da Courtney (1993) 361 e Blänsdorf (1995)):

Sulpicia: si me Bücheler: Sulpicius ne Valla: Sulpicia ne me Pithoeus| cadurcis codd.: cadurci T. Muncker ad Fulgent. I p. 598 (1681): cadurcus D. A. Russell: cadurcum Waterhouse | destitutam Pithoeus: dissolutis Bücheler, Baehrens | 2 nudum Caleno concubentem Valla, corr. Pithoeus | consubantem Cazzaniga (1967) | proferas Muncker

Traduzione italiana:

‘Si deve intendere [con cadurcum] – dice Probo – l’organo genitale femminile, poiché esso è la copertura dell’organo femminile. Oppure, come altri intendono, è la cinghia su cui il letto viene steso, onde Sulpicia dice:

Se, una volta riparate le cinghie per il materasso, [soggetto mancante] mi mostrasse nuda a letto con Caleno…’

Il riferimento a Calenus permise già a Pithoeus (Pierre Pithou di Troyes, 1539-96), lo scopritore del condice che ancora porta il suo nome (P, Montepessulanus bibl. med. 125), di identificare correttamente l’autrice nella Sulpicia di Marziale 10.35, 38.

3.3 Il cadurcum. La spiegazione ‘anatomica’ di cadurcum che lo scolio attribuisce a ‘Probus’ è errata e deriva chiaramente da un fraintedimento del testo di Giovenale. Essa si ritrova in glossari (cf. CGL V 493.32 (s.v. cadurdum), 596.43 (cardudum), 596.44 (cadurda)), che devono derivare da Probus o condividere con lui una fonte comune (vedi TLL s.v. cadurcum).

Più corretta è invece la seconda spiegazione che Valla propone: secondo altri, il cadurcum corrisponderebbe alle strisce di stoffa tese attraverso l’intelaiatura del letto per sostenere i materassi e i cuscini. Cf. GLK VII 544.20: cadurcum, fascem lecti, che chiaramente deriva dalla stessa fonte da cui deriva la spiegazione degli alii riferita da Valla, e che probabilmente ha origine in una citazione di questo passo in un grammatico.

Il significato di cadurcum non è propriamente ‘coperta’ (come indicato nei vocabolari di uso comune, per es. OLD, Castiglioni-Mariotti, Conte-Pianezzola-Ranucci); il termine dovrebbe piuttosto indicare il materasso di un letto, fatto con il lino prodotto dai Cadurci, una tribù della Gallia Narbonensis (cf. Iuv. 7.221 e gli scolii ad loc.), e quindi per metonimia il letto nuziale (il senso che ha in Iuv. 6.537, il passo che lo scolio di Valla sta discutendo); vedi E. Courtney, A commentary to the satires of Juvenal (London 1980) 331 ad loc.

Il senso che le glosse (compresa quella riferita da Valla) attribuiscono a cadurcum, però, si adatta propriamente solo alla fascia, la cinghia che sorregge il cadurcum (materasso): per questa fascia cf. Cic. Div. 2.134, Mart. 14.159.1, Porph. ad Hor. Epod. 11.12.

In ogni caso, gli alii di Valla non si riferiscono necessariamente a una spiegazione alternativa tratta da un altro MS con scolii; né il plurale implica che Valla avesse più di un MS ad attestare quell’interpretazione (cf. Zetzel (1981) 185-6). È più probabile, data la natura compiuta della citazione, che la spiegazione alternativa fosse inclusa nel testo stesso di Probus (cf. per es. Valla a 7.80, dove specifica che Probus cita l’interpretazione di alii).

3.4 Autenticità sulpiciana. Si sa che Valla alterava e aggiungeva in misura notevole al testo di Probus. Inoltre, come tutti gli scolii antichi, Probus contiene molto materiale che è privo di valore (la sua spiegazione di cadurcum nel testo di Giovenale ne è un esempio). Tuttavia, laddove possiamo fare il confronto con fonti conosciute, il Probus di Valla è, entro i limiti normali della corruzione testuale, abbastanza affidabile nelle sue citazioni, e talvolta è il solo ad avere materiale risalente all’antichità: è il caso per esempio del frammento De Bello Germanico di Stazio (ed. in Courtney (1993) 360): cf. Bartalucci (1973) spec. 235-7.

La possibilità che il frammento sia una falsificazione tarda attribuita a Sulpicia non può essere esclusa; il fatto, tuttavia, che i versi siano in trimetri giambici è un indizio a favore dell’autenticità. Infatti la Sulpiciae Conquestio (vedi sotto) menziona non solo il marito Calenus (62), ma anche i suoi trimetri (5). Che Sulpicia avesse scritto trimetri è un dato che non può essere ricavato da Marziale (i cui due epigrammi sono in endecasillabi). Sembra molto probabile, dunque, che due versi della seconda Sulpicia si siano miracolosamente salvati dall’oblio. Come per la maggior parte di Saffo, questa famosa poetessa deve la sua sopravvivenza al commento fortuito di un grammatico su una singola parola.

3.5 Il testo del frammento e il soggetto di proferat. Dall’apparato critico sopra riprodotto si evince quanto sia elevato il tasso di corruzione nel testo di Valla. Numerosi sono stati gli interventi degli editori, alcuni assolutamente necessari: per es., la sostituzione di Sulpicius per Sulpicia (che è anche un esempio di quanto facilmente i nomi delle donne possano essere cancellati). Inaccettabile, invece, la proposta di Cazzaniga (1967) di correggere concubantem con consubantem, trad. ‘se io nuda mi accostassi (tutta) in calore per (il mio) Caleno’.

Le testimonianze sulla seconda Sulpicia che abbiamo visto sopra sono concordi nell’insistere sull’aperta espressione del desiderio come caratteristica principale della poesia di Sulpicia. La citazione nel Probus di Valla conferma appieno questa caratterizzazione.

La cosa che più colpisce di Sulpicia, e che più colpiva gli antichi, era la sua schiettezza nell’esprimere la sua passione. Nel frammento tramandato da Valla, Sulpicia fa un’audace e provocatoria proclamazione del desiderio femminile e di soddisfazione sessuale. Il contesto immediato del testo non si può ricostruire. Abbiamo una frase introdotta da si senza un soggetto espresso che contiene un congiuntivo presente: l’intepretazione più probabile è che si tratti di un congiuntivo ottativo (‘Se solo…’).

L’intepretazione dipende dal significato di restitutis. W. Morel, nella seconda ed. dei Fragmenta Poetarum Latinorum (Leipzig 1927) 134, seguito da K. Büchner (Leipzig 1982) 166, lo intendeva in senso metaforico: ‘optat, ut sibi lectus genialis nescio qua de causa turbatus restituatur’, pensando forse a una qualche separazione o litigio fra innamorati (anche se Marziale sottolineava la felicità del loro matrimonio durato quindici anni). Secondo questa lettura, le fasciae cadurci sarebbero una metonimia per ‘matrimonio’. Tuttavia, a differenza che in Giovenale (6.537), dove abbiamo la semplice sotituzione del volgare cadurcum al posto di lectus genialis (ma non nel senso di ‘matrimonio’, bensì in quello di ‘fedeltà sessuale da parte della donna’), in Sulpicia abbiamo un preciso riferimento alle ‘cinghie per il materasso’. Similmente, restitutis non deve essere inteso metaforicamente, ma in senso letterale: ‘quando siano state riparate le cinghie per il materasso’. Il testo del frammento dunque ci dà un’immagine assai vivida del letto e del suo sostegno ‘distrutti’ dall’intensità della passione erotica di Sulpicia e del marito. La situazione descritta ricorda quella di Orazio, Epod. 11.12 tenta cubilia tectaque rumpit (cf. Porph. ad loc.: lectum dicit restibus sive fasciolis subtentum), anche se, naturalmente, l’intento di Orazio non è quello di celebrare l’amore coniugale, ma di satireggiare la figura di una donna disgustosa e assetata di sesso. In qualche modo simile è anche Catull. 6.10-11 tremulique quassa lecti / argutatio inambulatioque, dove appunto ‘lo scricchiolìo e il traballìo (lett. il passeggiare) del letto tremante’ sono spie del fatto che Flavio, l’amico del poeta cui è indirizzato il carme, ha un’intensa attività erotica, di cui però non vuole parlare. Si noti in Catullo anche il motivo del ‘letto che parla’: 6.6-8 nam te non viduas iacere noctes / nequiquam tacitum cubile clamat / sertis ac Syrio fragrans olivo…

Ma qual è il soggetto di proferat? Che cosa era che ‘rivelava’ Sulpicia nuda a letto con Caleno?

Una possibilità è quella di correggere cadurcis dei codd. in modo da farne un soggetto per proferat: ‘se il materasso (il letto), una volta riparate le cinghie, mi mostrasse nuda a letto con Caleno…’ Così, Courtney in apparato riporta la congettura cadurcus di D. A. Russell, che, se è più vicina al testo tràdito, si scontra con il fatto che la parola sembrerebbe essere neutra, almeno a giudicare dai glossari, anche se le attestazioni in autori classici (cioè, oltre a Sulpicia, i due passi di Giovenale) sono in casi obliqui. Meglio dunque, da questo punto di vista, cadurcum di Waterhouse (1993), che ha avanzato la congettura indipendentemente da Russell.

Ma una possibilità più attraente è quella di pensare che dietro il soggetto mancante di proferat si nasconda quella ‘lucerna’ che abbiamo visto già due volte comparire in relazione alla poesia erotica di Sulpicia, in Marziale 10.38.7, dove la lucerna, assieme al letto, ‘ha visto’ le battaglie amorose dei due sposi, e in Fulgenzio (§ 2.3).

Mentre il pur audace Properzio, in 2.15 (il modello di Marziale 10.38 e, con ogni probabilità, di Sulpicia stessa), spegneva la lucerna per fare l’amore con Cinzia (2.15.3-4 quam multa apposita narramus verba lucerna, / quantaque sublato lumine rixa fuit!), Sulpicia si spinge oltre e fa sì che la lucerna ‘riveli’ le sue ‘battaglie’ amorose. L’insistenza sul ‘rivelare’ è ribadita dal particolare che Sulpicia è nuda: questo fatto si ricollega ancora a Properzio 2.15, che poco oltre dedica una sezione della sua elegia a sviluppare il concetto che quando si fa l’amore bisogna essere nudi (2.15.11-24): infatti in questa elegia Cinzia non pare mostrarsi molto disposta a spogliarsi completamente, e ciò suscita il lamento e l’ira del poeta (cf. 2.15.6 interdum tunica duxit operta moram, ‘ora indugiava a lungo coperta dalla tunica’, 17-8 quod si pertendens animo vestita cubaris, / scissa veste meas experiere manus, ‘se invece tu con animo ostinato ti adagerai vestita, ti strapperò la veste e proverai la forza delle mie mani’). Sulpicia sembra volere andare ‘oltre’ Cinzia, essere una Cinzia al tempo stesso nequior (lei è meno pudica di Cinzia) e sanctior (sposa legittima).

3.6 Da Sulpicia a Sulpicia? L’insistenza sulla ‘nudità’ e sul disvelamento nella seconda Sulpicia ricorda in modo impressionante la programmatica ricorrenza della stessa tematica nella prima elegia della Sulpicia ‘tibulliana’: 3.17.1-2 Tandem venit amor qualem texisse pudori / quam nudasse alicui sit mihi fama magis (si ricordi che al tema del ‘disvelamento’ in Sulpicia è dedicato tutto l’articolo di Flaschenriem (1999), che non nomina mai l’altra Sulpicia). È attraente, e anche verosimile, pensare che la seconda Sulpicia riecheggi la prima, e trasponga in senso letterale il programmatico ‘denudamento’ dell’amore della poetessa che l’ha preceduta.

4. La Sulpiciae Conquestio.

Contenuto del capitolo. In questo capitolo conclusivo affronteremo il problema della Sulpiciae conquestio, un poemetto in 70 esametri pubblicato per la prima volta nel 1498 da un MS. che andò in seguito perduto, tanto che sorse il sospetto che l’operetta non fosse altro che un falso umanistico. Ma nel 1950 venne ritrovato un MS. contenente una raccolta di epigrammi anonimi (gli Epigrammata Bobiensia) tra i quali, al n. 37, si rinvenne anche la Sulpiciae conquestio. Nel componimento una voce narrante si rivolge alla Musa Calliope perché la assista nella denuncia della triste situazione sotto il regno di Domiziano. La voce narrante depreca in particolare la cacciata dei filosofi da Roma voluta dall’imperatore, e nomina anche Caleno, rendendo certo il fatto che chi parla stia quanto meno impersonando il ruolo della Sulpicia ricordata da Marziale. L’operetta viene solitamente collocata all’altezza del IV-V secolo d.C. per ragioni linguistiche, anche se il pessimo stato di conservazione del testo potrebbe far sorgere dubbi sull’affidabilità di criteri stilistici per la datazione. In ogni caso, è praticamente certo che chi compose la Sulpiciae conquestio avesse accesso al testo della poetessa, come dimostra il riferimento che viene fatto alla composizione di trimetri giambici da parte di Sulpicia: cosa che non è ricavabile da Marziale, e che ci è invece confermata dal frammento del ‘Probus Vallae’ (che è appunto in trimetri). La menzione di Egeria, inoltre, che è ricordata anche da Marziale in connessione con Sulpicia, può suggerire che il mito fosse trattato dalla poetessa.

4.1 La Sulpiciae Conquestio: storia del testo. Come si è visto dalle citazioni in Ausonio, Sidonio e Fulgenzio, Sulpicia era ben nota tra il IV e il V secolo, e godeva di una reputazione tale da farla apparire come l’unica scrittrice latina degna di menzione in mezzo ai più celebri autori maschi.

L’episodio più clamoroso della fortuna di Sulpicia nella tarda antichità è rappresentato dalla Sulpiciae Conquestio, un poemetto in 70 esametri intitolato appunto Sulpiciae conquestio de statu reipublicae et temporibus Domitiani (‘Lamento di Sulpicia sulla situazione dello Stato e dell’epoca di Domiziano’).

Il testo venne scoperto alla fine del Quattrocento in un codice del monastero di San Colombano a Bobbio, probabilmente da G. Galbiati, amanuense di Giorgio Merula, che in seguito si sarebbe appropriato il merito del ritrovamento. L’editio princeps viene pubblicata nel 1498 a Venezia da Bernardino Veneto dei Vitali, con il nome di Merula nell’inscriptio. L’anno dopo l’umanista Taddeo Ugoleto ne cura una nuova edizione a Parma, in cui la Sulp. Conq. viene inclusa tra le opere di Ausonio. Il manoscritto con il testo della Sulp. Conq. andò quindi perduto, e col tempo si fece strada l’idea che non fosse in realtà mai esistito, e che l’operetta fosse un falso umanistico.

Nel 1585 Pithou ne curò la pubblicazione insieme alle satire di Persio e Giovenale, e Dousa la pubblicò in appendice al Satyricon di Petronio. Da allora, invalse l’uso di chiamare il testo Satira di Sulpicia, e con questo titolo uscì nel 1949 l’edizione con ampia introduzione e note di commento di Italo Lana, che convincentemente datava la composizione dell’opera al IV-V secolo.

L’anno successivo, Augusto Campana scoprì il cod. Vat. Lat. 2836, copia del perduto MS. di Bobbio, contenente, al numero 37 di una serie di epigrammi anonimi (detti Epigrammata Bobiensia), il testo della ‘satira di Sulpicia’ con il titolo Sulpiciae conquestio de statu reipublicae et temporibus Domitiani. Si dimostrava così che l’opera non era un falso umanistico.

Nel 1955 Franco Munari curò l’edizione critica degli Epigrammata Bobiensia, confermando la datazione della Sulp. Conq. alla fine del IV--inizi del V sec. Nel 1963 la Sulp. Conq. venne riedita con gli altri carmi di Bobbio nella ‘Bibliotheca Teubnerian’ a cura di W. Speyer, e da sola a cura prima di H. Fuchs (Basel-Stuttgart 1968), e poi di Anna Giordano Rampioni (Pàtron, Bologna 1982).

L’ultima edizione critica della Sulp. Conq., a cura del filologo canadese J. L. P. Butrica (2000), si può leggere sul web a <http://www.curculio.org/Sulpiciae/>; sempre di Butrica, introduzione, riassunto, traduzione inglese e note esplicative sono a <http://www.stoa.org/diotima/anthology/complaint.shtml>.

L’edizione di Butrica si distingue dalle precedenti per una estrema sfiducia nel testo tràdito dall’unico testimone MS. La quantità e la gravità dei guasti testuali che Butrica sospetta nel testo della Sulp. Conq. lo porta a riconsiderare la questione della datazione. Se il nostro testo non è attendibile, infatti, si riducono le possibilità di basarsi sul suo tessuto linguistico per stabilire una datazione, e Butrica non esclude la possibilità che la Sulp. Conq. possa davvero essere opera della Sulpicia marzialiana.

4.2 Il contenuto della Sulpiciae Conquestio. (Seguiamo la ricostruzione di Butrica.) La voce narrante, che si dichiara abituata a scrivere in metri lirici, fa appello alla Musa Calliope perché la assista nella composizione di esametri dattilici, il metro dell’epica (ma anche della satira). L’autrice è preoccupata per la situazione attuale. Cosa sta facendo Giove? Sta forse invertendo il corso del progresso umano, e vuole far ritornare il mondo intero nel suo stato primitivo? Oppure il suo attacco è rivolto contro la sola Roma? Grazie alla combinazione del loro coraggio e della sapienza greca, i Romani hanno conquistato il mondo, e lo dominano, ma ora Domiziano, il ‘re’ degenerato di Roma, ha deciso di espellere gli uomini saggi da Roma, come se essi fossero i Galli invasori di un tempo. Vengono quindi contrapposti i diversi atteggiamenti di Scipione Emiliano e di Catone il Censore di fronte alla ricezione della cultura e della filosofia greca (positivo il primo, negativo il secondo), dopo di che si passa a considerare la questione se sia più probabile che Roma conosca la prosperità in periodo di avversità oppure di prosperità. Segue una comparazione tra il comportamento delle vespe e delle api e la situazione di Roma al momento, in cui tutti sono pigri e satolli. L’autrice finisce quindi la sua narrazione, chiedendo (a quanto pare) a Calliope se lei e il marito Caleno debbano lasciare Roma o meno. Calliope, basandosi sull’autorità di Apollo e delle Muse, la rassicura, preannunciandole che la fine di Domiziano è vicina.

4.3 La Sulpiciae Conquestio e la seconda Sulpicia. Essendo estremamente improbabile, nonostante i dubbi di Butrica (peraltro pienamente giustificati riguardo alle condizioni del testo tràdito), che la Sulp. Conq. possa risalire davvero all’età di Domiziano, la sua importanza per noi sta nella testimonianza decisiva che essa offre riguardo alla conoscenza del testo di Sulpicia, e alla sua fama, nella tarda antichità.

Abbaimo visto che è lecito dubitare che Ausonio, Sidonio e Fulgenzio conoscessero qualcosa di Sulpicia se non attraverso Marziale. Tuttavia, non c’è nulla di impossibile nel fatto che il suo testo sia sopravvissuto fino alla tarda antichità. Per esempio, Girolamo (Chron. Ol. 184.4 = 41 a.C.) riferisce che gli epigrammi di Cornificia (vedi Unità 2, § 8.2) erano ancora conservati e ben noti alla sua epoca.

Sarebbe difficile immaginare come la fama di Sulpicia potesse mantenersi talmente alta da spingere qualcuno ad appropriarsi del suo nome nella Sulpiciae Conquestio nel caso che le sue poesie fossero andate perdute.

Inoltre, nell’esordio della Sulp. Conq., quando l’‘autrice’ dichiara a Calliope che, dopo avere composto migliaia di versi leggeri (7 milia lusi: cf. Mart. 10.35.9 lusus), sente l’inadeguatezza dei metri usati nella sua precedente produzione, i metri che vengono menzionati (4-6) sono endecasillabi, giambi, coliambi. Come si notava prima, che Sulpicia scrivesse trimetri giambici non si può dedurre da Marziale (la sua scelta dell’endecasillabo per 10.35 e 38 può d’altra parte suggerire che ella usasse anche questo metro), ed è invece confermato dal frammento tramandato da Valla.

Inoltre, il riferimento ad Egeria in Sulpiciae conquestio 68, che va a coincidere con il riferimento a questo personaggio in Mart. 10.35.13 (cosa che sembrerebbe indicare la presenza del mito nella poesia dell’autrice), suggerisce che un testo di Sulpicia fosse disponibile alla persona che ha composto della Sulpiciae conquestio.

5. Conclusione: la seconda Sulpicia.

Dall’analisi delle varie testimonianze e dal frammento superstite, si può concludere che la seconda Sulpicia fosse autrice di poesia erotica nel solco della tradizione neoterico-elegiaca. Non abbiamo alcuna testimonianza riguardo all’uso del metro elegiaco da parte di Sulpicia, che non è neppure menzionato nell’elenco di metri usati da Sulpicia che compare all’inizio della Sulpiciae Conquestio. I metri attestati per Sulpicia rientrano nella tradizione delle raccolte di carmi brevi polimetri di tipo catulliano, e poi marzialiano, anche se l’ipotizzabile (alla luce del frammento e della Conquestio) preferenza per il trimetro giambico costituirebbe un allontanamento dalla pratica dei due epigrammatisti latini, che usarono quel metro più raramente rispetto a falecio e scazonte. Il trimetro giambico era peraltro diffuso nell’epigramma greco.

La poesia di Sulpicia si caratterizzava per il rifiuto del mito, il cui utilizzo era invece tipico degli elegiaci (soprattutto Properzio), e per la tematica erotica, ispirata però all’amore coniugale: un interessante misto di conservatorismo moralistico (Sulpicia si presentava come la donna univira idealizzata nel moralismo romano) e di spregiudicatezza espressiva. La poesia di Sulpicia si distingue dunque in questo dalla più ‘scandalosa’ Sulpicia di età augustea, che cantava un amore non coniugale. La seconda Sulpicia aveva come suoi modelli i poeti maschi d’amore come Catullo e Properzio, e adattava a un contesto matrimoniale i contenuti erotici che quei poeti avevano riservato a relazioni erotiche irregolari.

 

Abbreviazioni bibliografiche.

Bartalucci, Aldo. 1973. ‘Il "Probus" di Giorgio Valla e il "commentum vetustum" a Giovenale’, SIFC 45: 233-57.

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Courtney, Edward (ed.). 1993. The Fragmentary Latin Poets, Clarendon Press, Oxford.

Giordano Rampioni, Anna (ed.). 1982. Sulpiciae Conquestio (Ep. Bob. 37), Pàtron, Bologna.

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Tarrant, Richard. 1983. ‘Juvenal’, in L. D. Reynolds (ed.), Texts and Transmission: A Survey of the Latin Classics, Oxford, 200-3.

Waterhouse, W. C. 1993. ‘The Words of the Second Sulpicia’, Classical World 87: 51.

Zetzel, James. 1981. Latin Textual Criticism in Antiquity, Salem NH.

 

esercizi

1. Quali sono gli elementi tipici del proprio programma poetico che Marziale attribuisce come caratteristici anche di Sulpicia?

2. Quali sono gli autori latini cui Marziale allude nel descrivere la poesia di Sulpicia, e che senso può avere il loro riecheggiamento?

3. Quali caratteristiche attribuiscono a Sulpicia le testimonianze di Ausonio, Sidonio Apollinare e Fulgenzio?

4. Che cos’è il ‘Probus Vallae’?

5. Perché possiamo ipotizzare che la lucerna come testimone dell’amore, e il mito di Numa ed Egeria, potessero avere un qualche ruolo nella poesia di Sulpicia?

 

Indice

Premessa.

1. La testimonianza di Marziale

1.1 I due epigrammi di Marziale (10.35 e 38).

1.2 Testo e traduzione di Marziale 10.35 e 38.

1.3 Marziale e Caleno-Sulpicia.

1.4 La poesia di Sulpicia secondo Marziale.

1.5 Sulpicia ‘magistra amoris’: intertestualità ovidiana.

1.6 Intertestualità catulliana in 10.35.

1.7 Intertestualità properziana in 10.38.

2. Le testimonianze di Ausonio, Sidonio Apollinare e Fulgenzio.

2.1 Il passo di Ausonio.

2.2 Il passo di Sidonio Apollinare.

2.3 I passi di Fulgenzio.

3. Il frammento di Sulpicia.

3.1 Il testimone: il Probus Vallae.

3.2 I due trimetri di Sulpicia.

3.3 Il cadurcum.

3.4 Autenticità sulpiciana.

3.5 Il testo del frammento e il soggetto di proferat.

3.6 Da Sulpicia a Sulpicia?

4. La Sulpiciae Conquestio.

4.1 La Sulpiciae Conquestio: storia del testo.

4.2 Il contenuto della Sulpiciae Conquestio.

4.3 La Sulpiciae Conquestio e la seconda Sulpicia.

5. Conclusione: la seconda Sulpicia.

Abbreviazioni bibliografiche

Esercizi

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