Femminismo, studi di genere, e discipline classiche

• quali sono state le tappe essenziali dello sviluppo degli studi sulle donne antiche dall’Ottocento a oggi (§ 2);

• come si è sviluppato lo studio della sessualità nel mondo antico, dai primi lavori ottocenteschi agli studi degli anni ’70 e ’80, fino alla ‘rivoluzione’ operata dal grande impatto dell’opera di Foucault nell’ambiente culturale americano (§ 3);

• quali sono le principali tendenze attuali degli studi di genere relativi al mondo classico (§ 4);

• cosa sono i ‘body studies’ (gli studi sul corpo), attraverso l’esame di alcuna antologie di saggi sull’argomento (§ 5);

• alcuni orientamenti della critica femminista rivolta all’analisi della letteratura latina, una letteratura quasi interamente prodotta da uomini (§ 6);

• come si è tentato di superare i conseguenti limiti della ‘ginocritica’ (studio della letteratura prodotta da donne) attraverso il tentativo di far sentire e valorizzare il più possibile le poche voci di donna che ci sono giunte dal mondo romano (§ 7).

1. Un sito web per iniziare: ‘Diotìma’.

Contenuto del capitolo. In questo capitolo introduttivo si presenta il sito web ‘Diotìma’ come migliore introduzione agli studi delle donne relativi al mondo classico.

L’introduzione più accessibile all’argomento degli studi di genere relativi all’antichità classica è il sito web ‘Diotivma. Materials for the Study of Women and Gender in the Ancient World’ (‘Diotìma. Materiali per lo studio delle donne e del genere nel mondo antico’): <http://www.stoa.org/diotima/>. Si tratta del più importante sito per lo studio delle donne e del genere sessuale nel mondo antico, creato da Ross Scaife del Dipartimento di Classics dell’Università del Kentucky (USA). Offre materiali per corsi scolastici e universitari, un’ottima bibliografia, e links a molti articoli on-line, recensioni di libri, databases, e immagini.

In esso si può anche trovare una sezione di articoli e saggi editi a cura di Laura McClure (University of Wisconsin at Madison), autrice di Spoken Like a Woman: Speech and Gender in Athenian Drama (1999), e co-curatrice di Making Silence Speak: Women’s Voices in Greek Literature and Society (2001), nonché della recente antologia Sexuality and Gender in the Classical World: Readings and Sources, Blackwell, Oxford 2002: <http://www.stoa.org/diotima/essays/>, con links anche ad altro materiale leggibile on line.

Uno sguardo alle sezioni in cui è suddivisa la ‘Bibliografia’ può dare un’idea dei principali campi cui si rivolge l’attenzione degli studi delle donne per quanto riguarda il mondo antico. La bibliografia, divisa tra materiale che riguarda più culture antiche, materiale sulla Grecia, sugli Etruschi, e sui Romani, è articolata nelle seguenti sezioni: introduzioni all’argomento, lavori teorici, il corpo, la verginità, la medicina e la ginecologia antiche, la sessualità greca e romana, la prostituzione, lo stupro (greco e romano), il matriarcato, il romanzo antico, le maledizioni e la magia, lo gnosticismo, il giudaismo, gli studi sulla Bibbia, il cristianesimo, i riti e le divinità femminili greco-romane (con sezioni separate per le principali dee e sacerdotesse), la mitologia, la civlità egea dell’età del bronzo, i figli e l’infanzia, la mascolinità, lo sport e l’atletica, il pranzo e il simposio, la legge, la schiavitù, il matrimonio e il divorzio, le donne come autrici letterarie, la morte, le vedove, la tarda antichità.

Una visita a ‘Diotìma’ è probabilmente la migliore introduzione agli studi delle donne nel campo classico.

2. Gli studi delle donne e l’antichità: una breve storia.

Contenuto del capitolo. In questo capitolo si traccerà un profilo storico dell’evoluzione degli studi sulle donne antiche, dall’Ottocento ai giorni nostri. È una storia prevalentemente americana. Una tappa fondamentale viene vista nel convegno di Buffalo (New York, USA) del 1973, che porta alla pubblicazione nello stesso anno del numero della rivista Arethusa dedicato alle donne nell’antichità, la prima di una serie infinita di antologie di saggi sull’argomento che usciranno da allora in poi negli Stati Uniti e in Inghilterra.

2.1 Gli studi sulle donne nell’Ottocento. L’interesse per lo status delle donne nell’antichità classica risale all’Ottocento, quando la ‘donna’ come categoria concettuale, isolata dal resto della storia, attirò l’attenzione dell’indagine scientifica e positivista. Fu in quel periodo, del resto, che vennero delineate la maggior parte delle discipline accademiche moderne, incluse quelle classiche. Gli studiosi positivisti dell’Ottocento esaminarono non solo le immagini delle donne che si trovavano nei testi poetici, ma studiarono anche la loro posizione sociale in numerosi testi giuridici, filosofici e storici dell’antichità.

La ricerca classicista tradizionale prestava poca attenzione alle donne. Gli studi storici tradizionali tendevano per lo più ad ignorare le donne, a meno che esse non rivestissero un ruolo importante negli eventi politici (come Cleopatra, per esempio); gli studi letterari presentavano la prospettiva maschile come la prospettiva universale.

Il famoso classicista Ulrich von Wilamowitz-Moellendorf si spingeva fino ad indicare nell’assenza di donne una delle maggiori attrattive della storia greca. Dopo aver denigrato sia il carattere che l’influenza dell’amante di Pericle, Aspasia, in una nota, Wilamowitz concludeva:

‘Non sono così sciocco da provare risentimento per una femmina morta, ma uno dovrebbe lasciarla stare com’è – morta e femmina. Coloro che non vogliono la storia se non emana profumo di donna, e non considerano i suoi eroi come esseri umani a meno che essi di tanto in tanto non tubino e piagnucolino possono leggere Hamerling [Robert Hamerling era lo pseudonimo del classicista austriaco Rupert Hammerling, che aveva pubblicato un romanzo molto popolare su Aspasia nel 1876] invece di Tucidide. Ma è un segno non piccolo della dignità della storia attica che solo una donna si trovi in essa, sebbene ella la domini tutta – la fanciulla dell’Acropoli [la dea Athena]’ (Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff, Aristoteles und Athen, 2 voll., Berlin 1893, vol. 2, 100 n. 35).

Il disprezzo che questo passo esprime è certo estremo, ma non così stravagante è l’atteggiamento verso il ruolo delle donne nella storia. Le donne vengono viste come qualcosa di separato, indifferenziato, ed esistente in qualche modo al di fuori dei normali processi storici. Significativo in questo senso è il titolo di un capitolo dalla prima edizione (pubblicata negli anni Venti e Trenta) della Cambridge Ancient History, ‘Gods and women excluded from the world of Thucydides’ (‘Gli dèi e le donne esclusi dalla storia di Tucidide’, 1927). Gli ‘dèi’ e le ‘donne’ vengono quasi posti su uno stesso livello di realtà.

Alla luce dell’idea che la donna è una categoria che può essere capita meglio in isolamento dalla storia, non è sorprendente che la maggior parte degli studi delle donne antiche fossero presentati al di fuori delle forme più ufficiali della ricerca classica, cioè in conferenze e articoli. Le monografie sull’argomento trattano la donna come un soggetto ‘a parte’. Molti di questi studi sono rivolti a un pubblico non specialistico, e usano un tono leggero, moraleggiante, e supponente, che non si ritrova negli studi dedicati alle discipline classiche professionali.

2.2 Le donne antiche come veicolo per il dibattito ideologico. La caratteristica più vistosa degli studi classici sulle donne prima degli anni Settanta degli anni ’90 è il fatto che essi, in realtà, non riguardano in effetti la ricostruzione storica della condizione delle donne antiche, per quanto questo sia il loro scopo dichiarato. Invece, quasi allo stesso modo in cui facevano gli scrittori greci e romani, gli studiosi classici moderni usano le donne come una categoria attraverso cui pensare, considerare e dibattere questioni di ideologia moderna. La questione che venne a dominare questa letteratura – qual era lo status delle donne in Atene e come dovremmo valutarlo – era determinata da queste presupposizioni ideologiche. Una buona parte di quello che i classicisti scrissero sulle donne antiche dalla fine del Settecento ai primi anni Settanta o difendeva o attaccava l’idea che le donne della classe cittadina nel V e IV sec. a.C. fossero incolte, tenute in ‘segregazione quasi orientale’, e generalmente considerate con disprezzo dai maschi ateniesi dominanti.

Questo ‘dibattito sullo status’ cominciò nella metà del Settecento in Europa come parte del discorso illuministico su libertà, eguaglianza, governo, e società civile. A causa del valore normativo dei classici, l’Atene antica giocava un ruolo significativo in quel discorso, e scrittori come Rousseau cominciarono ad ‘usare’ le donne ateniesi per giustificare le loro stesse idee sulla natura delle donne e il loro ruolo appropriato nella società (cf. Unità 1, § 1.1). Questo atteggiamento fu proseguito da vari classicisti tedeschi dell’Ottocento che, da un lato, invocavano l’esempio delle donne ateniesi per giustificare l’esclusione delle donne dalla propria società contemporanea, e dall’altro lato, in una sorta di circolo vizioso, filtravano la loro indagine storica sulla condizione delle donne ateniesi attraverso i pregiudizi sessisti del loro tempo.

L’altra faccia della medaglia è data dal fatto che appare evidente in molti studi tra Ottocento e primo Novecento l’influenza del primo movimento femminista, che si batteva per il suffragio femminile, per maggiori diritti economici, e per l’accesso all’educazione. Nel dibattito sulle donne ateniesi ricorrono frequentemente espressioni moderne come ‘emancipazione delle donne’, ‘movimento delle donne’ e ‘femminista’, come se essi si applicassero altrettanto bene alla situazione ateniese.

Per esempio, nel 1907-8 esce Greek Woman dell’americano Mitchell Carroll (The Rittenhouse Press, Philadelphia, PA 1908; il vol. è il primo della serie in 10 voll. ‘Woman: In all ages and in all countries’; Roman Women è a cura del rev. Alfred Brittain). Il suo scopo dichiarato non è molto diverso da quello delle storiche femministe d’oggi. Carroll è chiaramente influenzato dal movimento per il suffragio, e dalla teoria del tedesco Ivo Bruns (Frauenemanzipation in Athen, 1900), secondo cui un movimento delle donne simile a quello moderno era nato anche nell’Atene classica. Carroll cita Bruns nella prefazione e intitola un capitolo ‘La questione della donna nell’Atene antica’.

Nel 1925 sulla rivista The Classical Philology viene pubblicato un articolo dello studioso inglese A. W. Gomme, che diventerà un punto di riferimento importante per la teoria dello status elevato delle donne ateniesi. Gomme concludeva il suo saggio dicendo: ‘Considero molto dubbio se la teoria e la pratica greche fossero sostanzialmente diverse rispetto alla media prevalente nell’Europa medievale e moderna’.

2.3 Bachofen e il matriarcato. Una corrente significativa degli studi ottocenteschi sulle donne antiche cercava di spiegare l’origine della società civile postulando uno sviluppo storico dialettico dalle società matriarcali a quelle patriarcali. Il principale esponente di questa teoria era il classicista e giurista svizzero Johann Jacob Bachofen (1815-1887). Nella sua opera Das Mutterrecht. Eine Untersuchung über die Gynaikokratie der alten Welt nach ihrer religiosen und rechtlichen Natur, Basilea 1861 (trad. ital. Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia nel mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, a cura di G. Schiavoni, 2 voll., Einaudi, Torino 1988) venivano tracciati gli stadi di sviluppo culturale attraverso cui le donne avrebbero reagito a un’originaria società comunitaria in cui i legami familiari e i diritti di proprietà non sarebbero stati sufficientemente delimitati. La loro ribellione, secondo la proposta di Bachofen, portò ad un nuovo stadio in cui il principale legame umano veniva riconosciuto in quello tra madre e figlio; in questo nuovo sviluppo, la fertilità e la femminilità divennero i soggetti predominanti della religione finché non vennero soppiantati dal patriarcato.

Le idee di Bachofen riflettevano una corrente del pensiero ottocentesco, che si può etichettare come idealismo romantico. Tuttavia, come il positivismo, così anche questo approccio isolava le donne come una categoria culturale separata, un’idea che mantenne la sua influenza sugli studi delle donne nell’antichità fino alla fine degli anni Sessanta.

Alcuni aspetti della teoria di Bachofen entrarono nella storiografia marxista attraverso l’opera di Friedrich Engels sull’origine della famiglia (1884, cf. Unità 1, § 1.5), e si possono scorgere ancora tracce di Bachofen negli studi contemporanei su mitologia e matriarcato (anche di molte femministe).

2.4 Lo studio delle donne antiche nell’Ottocento italiano. Interessanti osservazioni sugli studi sulle donne in Italia nell’Ottocento si leggono nel saggio di Giampiera Arrigoni, ‘Tra le donne dell’Antichità: considerazioni e ricognizioni’, in Atti del convegno nazionale di studi su La donna nel mondo antico: Torino 21-22-23 aprile 1986, a cura di Renato Uglione, Regione Piemonte, Assessorato alla Cultura, Torino 1987, 39-70, che utilizza soprattutto l’articolo di Eugenio Garin, ‘La questione femminile (Cento anni di discussioni)’, Belfagor 17 (1962) 18-41. Come accade nel mondo anglosassone, anche gli studiosi italiani si appropriano delle donne come categoria per giustificare le pratiche di genere contemporanee, sia in senso anti- che pro-femminista. Un esempio del primo tipo è dato da Carlo Francesco Gabba (1835-1920): ‘Proprio la matrona romana fu vista come l’antenata più remota e illustre della donna italiana. A pensarla così fu un ben noto personaggio del Risorgimento italiano, professore di diritto a Pisa e autore di numerosi studi sulle donne: (…) Carlo Francesco Gabba, lettore di Stuart Mill e prestigioso esponente del liberalismo italiano. Dopo essersi occupato della Condizione giuridica delle donne nella legislazione francese, austriaca e sarda (Milano 1858), arrivato alla donna italiana nel corso di una discussione con le scrittrici a lui coeve interessate alla questione femminile, nel 1865 sembra opporsi a ideali innovatori (emancipazione e eguaglianza), specialmente in relazione alla cristiana Italia: "La nazionalità italiana – scriveva – al pari di tutte le altre, si manifesta eziandio in un pensiero nazionale intorno alla missione e alla educazione delle donne. La donna italiana è un cocnetto, un tipo a sé, che spicca nella matrona romana, come nella repubblica del Medio Evo e nelle più illustri letterate degli ultimi secoli ed anche dei giorni nostri"’ (Arrigoni (1987) 43). Per quanto riguarda la collocazione della donna in una dimensione fuori dalla storia, è istruttivo, anche se non proviene da un classicista, il parallelo fra i Cinesi e le donne fatto dal noto giurista, filosofo e ideologo repubblicano Giovanni Bovio (1837-1903): ‘Il Cinese è preistorico, la donna è estrastorica: quegli è escluso dalla storia per cagione della tradizione; questa del sesso’ (cf. Arrigoni (1987) 50).

2.5 Il convegno di Buffalo (1973). Il prima convegno sulle donne nell’antichità venne tenuto alla State University di New York a Buffalo nell’aprile 1973.

Il convegno di Buffalo portò alla pubblicazione del primo numero di un giornale classico dedicato interamente al soggetto delle donne antiche, Arethusa (vol. 6, n. 1, 1973), fascicolo curato da J. P. Sullivan, la cui dichiarazione editoriale comincia ‘Come molte cose riguardanti la liberazione delle donne, questo numero di Arethusa esce in ritardo’. Degli autori che contribuiscono alla raccolta, sei sono donne, uno è un uomo. Cinque articoli sono dedicati al mondo greco, uno a quello romano, uno a quello etrusco, uno a Grecia e Roma insieme, e uno contiene una bibliografia sulle donne antiche.

Il successo dell’iniziativa fa sì che Arethusa dedichi altri due numeri della rivista alle donne nel mondo antico nel 1978. Gli ‘Arethusa Papers’ vengono poi raccolti in volume (John Peradotto e J. P. Sullivan, edd., Women in the Ancient World: The Arethusa Papers, SUNY Press, Albany 1984).

Il numero del 1973 di Arethusa, una rivista che ancora oggi si distingue per l’apertura alle nuove metodologie critiche, stimolò la rapida crescita dello studio delle donne antiche negli Stati Uniti.

Più lenta l’affermazione dello studio delle donne in Europa. Il primo convegno internazionale sulle donne si è svolto in Gran Bretagna solo nel 1993. In Italia c’è stato un convegno nazionale di studi ‘La donna nel mondo antico’ a Torino nel 1986, seguito da un secondo sullo stesso tema nel 1988, ma bisogna dire che le relazioni presentate sono per lo più molto tradizionali e abbastanza impermeabili all’influenza del pensiero femminista. Ad esempio, nel convegno del 1986, su dodici interventi, solo quattro sono di donne, cosa impensabile negli Stati Uniti in un convegno dedicato alle donne antiche, e, a parte il contributo di Arrigoni citato sopra, è difficile trovarvi tracce di ‘femminismo’; più facile che sia mostrata apertamente diffidenza verso questo tipo di approccio (cf. per esempio le citazioni di Eva Keuls, The Reign of the Phallus: Sexual Politics in Ancient Athens, University of California Press 1985; trad. ital. Il regno della fallocrazia: la politica sessuale ad Atene, Il Saggiatore, Milano 1988 nel saggio di Mastromarco: p. 55: ‘Che la Lisistrata si presti a una lettura in chiave ‘femminista’ è stato argomentato, in anni recenti, da Eva Keuls in un libro che già nel titolo (The Reign of the Phallus) rivela a chiare lettere l’orientamento ideologico dell’autrice’; p. 56: ‘Questa lettura della Lisistrata in chiave ‘femminista’ non mi convince’).

Nel secondo convegno torinese (1988, Atti pubblicati l’anno successivo), la proporzione tra interventi maschili e femminili resta sostanzialmente invariata (4 donne su 11 relazioni presentate, 5 su 17 se si considerano anche gli interventi ‘introduttivi’; il sindaco di Torino dell’epoca, Maria Magnani Noya, è l’unica a nominare la parola ‘femminismo’). Tra i saggi raccolti, ricordiamo ‘Donne di casa e donne sole in Grecia: sedotte e seduttrici?’ di Eva Cantarella, ‘Ridere in silenzio. Tradizione misogina e trionfo dell’intelligenza femminile nella commedia plautina’ di Gianna Petrone (Univ.di Palermo), ‘La donna e il sacro, tra paganesimo e cristianesimo’ di Lellia Cracco Ruggini (Univ. di Torino).

Un approccio più aggiornato si ha invece in un volume di atti di un convegno più recente, Vicende e figure femminili in Grecia e a Roma. Atti del convegno Pesaro 28-30 aprile 1994, a cura di Renato Raffaelli, Commissione per le pari opportunità tra uomo e donna della Regione Marche, patrocinio scientifico Univ. degli St. di Urbino, Associazione ‘Antropologia e mondo antico’, Ancona 1995.

2.6 Pomeroy (1975). La successiva pubblicazione di Sarah Pomeroy, Goddesses, Whores, Wives, and Slaves: Women in Classical Antiquity, Shocken Books, New York 1975, ebbe un impatto profondo e durevole sullo studio delle donne antiche sia nella comunità accademiche che nell’insegnamento. Pomeroy si domandava ‘che cosa facessero le donne mentre gli uomini erano attivi in tutte le aree tradizionalmente messe in evidenza dagli studiosi classici’. Secondo la sua opinione (contestata da altri), le opere principali di storia antica semplicemente omettevano le ‘donne’ come categoria sociale. Pomeroy si proponeva dunque di ricostruire le vite delle donne antiche anche a dispetto dei grossi ostacoli che ponevano le fonti antiche, la maggior parte delle quali era stata scritta da uomini per un pubblico maschile. Pomeroy osservava che le fonti letterarie come drammi ed epica non avevano una stretta corrispondenza con la vita quotidiana, sebbene esse potessero gettare luce su come le culture antiche concettualizzavano le donne. Piuttosto, erano altri tipi di testi, storiografici, biografie, lettere e opere legali, così come materiali visivi e papiri, a poter illuminare più accuratamente le vite quotidiane delle donne antiche, specialmente di quelle dell’élite.

Il libro ottiene subito un grande successo, e viene ininterrottamente ristampato dal 1975 a oggi. Nel 1995 ne esce una seconda edizione con nuova prefazione dell’autrice. La traduzione italiana esce da Einaudi nel 1978 con il titolo Donne in Atene e Roma. Il titolo italiano è più vicino a quello che Pomeroy avrebbe voluto dare al suo libro (la casa editrice americana insistette invece perché fosse ‘vivacizzato’). Attualmente è fuori catalogo, ma per il 2003 è prevista una nuova edizione italiana, che recupera il titolo originario (Dee, prostitute, mogli, schiave. Donne in Atene e a Roma, Milano, Bompiani). Il successo è dovuto anche al fatto che Pomeroy presenta le sue idee, sostanzialmente femministe, senza indulgere alla retorica del femminismo radicale, ma in modo ‘prudente’ e ‘tradizionale’.

2.7 I nuovi principi metodologici di Arethusa (1973) e di Pomeroy. Così Barbara McManus, Professor of Classics Emerita al College of New Rochelle (New York), nel suo libro Classics and Feminism: Gendering the Classics, Twayne, New York 1997, sintetizza i nuovi principi metodologici del numero speciale di Arethusa e di Pomeroy:

1) Le donne non devono essere trattate come una massa indifferenziata; gruppi di donne (non ‘la Donna’) devono essere studiati nello specifico contesto della classe socioeconomica, della cultura e del periodo temporale. Molte recensioni di Pomeroy individuano questo come il principale contributo del suo libro.

2) Anche le fonti devono essere differenziate e interpretate con il dovuto rispetto per i loro codici individuali, per le loro convenzioni e i loro pregiudizi, riconoscendo anche l’origine pervasivamente maschile sia delle fonti antiche che dei loro interpreti successivi.

3) A causa della complessità suggerita dai primi due punti, il più fruttuoso approccio allo studio delle donne antiche userà punti di vista multipli. Così una caratteristica significativamernte nuova dello studio delle donne antiche è la sua natura collaborativa. L’introduzione di Sullivan al numero di Arethusa parla di una ‘venture into democratic scholarship’, con tutti i partecipanti alla raccolta che leggono e commentano a vicenda tutti gli articoli dei singoli autori.

4) A differenza degli studi precedenti, la ricerca femminista sarà interessata alle donne in quanto donne, non come un veicolo per l’esplorazione dell’ideologia maschile antica o moderna. La teoria e la metodologia femminista sarà essenziale per integrare la natura tendenziosa e frammentaria delle testimonianze.

5) Una tale prospettiva femminista non è monolitica ma può comprendere una diversità considerevole; in realtà, il dialogo rispettoso e il dibattito aprono le strade più produttive verso la conoscenza.

6) Lo studio delle donne antiche non deve essere concepito solo in termini positivistici (simboleggiato dagli aggettivi ‘neutrale’ e ‘oggettivo’); richiede un interesse per la teoria, per la congettura, per ‘il discernimento di modelli, inter-relazioni, e catene di causalità’, piuttosto che mera accumulazione di ‘fatti’ (come dice Sullivan nell’introduzione di Arethusa 1973).

2.8 Altre raccolte di saggi sulle donne antiche. In seguito alla pubblicazione del libro di Pomeroy molte altre raccolte di saggi furono dedicate al soggetto delle donne antiche negli Stati Uniti. Reflections of Women in Antiquity, Gordon and Breach Science Publishers, New York 1981, a cura di Helene Foley (Barnard College, NY), derivò da un numero speciale della rivista Women’s Studies e fu la prima raccolta di saggi sulle donne antiche ad essere pubblicata in un’importante rivista di studi sulle donne.

Un’altra antologia portò un vasto spettro di approcci metodologici diversi nello studio delle donne antiche: Images of Women in Antiquity, a cura di Averil Cameron e Amelie Kuhrt (2a ed. Detroit, MI 1993), aveva un proposito comparativo, e forniva materiali relativi a svariate civiltà antiche, non solo di Grecia e Roma, ma anche del Vicino Oriente, e a svariati periodi storici, dal mondo classico al primo Cristianesimo e al pensiero ebraico, fino al Medioevo.

Assieme al numero speciale di Arethusa, questa raccolte facilitarono l’insegnamento di corsi universitari sulle donne antiche negli Stati Uniti. Molti di questi corsi adottarono lo schema di corso universitario sulle donne fornito da Pomeroy nel numero speciale di Arethusa del 1973.

Un seminario sulle donne nell’antichità tenuto allo Hunter College nell’estate del 1983, portò alla creazione di ‘Women in Classical Antiquity: quattro moduli curricolari’, un pamphlet che ebbe larga circolazione negli Stati Uniti, e che in seguito diventerà anche anche la base per il manuale di Elaine Fantham, Helene Foley, Natalie Boymel Kampen, Sarah B. Pomeroy, e H. A. Shapiro, Women in the Classical World: Image and Text, Oxford University Press, New York 1994. Già nel 1977, la pubblicazione di Mary Lefkowitz e Maureen Fant, Women’s Life in Greece and Rome, Toronto-Sarasota, rese disponibili un gran numero di fonti antiche sulle donne (una selezione del libro di Lefkowitz e Fant è leggibile a <http://www.uky.edu/ArtsSciences/Classics/wlgr/wlgr-index.html>).

2.9 Dalla vita delle donne alla concettualizzazione della ‘donna’ antica: prospettive psicoanalitiche. Mentre Pomeroy, e gli studiosi prima di lei, si erano concentrati sulla ricostruzione delle circostanze della vita reale delle donne, altre studiose presero in considerazione le strutture concettuali che davano forma alla rappresentazione letteraria e mitica delle donne, e di come esse interagivano con le istituzioni sociali e politiche. La maggior parte di questo lavoro si concentrò sulla Grecia piuttosto che su Roma, una tendenza che restò prevalente per i due decenni successivi.

Due saggi dei primi anni Ottanta sulle donne nel dramma ateniese, ‘Conception of Women in Athenian Drama’ di Helene Foley (in Foley (1981) 127-68) e ‘Playing the Other: Theater, Theatricality, and the Feminine in Greek Drama’, di Froma Zeitlin, spostarono il centro dell’attenzione dalla ricostruzione della realtà storica delle donne all’interpretazione della cornice concettuale che stava dietro alla loro rappresentazione mitica e letteraria, e la relazione di tale rappresentazione con il contesto sociale e ideologico dell’Atene democratica.

Molti diversi approcci teorici e culturali contribuirono a questo cambiamento di prospettiva negli studi classici. La teoria psicoanalitica ebbe per la prima volta un impatto negli studi classici alla fine degli anni Sessanta. Studiosi influenzati dal pensiero psicoanalitico avevano tentato una lettura della mitologia e della letteratura classica come riflettenti la psicopatologia delle culture antiche.

Philip Slater nel suo libro The Glory of Hera (1968), esamina le origini psicologiche del conflitto di genere nella mitologia greca attraverso un’analisi del mito di Eracle. Egli ritiene che le ansietà maschili tra gli Ateniesi del periodo classico possano essere fatte risalire alla relazione madre-figlio: la madre ateniese, confinata a casa e invidiosa del privilegio e del potere maschile, riversava i suoi sentimenti negativi sui suoi figli maschi, incitandoli al successo, e poi punendo i loro stessi successi. Questa ambivalenza aveva il risultato di produrre uomini che al tempo stesso si sopravvalutavano ed erano insicuri, che al tempo stesso odiavano e temevano le donne, e che cercavano di compensare le loro inadeguatezze attraverso una ricerca incessante di status sociale.

In tempi recenti le femministe hanno avuto a che ridire con interpretazione freudiane ortodosse come quella di Slater, sostenendo che il modello ottocentesco di famiglia nucleare usato da Freud ha poca somiglianza con le strutture della famiglia antica. Sebbene le interpretazioni freudiane ortodosse, specialmente quelle che chiamano in causa concetti fuori moda come l’invidia del pene, siano ormai cadute in disuso, elementi di teoria psicoanalitica e post-psicoanalitica (specialmente lacaniana) possono ancora trovarsi nella ricerca femminista classicista.

2.10 L’influsso dello strutturalismo. In confronto con l’approccio psicoanalitico, la teoria strutturalista ha lasciato un’eredità maggiore nel campo degli studi classici. Lo strutturalismo riteneva che la struttura stessa del linguaggio producesse realtà; le strutture linguistiche, non gli individui, producono e determinano il significato, poiché la gente può pensare solo per mezzo di parole. Così gli individui non creano significato, come nel modello umanista romantico, ma piuttosto il significato è determinato culturalmente. Un approccio strutturalista, perciò, esamina le strutture simboliche che dànno forma a una determinata cultura, il suo universo mentale o immaginario, e ha un orientamente sincronico piuttosto che diacronico. L’opera di Jean-Pierre Vernant, specialmente il libro Mito e pensiero presso i Greci (Paris 1965, trad. ital. Einaudi, Torino 1970; tradotto in inglese solo nel 1983) e quella di Pierre Vidal-Naquet, specialmente il saggio ‘Il cacciatore nero e l’origine dell’efebia ateniese’ (apparso originariamente in Annales 23 (1968) 947-64, trad. ital. in M. Detienne (ed.), Il mito. Guida storica e critica, Laterza, Bari 1975, 53-72 e 245-72, tradotto in inglese solo nel 1986) hanno avuto notevole influenza in Italia (vedi per esempio gli articoli polemici, dal punto di vista dell’ortodossia marxista, in Vincenzo Di Benedetto e Alessandro Lami, Filologia e marxismo. Contro le mistificazioni, Liguori, Napoli 1980), molto prima che nel mondo anglosassone. Questi autori francesi univano un punto di vista strutturalista a un approccio psicoanalitico nel tentativo di interpretare non solo i sistemi cognitivi ma anche quelli psicologici che sottostavano ai miti greci.

Un’altra opera influente, Les choeurs de jeunes filles en Grèce archaïque (2 voll., Ateneo, Roma 1977, tradotto in inglese con molto ritardo, nel 1997), di Claude Calame, che ha insegnato a Urbino dal 1970 al 1974, e dal 1984 è professore di lingua e letteratura greca all’università di Lausanne, applicava un approccio strutturalista allo studio delle ragazze adolescenti nella Grecia antica. Esaminando i ‘cori delle fanciulle’ del poeta spartano arcaico Alcmane, Calame analizzava l’importanza della performance corale rituale per la socializzazione delle ragazze nella società greca arcaica.

Alcune studiose, specialmente storiche delle donne nell’antichità, hanno sostenuto che l’approccio strutturalista distacca le donne come soggetti dai loro contesti storici a favore dell’esame di strutture di pensiero ‘universali’ e di categorie che rimangono apparentemente inviariate attraverso il tempo. Altri studiosi hanno mostrato insoddisfazione per la tendenza strutturalista a fare affidamento su opposizioni binarie per l’interpretazione dell’immaginario antico; tali opposizioni non riflettono accuratamente le contraddizioni reali tra ideologia e pratiche sociali caratteristiche di ongi società, antica e moderna.

2.11 Come dev’essere uno studio classicista femminista secondo Barbara McManus. Un’interessante e semplice introduzione al femminismo negli studi classici si può trovare nel libro Classics and Feminism di Barbara McManus (cit. sopra § 2.7). In esso, McManus si è proposta di esaminare la produzione riguardante le donne antiche e le questioni di genere dal 1970 all’inizio degli anni Novanta, per valutare l’impatto che la ricerca di ispirazione femminista ha effettivamente prodotto. A questo scopo, ha diviso gli articoli pubblicati sulle principali riviste di studi classici (McManus considera solo quelle americane) in quattro categorie:

1) articoli che trattano le donne, il femminismo, o i ‘gender studies’ in modo irriverente o ostile;

2) articoli su argomenti in qualche modo connessi con le questioni di genere dell’antichità, ma che ma non adottano un approccio femminista;

3) articoli che adottano un’analisi femminista, o comunque consapevole delle problematiche di genere, e sono dedicati ad argomenti direttamente connessi con donne e genere;

4) articoli che mostrano una significativa influenza femminista, ma che trattano di argomenti non direttamente relativi allo studio delle donne antiche, della famiglia, o della sessualità.

Ma quali sono i criteri di per distinguere uno studio che è femminista da uno che non lo è? Secondo McManus:

1) le studiose femministe differenziano sesso e genere, e vedono quest’ultimo come una categoria costruita socialmente e culturalmente. Il genere è appreso e ‘rappresentato’, eseguito; esso coinvolge i molteplici e spesso normativi significati dati alla differenza sessuale da varie culture. Le diverse studiose femministe possono differire nell’importanza che attribuiscono al sesso, che è una categoria basata biologicamente, ma l’idea che le norme di genere possono essere cambiate è centrale per la teoria femminista.

2) Sebbene i sistemi di sesso-genere differiscano interculturalmente, la maggior parte delle società conosciute ha usato e ancora usa il sesso-genere come il principio strutturante fondamentale per organizzare i loro mondi reali e concettuali, usualmente a svantaggio delle donne. Così, le studiose femministe sostengono che il genere è una categoria cruciale di analisi, e che i modi della conoscenza che non prendono in conto il genere sono parziali e incompleti.

3) Le studiose femministe cercano anche di mettere in discussione, e trasformare, i sistemi androcentrici di pensiero che pongono il maschio come la norma. In pratica, questo significa non solo svelare e criticare i pregiudizi androcentrici ma anche tentare di esaminare credenze e pratiche dal punto di vista dell’‘altro’, trattando le donne e altri gruppi marginalizzati come soggetti e non meramente oggetti.

4) Le studiose femministe credono che le esistenti ineguaglianze tra gruppi dominanti e marginalizzati possono e devono essere rimosse. Quindi, le studiose femministe hanno una dimensione politica riconosciuta e accettata, in opposizione alla dimensione politica nascosta della ricerca che pretende di essere ‘neutrale’ e ‘oggettiva’. Sebbene l’impegno nella politica femminista e nei movimenti femministi organizzati non sarà messa in evidenza allo stesso modo in tutti i prodotti di ricerca, esso non sarà mai negato o criticato (se è così, l’approccio non sarà femminista checché ne dica l’autore).

Per quanto riguarda la ricerca, lo scopo politico del lavoro femminista è più ampio che non una semplice enfasi sulle donne, anche se ciò è parte importante di esso; il fine è di rivedere il nostro modo di considerare la storia, la società, la letteratura e così via, in modo che né il maschile né il femminile sia preso come normativo, ma entrambi siano visti come egualmente condizionati dalle costruzioni di genere della loro cultura (come in effetti lo siamo anche noi osservatori).

Per correggere l’idea, che ci si potrebbe legittimamente fare, che gli studi femministi incontrino ormai l’approvazione unanime del mondo accademico americano, è utile leggere la recensione che del libro di McManus ha dato Michael S. Kochin (University of Toronto) in Bryn Mawr Classical Review (<http://ccat.sas.upenn.edu/bmcr/1997/97.9.02.html>). Significativa, in particolare, la conclusione: ‘Ci si potrebbe anche domandare se la tradizionale resistenza dei Dipartimenti di Classics alla "teoria" in generale, che ora include la teoria femminista, debba davvero essere deprecata, come sostiene McManus. (…) Io vedo la principale utilità dei dipartimenti di Classics come sostituti dei parlanti nativi che giustamente dominano l’istruzione nelle lingue moderne nelle Università americane’. I classicisti non devono perdere il loro tempo a pensare alla teoria, ma preoccuparsi solo di preservare le lingue morte.

3. Lo studio della sessualità nel mondo classico.

Contenuto del capitolo. Un campo di indagine che è profondamente influenzato dal pensiero femminista è quello relativo allo studio della sessualità antica. Questo campo, a partire dalla metà degli anni Ottanta, è stato fortemente influenzato dall’opera di Michel Foucault, in particolare dai volumi 2 e 3 della sua Storia della sessualità. Anche nel campo della sessualità antica, come in quello specificamente relativo alle donne antiche, sono state pubblicate molte monografie, e soprattutto molte antologie di saggi, di cui se ne ricordano qui alcune. Chiude il capitolo un paragrafo dedicato allo studio della sessualità e delle donne antiche in Italia: dal punto di vista antropologico, storico e giuridico l’Italia presenta una buona produzione sulle donne antiche (Eva Cantarella, Giulia Sissa), anche se l’interesse e soprattutto l’istituzionalizzazione accademica degli studi delle donne relativi all’antichità non sono ancora paragonabili a quelli americani.

3.1 Gli studi sulla sessualità antica tra Otto e Novecento. Una corrente separata ma correlata di studi si concentra sulla sessualità nell’antichità classica. All’inizio dell’Ottocento, studiosi come Friedrich-Karl Forberg (1770-1848) raccolsero informazioni sul comportamento sessuale nel mondo classico. Forberg curò una raccolta id epigrammi osceni che includeva una appendice di materiale sulle pratiche sessuali degli antichi Greci e Romani, catalogando, tra le altre cose, più di 90 posizioni sessuali. Forberg, tuttavia, non discuteva l’omosessualità, un elemento essenziale della pratica sessuale antica.

Fino a che Paul Brandt, studioso gay e noto autore di un commento all’Ars amatoria di Ovidio usato ancora oggi, non scrisse, sotto lo pseudonimo di Hans Licht, La vita sessuale nella Grecia antica nel 1932, i soggetti della pederastia e dell’omoerotismo maschile non ricevettero una trattazione soddisfacente da parte degli studiosi classici. Nessuno di questi primi studi sulla sessualità antica tenne nella giusta considerazione le fonti figurative fino al lavoro di Otto Brendel sull’arte erotica del 1970.

3.2 Gli anni Settanta e Ottanta. Due altre opere importanti per lo studio della sessualità antica seguirono: The Maculate Muse: Obscene Language in Attic Comedy di Jeffrey Henderson (Yale Univ. Press, Naw Haven-London 1975) fornì un glossario del linguaggio osceno nella commedia attica antica, e discusse il suo significato portando così all’attenzione degli studiosi un ricco materiale che rifletteva le visioni della sessualità maschile e femminile.

Nel 1978 Kenneth Dover pubblicò Greek Homosexuality (London 1978; trad. ital. L’omosessualità nella Grecia antica, Torino 1985), un libro che esaminava le pratiche omoerotiche nell’arte e nella letteratura.

Due analisi specificamente femministe della sessualità maschile e delle sue conseguenze per le donne apparvero a metà degli anni Ottanta: The Garden of Priapus: Sexuality and Aggression in Roman Humour, Yale Univ. Press, New Haven-London 1983, di Amy Richlin, uno studio dell’aggressione sessuale maschile nello humour romano, e The Reign of the Phallus di Eva Keuls (1985, cit. sopra), che esaminava la sessualità maschile e l’oggettificazione femminile nella letteratura ateniese.

3.3 L’influsso di Foucault. Lo studio della sessualità e del genere nell’antichità vennero influenzati in modo profondo dall’opera in tre volumi di Michel Foucault, Storia della sessualità, I: La volontà di sapere, II: La cura di sé, III: L’uso dei piaceri, Feltrinelli, Milano 1978-85; ed. orig. Histoire de la sexualité, I: La volonté de savoir, II: Le souci de soi, III: L’usage des plaisirs, Gallimard, Paris 1976-84.

Michel Foucault (nato nel 1926 a Poitiers, morto nel 1984 di AIDS) è uno dei filosofi più influenti della seconda metà del Novecento. Ha studiato la storia della follia e della psichiatria (Storia della follia nell’età classica, Rizzoli, Milano 1963; ed. orig. 1961; Nascita della clinica, Einaudi, Torino 1969; ed. orig. 1963), e la cosiddetta ‘archeologia del sapere’ (Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane, Rizzoli, Milano 1967; nuova ed. 1992; ed. orig. 1966; L’archeologia del sapere, Rizzoli, Milano 1971; ed. orig. 1969), spostando in seguito il suo interesse da una teoria archeologica a una teoria genealogica: la genealogia dell’individuo moderno, i sistemi disciplinari e di punizione, lo studio della sessualità.

Influenzato in parte dalla ricerca di Dover sull’omosessualità nella Grecia antica, il secondo e il terzo volume dell’opera di Foucault, L’uso dei piacere e La cura di sé, esaminano testi classici non-canonici per cercare di interpretare non solo le pratiche sessuali antiche, ma anche il modo in cui queste pratiche interagissero con le pratiche di potere e contribuissero a costruire l’identità del soggetto. Foucault distingue tra il ‘genere’ come categoria costruita socialmente dal sesso biologico. A suo parere, una cultura costruisce o produce la differenza di genere attraverso i suoi svariati discorsi sociali – dal modo in cui la gente si (1975; vedi Unità 2o – al fine di preservare le strutture di potere esistenti. Il genere quindi non deve essere inteso come una categoria assoluta basata sul sesso biologico, ma come il risultato delle norme e pratiche sociali prevalenti.

La traduzione in inglese dell’opera di Foucault a metà degli anni Ottanta condusse immediatamente a un’esplosione di interesse, nel mondo anglo-americano, nei confronti dei sistemi sessuali antichi tra gli studiosi dell’antichità, e a un significativo aumento del pubblico interessato a tali ricerche. Solo nel 1990, sul tema della sessualità antica furono pubblicati tre raccolte di saggi, e il primo numero speciale di una rivista non classicista di studi delle donne dedicato al mondo classico: John J. Winkler, The Constraints of Desire: the Anthropology of Sex and Gender in Ancient Greece, Routledge, London 1990; David Halperin, One Hundred Years of Homosexuality, Routledge, London, 1990; David Halperin, John J. Winkler, e Froma Zeitlin (edd.), Before Sexuality: The Construction of Erotic Experience in the Ancient Greek World, Princeton University Press, Princeton 1990; e differences, 2.1 (1990), curato da David Konstan e Martha Nussbaum, e intitolato Sexuality in Greek and Roman Society.

Sebbene l’opera di Foucault abbia dato l’avvio a una proliferazione enorme di scritti da parte di classicisti, le sue teorie furono accolte con una certa ambivalenza da parte delle studiose femministe. Amy Richlin, per esempio, sostiene che l’analisi di Foucault, e le sue successive incarnazioni, ‘New Historicism’ e ‘Cultural Studies’, cancellano le donne sia come soggetti che come studiose. La ricostruzione storica di Foucault è stata vista come viziata dalla presupposizione che modelli di comportamento maschile siano trasferibili al comportamento femminile. In termini femministi, ciò si configura come una valorizzazione del ‘modo fallico della rappresentazione, che organizza e rappresenta le relazioni erotiche come necessariamente gerarchiche e mosse dal potere’ (Ellen Greene, ‘Sappho, Foucault, and Women’s Erotics’, Arethusa 29 (1996) 1-14, a 2).

Inoltre, Foucault è stato accusato di prendere in cosiderazione soltanto quelle fonti che si adattano alla sua argomentazione, ignorando molti altri campi discorsivi, come quelli del romanzo e gli altri generi comici (Larmour, Miller e Platter (1998) 25-6).

Un’eccellente discussione di quella che è stata chiamata ‘la guerra della sessualità’, cioè il contrasto tra la scuola foucauldiana degli studi classici sulla sessualità (rappresentata dai due studiosi e militanti gay David Halperin e Jack Winkler, quest’ultimo morto di AIDS nel 1990) e una parte delle femministe classiciste (in primo luogo Amy Richlin e Judith Hallett) si può leggere on line a <http://www.stoa.org/diotima/essays/skinzeus.shtml> (Marilyn B. Skinner, ‘Zeus and Leda: The Sexuality Wars in Contemporary Classical Scholarship’, 1993). In sostanza, la guerra si può vedere come un conflitto tra posizioni di costruzionismo sociale (Foucault) e posizioni essenzialiste e materialiste (femministe americane). Il costruzionismo sociale tende a vedere la sessualità antica (specialmente quella greca, a cui si interessa particolarmente) come ‘diversa’ dalla nostra; la posizione essenzialista si concentra maggiormente su Roma, e tende a sottolineare gli elementi comuni tra le pratiche sessuali romane e le nostre, con un giudizio esplicitamente negativo su entrambe (misoginia, fallocentrismo, oppressione patriarcale, aggressività contro le donne, etc.).

Un altro contributo diretto di Foucault al dibattito classico è stata la recente esplosione di interesse per il corpo antico, un tema che ha portato alla pubblicazione di numerose antologie di saggi (vedi sotto, §).

3.4 Il dibattito attuale sulla sessualità antica. Riconoscendo l’insufficienza della comprensione di Foucault delle sessualità antiche (per esempio, la sua famigerata elisione del desiderio femminile), questo tipo di ricerca a sua volta si è nutrita di, e si è intrecciata con un’analisi del genere nell’antichità di portata più generale. Vengono pubblicate regolarmente antologie in cui il soggetto sessuale antico è concepito come necessariamente immerso in discorsi più ampi sulle relazione femminile-maschile; lo studio del soggetto sessuale antico richiede pertanto un confronto con la totale interdipendenza delle identità di genere e con la centralità delle distinzioni di genere gerarchicamente organizzate per tutti i sistemi intellettuali e sociali dell’antichità.

Tra queste antologie ricordiamo soprattutto Nancy S. Rabinowitz e Amy Richlin (edd.), Feminist Theory and the Classics: Thinking Gender, Routledge, New York-London 1999; Léonie Archer, Susan Fischler, e Maria Wyke (edd.), Women in Ancient Societies: ‘An Illusion of the Night’, Macmillan, Basingstoke 1994; Richard Hawley e Barbara Levick (edd.), Women in Antiquity: New Assessments, Routledge, NY-London 1995.

Osservando che la ricerca classicista, influenzata da Foucault, si è concentrata quasi esclusivamente sulla sessualità greca, Judy Hallett e Marilyn Skinner nel volume da loro curato Roman Sexualities (Princeton U. P., Princeton 1997) rivolgono lo sguardo a Roma.

Lo studio dell’omosessualità femminile nell’antichità si è concetrato soprattutto sulla figura di Saffo. Sull’omoerotismo femminile più in generale, ricordiamo la monografia, concentrata sulla tarda antichità, di Bernadette J. Brooten, Love between Women: Early Christian Responses to Female Homoeroticism, Univ. of Chicago Press, Chicago 1996, e la recente antologia di saggi curata da Nancy Sorkin Rabinowitz, Among Women: From the Homosocial to the Homoerotic in the Ancient World, Univ. of Texas Press, Austin 2002 (con un’utile introduzione di Rabinowitz, pp. 1-33).

3.5 Lo studio delle donne e della sessualità antica in Italia. Mentre si può dire che una critica femminista specificamente relativa alle letterature classiche sia ancora praticamente assente in Italia, così non è per quanto riguarda lo studio delle donne dal punto di vista sociale, storico e antropologico. La principale esponente degli studi delle donne antiche in Italia è Eva Cantarella (1936), professoressa di Istituzioni di diritto romano presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano, dove insegna anche Diritto greco. Tra i suoi libri sulla donna e la sessualità nel mondo antico, alcuni dei quali tradotti in inglese presso prestigiose case editrici universitarie statunitensi, ricordiamo L’ambiguo malanno. Condizione e immagine della donna nell’antichità greca e romana, Editori Riuniti, Roma 1981; Tacita Muta: la donna nella città antica, Editori Riuniti, Roma 1985; Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico, Editori Riuniti, Roma 1988 (nuova ed. con appendice, BUR, Milano 1995); Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia, Feltrinelli, Milano 1996. Il suo ultimo libro è Itaca. Eroi, donne, potere tra vendetta e diritto, Feltrinelli, Milano 2002. Per un’interessante intervista on line a Cantarella, vedi <http://www.emsf.rai.it/articoli/articoli.asp?d=24>.

Tra gli studi di diritto romano sulle donne, vedi recentemente Giunio Rizzelli, Le donne nell’esperienza giuridica di Roma antica. Il controllo dei comportamenti sessuali. Una raccolta di testi, Edizioni del Grifo, Lecce 2000.

Si è interessato di questioni relative alle donne e alla maternità nel mondo antico anche l’antropologo e filologo Maurizio Bettini, dell’Università di Siena (Home page: <http://www.geocities.com/mauriziobettini/>), direttore del Centro interdipartimentale di Studi antropologici sulla Cultura antica, Siena. (<http://www.unisi.it/ricerca/centri/cisaca/Ama-homepage.htm>). Di Bettini ricordiamo Nascere. Storie di donnole, donne, madri ed eroi, Einaudi, Torino 1998, e l’antologia di saggi da lui curata Maschile/femminile. Genere e ruoli nelle culture antiche, Laterza, Roma-Bari 1993.

Una raccolta di saggi Roma al femminile, a cura di Augusto Fraschetti, Laterza, Roma 1994, è stata recentemente tradotta in inglese (Roman Women, Chicago University Press, Chicago 2001). Da vedere anche il primo volume della Storia delle donne, sempre di Laterza.

Di recente è uscito anche il libro di Francesca Cenerini, La donna romana. Modelli e realtà, il Mulino, Bologna 2002, un’utile introduzione alla vita sociale della donna romana (anche se non particolarmente influenzata da un’impostazione teorica esplicitamente femminista).

Tra le studiose più note ricordiamo anche l’italiana Giulia Sissa (1954), che, laureatasi a Pavia, insegna attualmente letteratura e religione greca, teoria politica antica, e studi di genere, all’Univ. of California, Los Angeles.

4. Tendenze varie degli studi classicisti di genere.

Contenuto del capitolo. In questo capitolo si farà una rassegna di alcune tendenze attuali dei ‘gender studies’ relativi al mondo antico: l’indagine sulla mascolinità come costruzione socio-culturale, l’attenzione sul genere nella filosofia antica (specialmente Aristotele), un breve accenno l’influsso di correnti del pensiero femminista che abbiamo visto nell’Unità precedente (cyberfemminismo, teoria ‘queer’), e infine la teoria della voce personale (‘personal criticism’) nelle discipline classiche. Gli studi sul corpo meritano una trattazione a parte, nel prossimo capitolo.

4.1 Costruzioni della mascolinità. Un tema che ha acquisito grande popolarità a partire dalla seconda metà degli anni Novanta è quello della ‘mascolinità’ come costruzione cultu� �(T¨0�(T¨0~�.. �(T¨0�(T¨0�FINDER DAT"�(T¨0�JT¨0�Ì�åo� �d�i� �r&W�o�r�d� �D� �1�åF�i�l�e� ��&d�i� �l�a�v�o�r�åILEDI~1 �æ›|0�S}…0�Â�åESOURCEFRK�*T¨0�*T¨0á�åL�A�U�R�E��D.�D�O�C�ÿÿ�ÿÿÿÿåAURE DOC �¡Q)0�‰Q>0�—åO�D�ÿÿÿÿ�Zÿÿÿÿÿÿÿÿÿÿÿÿ�ÿÿÿÿåL�a�u�r�e�ÄZn�t�o�-�I�N�T�R�åAUREN~1 �¡Q)0�N'B0�ö�åL�A�U�R�O��‡F�O�T�.�D�O�C�åAUROFOTDOC �ÅQ)0�R^?0�T�åL�A�V�I�N�rAI�O�2�.�D�O�C�åAVINIO2DOC �ƒ™|0�_£|0�Ä�scolinità nel mondo antico come campo specifico di indagine porta con sé è che in realtà la ricerca femminista sul mondo antico degli ultimi decenni non ha fatto altro che occuparsi, in un certo senso, della mascolinità come prodotto non neutrale e politicamente connotato: dal momento che la quasi totalità delle fonti sulle donne dell’antichità sono maschili, l’analisi femminista sulle donne antiche verte in verità da sempre più sulla rappresentazione che gli uomini fanno delle donne, e quindi sulla mascolinità, che non sulle donne e il femminile in sé. Queste raccolte, quindi, non sono poi tanto innovative come potrebbe sembrare a prima vista, e i saggi in esse raccolti potrebbero stare benissimo anche in antologie sulle donne antiche.

Più interessanti sono le due monografie di Maud Gleason, Making Men: Sophists and Self-Presentation in Ancient Rome, Princeton University Press, Princeton, 1995; e di Karen Bassi, Acting Like Men: Gender, Drama, and Nostalgia in Ancient Greece, University of Michigan Press, Ann Arbor 1998.

4.2 Filosofia antica e genere sessuale. Anche lo studio della filosofia antica, come è prevedibile, non è rimasto immune dall’influsso del pensiero femminista. Sull’argomento possiamo ricordare come esemplare la recente raccolta curata da Martha C. Nussbaum e Juha Sihvola, The Sleep of Reason: Erotic Experience and Sexual Ethics in Ancient Greece and Rome, University of Chicago Press, Chicago 2002.

La raccolta, di 15 saggi, ha origine da un convegno tenutosi all’Istituto Finlandese a Roma, a cui hanno partecipato studiosi da Finlandia, Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti.

Molti dei saggi mostrano un notevole ammorbidimento dell’idea, che è stata ricavata da Foucault, secondo cui gli antichi si concentravano sugli atti sessuali, ed erano poco interessati con le persone come attori (o agenti) sessuali o alla sessualità come un aspetto della personalità nella sua interezza. David Halperin, nel suo intervento, sostiene che questa non è mai stata una lettura corretta di Foucault, e che ha portato a interpretazioni della cultura antica che non sono solo unilaterali, ma che tendono a costruire e a dare per scontata una ‘teoria della sessualità’ dogmatica di un tipo che Foucault non avrebbe mai voluto. Halperin critica inoltre il libro Love Between Women di Bernadette Brooten per il suo trovare troppo facilmente continuità tra il lesbismo moderno e le relazioni omosessuali antiche tra donne.

Tra i saggi contenuti nel volume, segnaliamo quello di Eva Cantarella, che studia il famoso ‘prestito’ della propria moglie a Hortensius da parte di Catone alla luce della legge romana, che permetteva l’interferenza patriarcale all’interno di matrimoni già stabiliti. Cantarella mette in evidenza sia la stranezza per il nostro punto di vista di un sistema che dava a un padre un’autorità continuata sul matrimonio di una figlia, sia la sorprendente ma appropriata analogia con l’idea moderna di maternità surrogata. David Konstan studia il tema della reciprocità in amore, partendo dallo Zeus di Luciano, adirato perché le sue modalità violente di approccio non fanno sì che il suo amore sia ricambiato, fino ad una lettura di alcuni degli epigrammi catulliano dedicati a Giovenzio.

Una delle curatrici, Martha Nussbaum, famosa storica della filosofia antica, specialmente di Aristotele, e filosofa, sottolinea nel suo saggio l’importanza dei dibattiti filosofici aull’eros nel mondo antico e la necessità che i filosofi moderni acquistino una adeguata comprensione di quei dibattiti, studiandoli nel loro contesto storico. Nussbaum esamina quindi ‘il femminismo incompleto’ del filosofo stoico Musonio Rufo, un autore che viene spesso lodato su basi non molto solide.

I saggi ‘filosofici’ del libro chiariscono che il discorso antico sulla sessualità non è affatto un discorso libero da norme, o non moralizzato. L’enfasi eccessiva che è stata posta sulle relazioni sessuali antiche in termini di potere (sulla scia di Foucault) ha portato a una sottovalutazione dei modi in cui gli antichi effettivamente pensavano al sesso in termini etici, e quindi, poiché le teorie etiche antiche si concentrano sulle nozioni di virtù e di carattere, il sesso era per gli antichi un costituente importante della personalità.

Inoltre, Nussbaum sostiene che i paradigmi antichi non sono solo diversi dai nostri, ma possono anche offrirci possibilità alternative per ripensare i nostri stessi problemi in questa area.

Interessante è anche l’antologia curata da Cynthia A. Freeland, Feminist Interpretations of Aristotle, The Pennsylvania State University Press 1998. Il femminismo tradizionale ha spesso guardato ad Aristotele come al fondatore delle idee sessiste moderne: i saggi in questa raccolta, per la maggior parte, segnano un allontanamento significativo da questa idea. Aristotele, lungi dall’essere semplicemente un avversario, in realtà condividerebbe con il femminismo accademico moderno molte preoccupazioni e molti atteggiamenti.

Non tutte sono d’accordo su questo, però: in particolare, è interessante la successione dei saggi di Marjorie Hass, in difesa della logica di Aristotele contro gli attacchi (tra le altre) di Luce Irigaray (vedi Unità 1, § 6.2), di Irigaray stessa, che torna a criticare duramente Aristotele per la sua esclusione del corpo femminile nella Fisica, e quindi di Freeland sulle idee di Irigaray su Aristotele. Possiamo ricordare anche il saggio ‘The Virtue of Care: Aristotelian Ethics and Contemporary Ethics of Care’, in cui Ruth Groenhout tenta di conciliare l’etica di Aristotele con l’etica femminista della cura (vedi Unità 1, § 4.4).

4.3 Cyberfemminismo e classics. Se qualcuno pensasse che difficilmente il cyber-femminismo (vedi Unità 1, § 7.2) potrebbe avere a che fare con lo studio dell’antichità classica, visiti ‘Cyberfeminism: Gender, Technology and Classics’ (<http://www.sas.upenn.edu/~ebbeler/writs/gender.html>), un sito curato da Jen Ebbeler, ricercatrice di latino alla Texas University di Austin (anche se in realtà gli interessi di Ebbeler sono più concretamente rivolti all’uso delle tecnologie informatiche nelle discipline classiche, e non alle speculazioni di Donna Haraway).

4.4 ‘Queer theory’ e letterature classiche. Un articolo interessante, leggibile su Internet, sulla possibile rilevanza della teoria ‘queer’ (vedi Unità 1, § a nel pensier (vedi Unità 1, § 7.4) per lo studio delle letterature classiche è quello di Kirk Ormand, ‘Positions for Classicists, or Why Should Feminist Classicists Care about Queer Theory?’ nel sito di ‘Diotìma’ (<www.stoa.org/diotima>).

4.5 Il ‘personal criticism’. Abbiamo accennato nell’Unità 1 (§ 9.6) al ‘personal criticism’, o critica della ‘voce personale’. Questa tendenza, strettamente legata all’insistenza femminista sulle questioni della soggettività, si è fatta strada anche nel campo degli studi classici, come si vede già nella raccolta di saggi, curata da Nancy Sorkin Rabinowitz ed Amy Richlin, dal titolo Feminist Theory and the Classics, Routledge, London 1993. La raccolta comprende un’introduzione di Rabinowitz, e dieci articoli sui seguenti argomenti: il pensiero femminista nero e le disclipline classiche (Shelley P. Haley), la periodizzazione della storia letteraria e la formazione del ‘canone’ dei classici (Judith P. Hallett), la rappresentazione della donna nella poesia latina (Barbara Gold), la teoria del film e le tragedie di Seneca (Diana Roben), le donne e il linguaggio nella Grecia arcaica (Marilyn Skinner), uno studio comparativo tra la cultura nativa americana e quella della Grecia antica (Bella Zweig), le prospettive di una archeologia femminista (Shelby Brown), una discussione della visione marxista riguardo ai cambiamenti sociali (Peter Rose), lesbismo e società matriarcale (Tina Passman), e in generale le possibilità di un incontro tra terie femministe e studio della cultura romana (Amy Richlin). Il volume è recensito in Bryn Mawr Classical Review, con parecchie critiche, da Simon Goldhill, professore di lingua e cultura greca al King’s College di Cambridge, molto aperto alle nuove metodologie nello studio dell’antichità classica, e autore, tra l’altro, del libro Foucault’s Virginity: Ancient Erotic Fiction and the History of Sexuality (1995).

Una delle ispirazioni metodologiche che uniscono tra loro i saggi contenuti nel libro è la convinzione che chi tu sei influenzi il tuo modo di fare ricerca classicista, e che il tuo modo di fare ricerca classicista influenzi il tuo modo di essere. Secondo le autrici, è necessario che gli insegnanti, e anche gli studenti, capiscano che il mito della ricerca oggettiva, animata da innocenza politica e disinteressato amore per la conoscenza, è un grosso ostacolo allo sviluppo delle discipline classiche come un soggetto e un campo di sapere contemporaneo. La principale lezione del pensiero femminista può essere vista nell’attirare l’attenzione sull’importanza dell’‘origine’ della scrittura, su chi è che scrive cosa.

Nella raccolta Feminist Theory and the Classics la ‘svolta verso il personale’ che anima i saggi presenta in realtà molti punti problematici e discutibili, che Simon Goldhill mette bene in evidenza nella sua recensione. Nancy Rabinowitz, nella sua introduzione, si pone questi problemi:

‘Se io decido di "parlare per me", quale delle mie molte voci dovrei adottare? Io emergo in contrasto con la molteplicità delle mie posizioni come soggetto: sono una donna bianca, ebrea, borghese, che è "sposata con figli", così come un’ellenista, e un membro di un dipartimento di letterature comparate che insegna teoria letteraria femminista, e un femminista impegnata attivatamente’.

Goldhill si dice ‘preoccupato dalla abbondante quota di stereotipi all’opera in un "auto-posizionamento" in tali termini. Per parlare di noi stessi abbiamo bisogno di qualcosa di più che non semplici etichette (…). Così, la narrazione di se stessi rischia di assomigliare al gioco di società "elenca i cinque aggettivi che ti descrivono meglio"’. In pratica, Goldhill critica quello che, nella raccolta nel suo complesso, vede come un eccesso di semplificazione nella definizione di cosa sia un soggetto.

Una raccolta interamente dedicata alla critica della ‘voce personale’ è quindi stata curata da Judith P. Hallett e Thomas Van Nortwick, Compromising Traditions: The Personal Voice in Classical Scholarship, Routledge, London-New York,1997, e lo spostamento dell’interesse femminista dall’analisi e dalla teoria all’‘autobiografia’ delle classiciste emerge chiaramente anche dal programma del convegno ‘Feminism and Classics III’ (Los Angeles, University of Southern California, maggio 2000), leggibile a http://www.usc.edu/dept/LAS/classics/femclass3/> (il convegno è il terzo dopo quelli del 1992 e del 1996). I temi più ricorrenti nel convegno sono i problemi delle donne come classiciste, come accademiche, e come insegnanti. Anche l’intervento dedicato a Luce Irigaray punta non tanto in direzione di un interesse spcificamente teorico, quanto sulle concrete dinamiche ‘politiche’ del femminismo francese all’interno del mondo universitario; non a caso è inserito in un ‘panel’ intitolato ‘Feminism and Nationalism’. Esemplare di questo atteggiamento autobiografistico è l’intervento conclusivo, di Patricia Graham-Skoul, intitolato ‘Taking Care of Family Members While Maintaining a Career: What Kind of Care? What Kind of Career?’ (‘Prendersi cura dei membri della famiglia mentre si mantiene una carriera: che tipo di cura? Che tipo di carriera?’).

6. Gli studi sul ‘corpo’.

Contenuto del capitolo. Particolare sviluppo ha avuto nel campo delle discipline classiche la ricerca ispirata ai ‘body studies’ (‘studi sul corpo’), influenzati dalle opere di Foucault e di Judith Butler. Ricorderemo in questo capitolo alcuni titoli significativi di opere sul’largomento, e presenteremo due antologie di saggi, a cura rispettivamente di Dominic Montserrat e Maria Wyke. Accenneremo quindi a un particolare settore di studi sul corpo antico, quello relativo al corpo della donna nelle opere mediche antiche.

6.1 Generi e corpi dell’antichità classica. Un campo di studi influenzato dal femminismo e dagli studi di genere è quello dedicato al concetto di ‘corpo’ come costruzione culturale nell’antichità classica. Una sezione particolare, assai sviluppata, di questo settore di ricerca è dedicata specificamente alla costruzione del corpo femminile, specialmente nel pensiero medico antico.

Insieme alla sessualità e al genere, anche il corpo è diventato uno strumento di analisi importante nello studio della formazione del soggetto. Nel primo volume della Storia della sessualità, Foucault scriveva che, a partire dal Seicento, c’è stata nell’Occidente una continua intensificazione del corpo come oggetto di conoscenza e come elemento fondamentale in gioco nelle relazioni di potere. Seguendo e sviluppando l’interesse di Foucault per i discorsi della sessualità e del corpo, un corpus di letteratura critica in continua espansione ha teorizzato e storicizzato il corpo come costruzione culturale, a partire, per esempio, dalle ricerche sociologiche sul corpo pubblicate nella rivista inglese Theory, Culture and Society (1982-), fino agli studi di Judith Butler sul controllo discorsivo sul corpo e le sessualità contenuti in Bodies that Matter: On the Discoursive Limits of ‘Sex’ (vedi Unità 1, § 7.6). Altre recenti opere teoretiche sul corpo sono, per esempio: Mike Featherstone, Mike Hepworth, e Brian S. Turner (edd.), The Body: Social Process and Culturale Theory, sage, London, 1991; Sue Scott e David Morgan (edd.), Body Matters: Essays on the Sociology of the Body (Falmer, London, 1993); Chris Shilling, The Body and Social Theory (sage, London, 1993). Importante anche il libro di Peter Brooks (professore a Yale, studioso del processo narrativo in prospettiva psicoanalitico-formalista), Body Work: Objects of Desire in Modern Narrative (Cambridge, Mass. e London, 1993).

Questi studi mostrano che la superficie del corpo è un sito di cruciale importanza per l’esposizione della differenza (inclusa la differenza di genere), e che il suo esame e la sua capacità di trasformazione, o di contenimento, sono fondamentali per le pratihe di potere di una particolare società. Come Foucault, nei suoi successivi volumi della Storia della sessualità, riconosceva il ruolo cruciale di discorsi culturali di Grecia, di Roma e della prima Cristianità nella formazione della sessualità, così studiosi più recenti hanno riconosciuto il contributo fondamentale dell’antichità alla formazione culturale del corpo come concetto, e come sistema di pratiche, nell’Occidente, e, di conseguenza, i corpi antichi storicamente costituiti sono apparsi regolarmente nella ricerca a partire dalla fine degli anni Ottanta.

Si vedano per esempio: Peter Brown, The Body and Society: Men, Women and Sexual Renuntiation in Early Christianity, Columbia University Press, New York 1988; Page DuBois, Sowing the Body: Psychoanalysis and Ancient Representations of Women, University of Chicago Press, Chicago 1988. Tra i libri più recenti che trattano del corpo ricordiamo Catharine Edwards, The Politics of Immorality in Ancient Rome (Cambridge University Press, Cambridge, 1993); N. B. Kampen (ed.), Sexuality in Greek Art (Cambridge University Press, Cambridge, 1996).

Per dare un’idea di questo tipo di approccio possiamo dare un’occhiata veloce a due raccolte di saggi: Dominic Montserrat (ed.), Changing Bodies, Changing Meanings. Studies on the Human Body in Antiquity, Routledge, London-New York 1998; Maria Wyke (ed.), Parchments of Gender: Reading the Body in Antiquity, Oxford University Press, New York-Oxford 1999. Un’altra raccolta simile è quella curata da James I. Porter, Constructions of the Classical Body, Ann Arbor, University of Michigan Press 1999.

6.2 Montserrat (1998). La raccolta deriva da un convegno sull’‘Anthropometamorphosis’ (‘cambiamento dell’umanità’) tenutosi all’Università di Warwick in Gran Bretagna nel 1994. I saggi estendono il loro interesse dalla rappresentazioni del corpo nella Grecia arcaica e classica, alla cura (e alla negligenza) del corpo nel primo cristinesimo, fino alle manipolazione del ‘corpo’ antico nella tradizione classica. Ogni saggio si concentra su un elemento delle dinamiche della rappresentazione somatica: il corpo come oggetto/soggetto e/o metafora di vari cambiamenti o trasformazioni. Montserrat presenta la raccolta dicendo nell’introduzione: ‘Ai relatori è stato chiesto di riflettere sulle diverse modalità in cui il corpo alterato potrebbe essere un mezzo per convogliare ideologie – di status e di controllo, di genere e di etnicità, di natura e cultura’. I saggi raccolti trattano temi come le implicazioni culturali della ‘disabilità’ fisica nel mondo antico, il concetto di bellezza nella Grecia classica, il dibattito sul martirio, la verginità e la resurrezione nel cristianesimo delle origini, la fascinazione moderna per il tema della ‘mummia’ (il brillante saggio di Montserrat stesso, ‘Unidentified Human Remains: Mummies and the erotics of biography’). Di particolare interesse per gli studi letterari è il saggio di Angus Bowie (‘Exuvias Effigiemque: Dido, Aeneas and the body as sign’), in cui si discute il concetto di corpo nell’Eneide da una prospettiva lacaniana. Bowie sostiene che il corpo umano viene usato per fare avanzare la narrazione epica nel suo complesso; il desiderio del lettore di esplorare i ‘corpo letterari’ di Virgilio è messo in parallelo con il suo desiderio di districare la complessa metafora testuale di cui questi corpi sono parte. Bowie vede nel corpo una particolare forza dinamica nell’Eneide: le esperienze squisitamente ‘fisiologiche’ di Didone (e il corpo di Enea) sono usati come fondamento di questo approccio. L’incapacità di Didone di ‘possedere’ pienamente il corpo di Enea è resa manifesta nella sua patetica creazione (e distruzione) dell’effigie di cera in Aen. 4.504-8.

6.3 Wyke (1999). La raccolta Parchments of Gender, a cura di Maria Wyke (1999), è dedicata alla ‘relazione del corpo antico con il genere, perché i corpi e i generi dell’antichità contano ancora (‘the bodies and genders of antiquity still matter’)’: questa frase iniziale dell’introduzione di Wyke allude implicitamente al già citato libro di Judith Butler, Bodies that Matter.

Così Wyke presenta la raccolta (p. 1, 3):

‘I corpi antichi continuano ad essere appropriati come siti su cui negoziare le sessualità e i generi moderni, le loro metafore somatiche possono ancora attivare la retorica e le pratiche sessuate della guerra moderna (per esempio), e la loro analisi oggi occupa un posto di rilievo nei correnti dibattiti accademici riguardo alla sessualità, al genere e al corpo (…). I diversi saggi qui raccolti convergono nel presentare un resoconto coerente dei corpi antichi come siti peculiarmente privilegiati per la produzione, l’esibizione, e la regolamentazione dell’identità di genere e delle differenze di genere, e come un ‘luogo’ materiale visibile per le complesse interazioni del genere con le altre rivendicazioni di identità nelle comunità del mondo antico dall’Atene del V secolo a.C. alla Galilea romana del III secolo d.C. Stratificato com’è nella storia, il corpo non è dato naturalmente ma culturalmente. Non è un materiale grezzo su cui un agente consapevole agisce, ma un sistema semiotico che il suo portatore non può mai padroneggiare completamente. I corpi antichi sono, perciò, ‘pergamene del genere’ (‘parchments of gender’): pelli testuali [come la pergamena, materiale appunto ottenuto da pelli di animali, e usato come supporto per la scrittura] su cui il genere è inscritto e su cui possono essere tracciate altre matrici interconnesse di conoscenza e potere, che danno a quei corpi i loro contorni apparentemente leggibili. Ma già lette, rilette, e contestate, nell’antichità, queste pergamene sono per noi spezzate e oscurate, e perciò richiedono la trascrizione più attenta’.

I saggi raccolti esaminano in vari modi l’‘intertestualità’ dei corpi antichi, catalogando le metafore del corpo: il corpo della donna come casa, come faretra aperta, come solco arato; il corpo dell’uomo come bestia, discorso, guerra, la malattia del corpo politico; la decorazione degli stili della prosa. Questi discorsi somatici sono definiti come una pratica di descrizione, inscrizione, disciplina e istruzione mirata a porre confini attorno ai soggetti sessuali e sessuati, e a controllarli. Tra i vari saggi della raccolta, ricordiamo l’ultimo, di Carole Dougherty, significativo della tendenza a vedere ancora all’opera nel mondo attuale categorizzazioni antiche (negative): l’autrice esamina l’immaginario antico sullo stupro di massa in guerra, che sfrutta le metafore relative al corpo della donna come terreno da conquistare, e ne analizza i riflessi nella retorica dell’odio etnico nella recente guerra nella ex-Iugoslavia, in cui il dominio militare e politico viene rappresentato come conquista sessuale.

6.4 Il corpo della donna nel pensiero medico antico. Nell’ambito degli studi sul corpo particolare rilievo ha la ricerca sul corpo femminile nel pensiero medico e scientifico antico. Tra i molti libri sull’argomento ricordiamo Aline Rousselle, Porneia. De la maîtrise du corps à la privation sensorielle (IIe-IVe siècles de l’ère chrétienne), Paris 1983 (trad. it. Sesso e società nei primi secoli del cristianesimo, Laterza, Roma-Bari 1985; trad. ingl. Oxford 1988); Lesley Dean-Jones, Women’s Body in Classical Greek Science, Clarendon Press, Oxford 1994; Tamsyn Barton, Power and Knowledge: Astrology, Physiognomics, and Medicine under the Roman Empire, University of Michigan Press, Ann Arbor 1994, e i numerosi articoli di Ann Ellis Hanson, come ‘The Medical Writer’s Woman’ (in Halperin, Winkler e Zeitlin (1990) 309-37). Particolarmente importante è Helen King, Hippocrates’ Woman: Reading the Female Body in Ancient Greece, Routledge, London-New York 1998, in cui si raccolgono vari articoli già pubblicati su riviste.

Ricordiamo anche un numero monografico sull’argomento della rivista Helios, (vol. 19, 1992; Helios, pubblicata dalla Texas Tech University Press, Lubbock, Texas, è una rivista specificamente incentrata sugli studi di genere relativi all’antichità classica). Tra gli articoli contenuti in questo numero, ricordiamo per esempio quello di Heinrich von Stadten sulla ‘terapia degli escrementi’ (l’uso di feci animali come rimedio terapeutico). Von Stadten nota che i testi ippocratici prescrivono questo tipo di trattamento solo per i malanni ginecologici delle donne, e collega i trattamenti ippocratici con una concezione greca più generale delle donne come ‘eccezionalmente suscettibili di impurità e sporco’.

Esaminando gli stessi scritti medici con uno scopo diverso, Lesley Dean-Jones presenta una dettagliata e complessa analisi del modello funzionale della sessualità femminile presentata nei trattati ginecologici ippocratici, dimostrando convincentemente (contro Foucault) che questo modello era significativamente diverso dalla concezione della sessualità maschile, che costruiva il maschio come un soggetto desiderante che manteneva la salute attraverso le virtù della continenza e dell’autocontrollo. Per le donne, il desiderio sessuale non era né importante né necessario; secondo gli ippocratici, il bisogno della donna del rapporto sessuale era fisiologico e completamente al di fuori del suo controllo conscio: ‘Il modello funzionale degli Ippocratici non permette a una donna di essere un agente morale nella propria vita sessuale’. L’autrice sottolinea la sottostante dimensione politica del modello medico della sessualità femminile, spiegando come esso convalidasse pratiche sociali esistenti che subordinavano le donne, ma anche speculando su come le donne potrebbero essere state in grado di usarlo per ottenere attenzione sessuale dai loro mariti.

7. ‘Feminist critique’: la donna scritta dall’uomo.

Contenuto del capitolo. La letteratura latina è una letteratura scritta pressoché interamente da uomini. Le donne vi sono continuamente presenti, ma sono sempre filtrate attraverso lo sguardo e la voce maschile. La critica femminista si deidica quindi all’analisi delle modalità di rappresentazione e appropriazione della donna da parte del puntio di vista maschile nei vari generi letterari della letteratura latina. Tra i generi letterari che sono stati fatti oggetto della critica femminista, spicca in particolare il genere dell’elegia romana. Un caso molto interessante è pure quello di un autore come Ovidio, che nella sua poesia dà grande spazio alle donne e alla loro voce, che lui ‘ventriloquizza’ (si pensi alle Heroides). Compito della critica femminista sarà allora valutare le modalità con cui Ovidio dà voce alle donne, e anche quello di esprimere un giudizio di valore sull’atteggiamento del poeta. Questo è vero in particolar modo quando la donna critica si trova di fronte alle rappresentazioni ovidiane della violenza sulle donne.

7.1 La donna scritta: l’elegia. L’elegia romana è uno dei generi letterari che hanno ricevuto più attenzione teoretica da parte della critica interessata alle nuove metodologie di analisi letteraria. Negli ultimi trenta anni, l’elegia romana è stata oggetto di una varietà di approcci teoretici, e la critica femminista è stata uno dei principali. Il primo impulso verso un rinnovamento degli studi sull’elegia viene in effetti proprio dai dibattiti nella ricerca femminista agli inizi degli anni Settanta. Poiché sono sopravvissute solo tracce misere di una produzione poetica femminile, è chiaro che la ‘gynocritics’, cioè la critica femminista rivolta alla ‘donna come scrittrice’ (Unità 2, § 4.2) non poteva avere molto spazio d’azione, se non nel caso di Sulpicia, su cui vedi la prossima Unità.

In mancanza (a parte Sulpicia) di donne scrittrici di elegia, la critica femminista classica si è rivolta, sempre per riprendere la terminaologia di Elaine Showalter, alla ‘feminist critique’, cioè la critica che adotta un punto di vista femminista su un materiale prodotto da maschi. Un ulteriore sviluppo teorico che ha avuto un certo influsso sulla critica femminista classica è stato quello di Alice Jardine, con il suo concetto di ‘gynesis’, ovvero ‘il mettere nel discorso "la donna"’ (Unità 2, § 4.4). L’elegia romana è stata così vista come un mettere in gioco la donna nel discorso, come è stato fatto per esempio da Judith Hallett nella sua presentazione dell’elegia come ‘femminismo contro-culturale’ (J. P. Hallett, ‘The Role of Women in Elegy: Counter-Cultural Feminism’, Arethusa 6 (1973) 103-24).

Dagli anni Ottanta in poi c’è stata una vasta produzione di scritti, anche metodologici, nel campo dell’elegia latina, che hanno messo in discussione i concetti di intenzione dell’autore, hanno proposto teorie di lettura. In particolare questi approcci contestavano la nozione ben radicata dell’elegia come una sorta di espressione delle avventure amorose del poeta presentata per esempio nei libri di Oliver Lyne (The Latin Love Poets: From Catullus to Horace, Oxford 1980) e Jasper Griffin (Latin Poets and Roman Life, London 1985).

Per la critica femminista, l’elegia romana, che in sostanza, non fa altro che parlare della donna, era un campo naturalmente interessante. Di particolare interesse sono una serie di articoli di Maria Wyke pubblicati nella seconda metà degli anni Ottanta, e ora raccolti in The Roman Mistress: Ancient and Modern Representations, Oxford University Press, Oxford 2002. Piuttosto che andare a caccia di un’amata reale dietro lo pseudonimo (una pratica in voga fin da Apuleio, Apologia 10.4), Wyke ha studiato la Cynthia di Properzio come una ‘donna scritta’, o scripta puella (vedi sotto).

L’elegia latina, poesia d’amore, in cui la donna amata è al centro assoluto dell’interesse del poeta maschio è un campo privilegiato per lo studio dei rapporti di potere tra i generi sessuali. Apparentemente, la poesia elegiaca mette in scena un clamoroso rovesciamento dei ruoli sessuali. L’autorappresentazione del poeta elegiaco, e specialmente di Properzio, come schiavo della donna, la sua ‘padrona’ (domina), e la caratterizzazione che egli dà tanto di se stesso quanto della sua poesia come mollis stabiliscono una sorta di identità femminile per l’innamorato maschio. La poesia elegiaca sembra sovvertire le convenzioni romane della mascolinità assegnando al narratore maschio tratti tipicamente associati con le donne: servitium, mollitia, e levitas. L’innamorato maschio si presenta così come devoto, dipendente, e passivo, e per converso definisce la sua amata come dura. L’inversione di ruolo sessuale implicta nell’atteggiamento del narratore chiaramente permette all’innamorato properziano di abbracciare una fiflosofia di vita che rovescia i tradizionali ruoli sessuali e víola i principi secondo cui le donne sono soggette all’autorità maschile.

Quindi, una delle caratteristiche più singolari dell’elegia properziana è il modo in cui il narratore maschio spesso assume ‘il ruolo della donna’, mettendosi nella condizione tradizionalmente femminile di sottomissione e ‘servitù’.

Tuttavia, di fronte a questa situazione, dobbiamo fare attenzione a non cadere in equivoci. Anzitutto, non dobbiamo dimenticare che la poesia elegiaca non ci parla necessariamente di donne reali, e della loro vita reale. Un primo aspetto a cui la lettrice che voglia dare una lettura attenta alle questioni di genere sessuale implicate dall’elegia latina deve prestare attenzione è il rischio dell’autobiografismo.

Secondo molte studiose femministe, la Donna Elegiaca non è un donna in carne e ossa; è una ‘fiction’, una creazione letteraria – una finzione poetica, polemica (l’elegia callimachea contro l’epica celebrativa augustea) e politica (l’elegia come significante uno stile di vita non ortodosso e alternativo al modello proposto dal regime). ‘Cynthia’ è un programma poetico, non lo pseudonimo di una donna reale, che vive una vita extra-testuale di cui i libri di Properzio quasi documentano l’evoluzione e gli sviluppi.

Il nome stesso della Donna Elegiaca deve essere valutato in tutte le sue implicazioni. Il nome Cynthia richiama l’appellativo del dio della poesia, Apollo Cynthius (da un suo luogo di culto, il monte Cinto). Il nome Cynthia ha un forte valore programmatico: associando la sua puella alla sfera di Apollo, dio della musica e della poesia, Properzio si ricollegava alla Lesbia di Catullo, che suggeriva la lirica greca e la lesbia Saffo (cf. il carme 51, naturalmente; e anche 35.16-7 Sapphica puella / musa doctior), e alla Delia di Tibullo: anche Delius era appellativo di Apollo (dall’isola di Delo sacra al dio). Più che lo pseudonimo di una donna reale, Cynthia è la personificazione dell’ispirazione poetica e della poesia. In particolare, della poesia di ispirazione callimachea. I poeti greci usano Cynthius come aggettivo riferito al monte sacro al dio, ma mai in riferimento al dio stesso. L’unico poeta che usa Kynthios di Apollo è Callimaco (Inni 4.10; Aetia 3.67.5-6 Pfeiffer; 3.114.8 Pf.). Soprattutto, troviamo Apollo Cynthius all’inizio di Virgilio, Egloga 6, nella scena, modellata sul prologo degli Aitia di Callimaco, in cui il poeta che si accingeva a scrivere poesia epica viene dissuaso dall’intervento del dio della poesia, che lo esorta ad occuparsi di poesia ‘minore’, tenue, appunto ‘callimachea’. Cynthia, dunque, molto prima di essere lo pseudonimo di una donna reale, è un simbolo poetico, il simbolo di una scelta di poetica. Così inizia Properzio 1.1:

Cynthia prima suis miserum me cepit ocellis,

contactum nullis ante cupidinibus.

‘Cinzia per prima m’irretì, sventurato, con i suoi dolci occhi,

quand’ero ancora intatto dai desideri della passione’.

La prima parola, Cynthia, presenta un programma poetico più di quanto non introduca una donna reale. E del resto questo incipit così apparentemente ‘autobiografico’ non fa che rielaborare l’incipit di un epigramma del poeta ellenistico Meleagro: Anthologia Palatina 12.101 ‘Myiskos colpì me (non ancora ferito nel mio petto dai Desideri) con le frecce dei suoi occhi’. Dietro l’apparente autobiografismo c’è in realtà una dichiarazione dei legami del poeta con la tradizione alessandrino-neoterica (si ricordi infatti che anche il liber di Catullo incominciava con un’allusione a Meleagro).

Uno degli aspetti che più interessa una lettura cosiddetta ‘gendered’ (traducibile solo con una perifrasi: una lettura attenta alle implicazioni di genere sessuale) è quello della relazione tra i sessi come relazione di potere: chi controlla il discorso; chi gestisce l’autorità; chi domina il senso. Parlare di una donna, anche dichiarare come base e fondamento della propria poetica la schiavitù d’amore (servitium amoris) e la soggezione ad una donna, non significa automaticamente assegnare potere alla donna. Una lettura femminista si pone anzi per definizione il compito di contrastare e di decostruire il sistema di valori che la voce maschile costruisce intorno alla donna. Per quanto l’Uomo Elegiaco dichiari la sua soggezione alla Donna è sempre lui ad avere il potere sulla Donna: la Donna è il suo argomento, la sua creazione, la sua materia.

La sensazione che la poesia di Properzio sia poesia autobiografica ed aderente alla vita può sembrare difficile da contrastare; eppure, specie nei libri successivi al primo, una lettura attenta svela chiaramente che la Donna elegiaca non è altro, per il poeta, che una materia come le altre. Consideriamo il caso dell’elegia 2.10. Qui Properzio inizia affermando di voler abbandonare la poesia d’amore per dedicarsi all’epica celebrativa del regime: canterà Augusto e le sue imprese. Ma alla fine, il poeta si dichiara ancora inadeguato a questo compito: resterà nell’ambito della poesia d’amore. È interessante considerare in quali termini, in questo contesto, il poeta presenti il suo dedicarsi alla poesia d’amore:

Properzio 2.10.1-12:

Sed tempus lustrare aliis Helicona choreis

et campum Haemonio iam dare tempus equo.

Iam libet et fortis memorare ad proelia turmas

et Romana mei dicere castra ducis.

Quod si deficiant vires, audacia certe 5

laus erit: in magnis et voluisse sat est.

Aetas prima canat Veneres, extrema tumultus:

bella canam, quando scripta puella mea est.

Nunc volo subducto gravior procedere vultu,

nunc aliam citharam me mea Musa docet. 10

Surge, anime, ex humili! iam, carmina, sumite vires!

Pierides, magni nunc erit oris opus.

‘Ma è tempo ormai di percorrere l’Helicona con altri ritmi, è tempo di offrire liberi spazi al cavallo emonio. Ormai mi piace cantare le valorose torme che si slanciano nella battaglia e gli accampamenti del mio condottiero. E anche se mi vengono meno le forze, certo mi sarà di gloria l’audacia: nelle grandi imprese è sufficiente l’avere osato. La prima età canti gli amori, l’ultima le battaglie: canterò la guerra, giacché ho finito di ‘scrivere la fanciulla’. Ora voglio procedere più gravemente con volto severo, ora la mia Musa m’insegna a tentare altre corde’.

La traduzione di Luca Canali, che abbiamo modificato, rende la frase quando scripta puella mea est come: ‘della fanciulla ho scritto in passato’. Questa è la tendenza degli interpreti: dare a scribere il significato di ‘descrivere’. In tal modo si salvaguarda la visione della donna elegiaca come donna in carne e ossa, che il poeta finisce di ‘descrivere’ al momento di passare ad altro. ‘Tuttavia il parallelismo che il testo mostra a questo punto tra esametro (verso 7) e pentametro (verso 8) dimostra che la puella si deve intendere qui non come un’amata vivente a cui l’autore ha dedicato la sua vita, ma come una ‘fiction’ femminile che può essere messa da parte’ (Maria Wyke). Infatti a Veneres e tumultus del verso 7 corrispondono nel verso 8, chiasticamente, bella e puella: canere Veneres, ‘cantare poesia d’amore’, e scribere puella descrivono due azioni identiche, poste sullo stesso piano di ‘realtà’ di canere tumultus e canere bella. ‘Scrivere la puella’ non è altro che scegliere un diverso argomento per la propria poesia. In questo contesto, solo il poeta agisce; la donna è agita, è ‘scritta’.

7.2 ‘Womanufacture’: il caso di Ovidio. Con un gioco di parole tipicamente ‘postmoderno’, Alison Sharrock, dell’Università di Manchester, ha riassunto in un neologismo la ‘manifattura della donna’ operata dalla poesia d’amore latina: ‘womanufacture’ (‘woman’ + ‘manufacture’): ‘La poesia d’amore crea il suo stesso oggetto, lo chiama Donna, e si innamora di lei – o piuttosto dell’atto stesso con cui l’artista la crea. Questa è "womanufacture", la "manifattura della donna"’ (‘Womanufacture’, Journal of Roman Studies 81 (1991) 36-49).

Il poeta elegiaco è come il Pigmalione del racconto di Ovidio (Metamorfosi 10), che crea una donna-opera d’arte e se ne innamora – e Ovidio, con la storia di Pigmalione, fornirà egli stesso un commento, e una demistificazione, della strategia culturale della ‘manifattura della donna’. Dice Sharrock: ‘Sia la storia di Pigmalione che l’elegia sono storie sull’amore per un’opera d’arte, sul render vivo il materiale inerte, e sul creare l’oggetto erotico. La storia di Pigmalione che ama la sua stessa creatura, l’uomo che operis… sui concepit amorem "‘concepì amore per la sua stessa creazione", Met. 10.249) è precisamente la storia del poeta elegiaco, e forse in particolare dell’elegiaco nimis amator ingenii sui ("eccessivamente innamorato della sua stessa abilità") (il giudizio di Quintiliano su Ovidio, Institutio oratoria 10.1.88)’.

Abbiamo visto che è fondamentale per la critica femminista porsi in una posizione di contrapposizione rispetto alla voce maschile che gestisce il discorso sulla donna. Secondo Sharrock, Ovidio, con il suo racconto di Pigmalione, il racconto dell’artista che crea la donna e la ama come oggetto d’arte, vuole decostruire il realismo erotico dell’elegia, e in certo modo denunciare il potere dell’artista maschio e le sue strategie di costruzione. Una tale presentazione della strategia ovidiana chiaramente presuppone un’immagine di Ovidio come artista in certo modo egli stesso ‘femminista’. È questo atteggiamento critico giustificabile alla luce del pensiero femminista? Può un artista maschio essere davvero portatore di un discorso antagonista a quello patriarcale? La questione è controversa. Non tutte le classiciste sono d’accordo nel dare di Ovidio questa immagine positiva, quasi di ‘difensore della donna’. Vi sono studiose che ritengono che Ovidio sia simpatetico con le donne, e che la misoginia che la sua poesia spesso rappresenta ed esprime sia un artificio letterario per denunciare lo sfruttamento delle donne. Altre hanno un’opinione opposta. Certo è che nessun altro poeta romano dà nella sua opera tanto spazio alla donna e alla sua voce. Il caso più vistoso è dato dalle lettere delle Heroides. Da un punto di vista di genere, la questione cruciale che quest’opera pone è fino a che punto possiamo essere autorizzati a parlare, per le lettere delle eroine ovidiane, di ‘voce delle donne’. Quale ruolo sessuale gioca una voce prodotta da un autore maschio che parla attraverso una maschera femminile, ma che nasconde totalmente la sua autorità maschile dietro lo schermo di una scrittura femminile? L’epistola di Arethusa a Lycotas (Properzio 4.3) è inserita all’interno di un liber esplicitamente scritto da un uomo, ma le Heroides non hanno cornice, non hanno introduzione, non c’è alcun segnale esplicito né paratestuale né testuale da parte dell’autore riguardo al fatto che quello che stiamo leggendo è in realtà un testo maschile. Anche se da un certo punto di vista tutto ciò non è altro che un ‘effetto di reale’, e non dobbiamo dimenticarci mai che c’è Ovidio che tira i fili delle sue marionette femminili, da un’altra prospettiva non è forse da considerarsi troppo arretrata o semplicistica (o maschilista!) una lettura che veda in quest’opera una espressione del femminile. La domanda che viene da porsi è ‘che cosa vuole fare esattamente Ovidio quando scrive, per esempio, Heroides 7 – farci ascoltare Didone, o farci ascoltare Ovidio che recita Didone?’. La stessa domanda sorge quando proviamo a confrontarci più in generale con il rilievo davvero alto che viene dato alle donne nel corpus: è un rilievo ‘amichevole’ oppure no? In che misura Ovidio è implicato nell’esibizione ed oggettificazione delle donne, e nella violenza denigratoria nei confronti delle donne perpetrata nei e dai suoi testi? Le questioni teoriche che tali domande sollevano sono complesse. Si può provare ad avvicinarci al problema considerando quello che il test effettivamente fa. Le donne – lo abbiamo visto sopra – devono essere ‘silenziose’. La soppressione delle voci, dei corpi e della sessualità delle donne è storia anche troppo comune nella cultura antica e nel corpus ovidiano, in cui questa soppressione è uno degli aspetti chiave del motivo della metamorfosi. Possiamo vedere il modo in cui la perdita di umanità, autonomia, e della capacità di discorso sono connesse con la sessualità femminile dando un’occhiata a tre storie di stupro e metamorfosi che compaiono nei primi libri delle Metamorfosi: Dafne, amata da Apollo e trasformata in albero di alloro; Io, amata da Giove e trasformata in mucca; Siringa, amata da Pan e trasformata nelle canne della zampogna. In ogni caso, alla donna trasformata viene fatta riconoscere la sua sottomissione all’amante attraverso un atto di para-discorso che accentua la perdita della sua voce. L’alloro fa un cenno di ‘assenso’ alla prospettiva di diventare un simbolo dei trionfi; la mucca muggisce; le canne della zampogna emettono musica, o meglio ad esse viene fatta emettere musica dall’azione del loro amante/suonatore. Ma queste storie sono ancora leggere se paragonate ad un altro complesso di storie in cui la voce e la sessualità sono violentemente interconnesse.

La più macabra di tali storie è la storia di Filomela. Dopo essere stata violentata dal suo barbaro cognato Tereo, questa eloquente vergine ateniese si ribella verbalmente al suo stupratore, solo per subire un secondo stupro, più definitivo, quando egli le taglia la lingua. Questo atto è chiaramente tanto castrante quanto deflorante, ed è seguito da ulteriore violenza sessuale. Ma l’intraprendente Filomela riesce ancora a trovare in modo per comunicare, intessendo una raffigurazione delle sue sofferenze, e mandando la tela alla sorella Procne. La sua azione qui riflette l’ambiguità delle azioni connesse all’atto poetico, in quanto il ‘tessere’ è simbolo al tempo stesso della Donna e del poeta; e l’atto stesso del comunicare è una sfida alla dominazione mascolina di Tereo. Il seguito è ben noto – Procne e Filomela uccidono, cuociono e imbandiscono il figlio di Procne e Tereo al padre, e i personaggi vengono tutti trasformati in uccelli. Si può dire che la storia permette in qualche misura la possibilità di un’azione positiva a queste donne ateniesi, ma solo fino ad un certo punto, in quanto nel corso del processo in cui prendono in mano azione e comunicazione esse sono trasformate in mostri, come il loro nemico.

Resta vero un fatto importante: mentre gli altri autori antichi più spesso sopprimono le voci delle donne, Ovidio ci mostra la soppressione delle voci delle donne.

7.3 La rappresentazione pornografica nelle letterature classiche. La principale esponente dell’approccio ‘negativo’ alla rappresentazione della donna in Ovidio è Amy Richlin, che ha curato, tra le altre cose, la raccolta di saggi Pornography and Representation in Greece and Rome, Oxford University Press, Oxford 1992. Il saggio da lei scritto per l’antologia, ‘Reading Ovid’s Rapes’ (‘Leggere gli stupri di Ovidio’) è una denuncia, ispirata anche dal lavoro di Susan Brownmiller (Unità 1, § 5.1) del compiacimento sadico di Ovidio nelle sue descrizioni di stupri, che rende inevitabilmente complice il suo lettore, o, cosa ancora più sconvolgente, la sua lettrice; chi legge deve opporre resistenza al testo violento: come dice il titolo del suo ultimo paragrafo, ‘lo stupro è stupro, la resistenza è possibile’.

Si è detto che una caratteristica del lavoro critico femminista sul mondo antico è la ricerca di un costante collegamento con le preoccupazioni contemporanee. Le metodologie e le analisi del mondo antico non sono avulse dall’attualità, ma anzi si propongono programmaticamente di non perdere i contatti con i problemi e le discussioni dei nostri giorni. A questo riguardo, può essere interessante leggere la recensione di Pornography and Representation pubblicata su Bryn Mawr Classical Review (<http://ccat.sas.upenn.edu/bmcr/1992/03.05.14.html>) da Earl Jackson Jr., dell’University of California, Santa Cruz (non un classicista di professione, ma insegnante di letteratura comparata, ‘cultural studies’ e giapponese; autore di Strategies of Deviance: Studies in Gay Male Representation (1995)).

Jackson introduce la sua recensione con un’‘avvertenza’:

‘Ho pensato che fosse corretto introdurre la mia recensione dichiarando chiaramente la posizione partigiana riguardo alla questione della pornografia in quanto sostenitore gay del movimento anti-censura. Mentre sono completamente d’accordo che le industrie della pornografia eterosessuale perlopiù vilipendono e degradano le donne, e spesso sono parte del sistema di oppressione basata sul sesso, io credo che le analisi di questi fatti e le risposte politiche ad essi intraprese dagli attivisti anti-pornografia siano pericolosamente semplicistiche. Le teorie della rappresentazione sessuale che presuppongono che le donne siano ineluttabilmente gli oggetti/vittime – mai soggetti/agenti – della sessualità riproducono i messaggi dei pornografi più virulentemente misogini. Tali teorie anche non riescono a tenere conto della diversità sessuale, basando le dicotomie reificate delle dinamiche sessuali su stereotipi derivati eterosessualmente che sono completamente inadeguati se sia vuole ripensare il genere e la sessualità. L’insistenza sul dimorfismo sessuale come la differenza centrale totalizzante per la politica femminista riflette anche una sistematica disattenzione per razza, classe, etnicità, che ha tragicamente limitato il taglio radicale dei femminismi della classe media bianca’.

Il recensore prosegue sostenendo che, a suo avviso, le femministe anti-pornografia, allendosi su questo tema con i conservatori di destra, rischiano seriamente di mettere a repentaglio le conquiste delle donne in materia di libertà sessuali e riproduttive. Jackson dichiara peraltro di rispettare l’opera di molte femministe anti-pornografia, in particolare di Catherine MacKinnon (vedi Unità 1, § 5.2).

8. Donne scrittrici: i limiti della ginocritica negli studi classici.

Contenuto del capitolo. In questo capitolo introdurremo il tema della possibilità di una ‘ginocritica’ relativa alla letteratura latina. In verità l’unica possibilità di analizzare una produzione letteraria scritta da una donna romana si ha con la Sulpicia del Corpus Tibullianum, che vedremo nella prossima Unità (e, con qualche difficoltà in più con la seconda Sulpicia, oggetto della quarta e ultima Unità). Qui tracceremo un breve profilo della situazione di marginalità in cui erano collocate le donne antiche nelle loro società, e accenneremo quindi a una serie di donne romane per le quali abbiamo notizia di una loro produzione letteraria.

8.1 La marginalità delle donne antiche. (Seguiamo la voce ‘women’ nella terza ed. dell’Oxford Classical Dictionary, 1996, scritta da Helen King.) La storia della letteratura classica è la storia di una letteratura scritta da uomini per uomini. Quasi tutto quello che sappiamo sulle donne nell’antichità ci giunge filtrato attraverso la voce dei maschi. Certo vi erano donne che sapevano leggere e scrivere, per quanto spesso tale abilità fosse connessa più con il ruolo a loro assegnato di guardiane dell’economia domestica (cf. per es. Senofonte, Economico 7.5 e 9.10), che non con il riconoscimento di una legittima aspirazione all’espressione personale e artistica. Vi sono per altro molti riferimenti nelle nostre fonti a opere letterarie scritte da donne, ma i testi sopravvissuti sono molto pochi. La letteratura greca conosce poetesse: Saffo, anzitutto, e poi Corinna, Erinna, Nossis. Abbiamo notizie (ma nessun testo) su opere filosofiche scritte da donne, soprattutto, in epoca ellenistica, nell’ambito della scuola pitagorica, e su lettere private di donne. Ma nella letteratura latina le donne scrittrici sono una assoluta minoranza: abbiamo le due Sulpicie, e poi più nulla fino al diario di viaggio del V secolo d. C. scritto da Egeria (l’Itinerarium Egeriae). Per giunta, spesso le attribuzioni a donne suscitano sospetti e problemi. Per esempio, ci si chiede se le lettere femminili non fossero in realtà scritte da scribi. Significativo del disagio che l’intrusione dell’autorialità femminile nella tradizione letteraria maschile suscita è il fatto che talora la ‘paternità femminile’, o forse meglio la maternità, di un’opera venga messa in dubbio (vedi la Sulpicia del corpus Tibullianum: Unità 3), e che magari si attribuiscano a una donna degli scritti allo scopo di denigrare un uomo, come nel caso dei discorsi di Pericle malevolmente attribuiti al ‘ghost writing’ di Aspasia.

Si capisce dunque che un problema fondamentale per lo studio delle donne nel mondo antico sia quello delle fonti. Nell’ultimo ventennio i lavori sulle donne antiche si sono incentrati sulle strategie necessarie per superare l’ostacolo costituito dall’origine maschile della grande maggioranza delle testimonianze sul mondo femminile. In precedenza esisteva una convinzione diffusa che si potesse attribuire maggiore o minore grado di attendibilità ad una testimonianza a seconda del suo ‘livello’: per es., il dramma era visto come fantasia, i materiali legali come più vicini alla realtà della vita quotidiana. C’è attualmente un’accresciuta consapevolezza che tutti i tipi fonti sono prodotti dalla stessa società, e che nessuno di essi dà accesso diretto alla realtà. Per esempio, le iscrizioni funerarie potrebbero sembrare meno ‘artefatte’ dei drammi teatrali, ma in realtà anch’esse operano secondo le loro proprie regole; una donna viene lodata per il suo aspetto e per le sue qualità personali, un uomo per quello che ha fatto. I discorsi in tribunale della Grecia del IV sec. a.C. non sono trasparenti, ma sono discorsi pubblici tesi a vincere una causa facendo appello a un ideale sociale condiviso della natura e del comportamento femminile.

Gran parte del lavoro recente sulle donne nell’antichità guarda non alla ‘posizione delle donne’ ma alla creazione del concetto di ‘donna’. La donna è profondamente ambigua, l’‘ambiguo malanno’ del titolo del libro di Eva Catarella, che è allo stesso tempo selvaggio e addomesticato, essenziale per la continuazione della razza umana pur restando sempre un membro della separata ‘razza delle donne’ (Esiodo, Teogonia 585-90). Il suo ruolo duplice si riflette nei testi medici e filosofici, che concentrano il loro interesse sulla funzione riproduttiva, e vedono le donne come fisicamente e mentalmente inadeguate allo standard ideale che è rappresentato dal cittadino maschio adulto. È anche sempre più riconosciuto che ‘le donne’ non sono un gruppo unitario. Per esempio, i rituali possono dividere le donne per status sociale o disponibilità sessuale; al festival di Mater Matuta, riservato alle donne sposate una sola volta, le matrone romane portano una donna schiava all’interno del recinto, e quindi la cacciano con colpi e schiaffi.

In certe aree della vita le similarità tra la posizione e l’esperienza delle donne greche e romane in tutti i periodi storici superano le differenze, così che è legittimo fare un certo numero di generalizzazioni. Per tutte le donne, il ruolo principale era quello di generare figli legittimi; anche quando le donne spartane, che erano viste come radicalmente ‘differenti’ dagli uomini ateniesi e romani, venivano impegnate nell’allenamento fisico, ciò avveniva allo scopo di rendere i loro corpi più forti in vista del parto (per es. Senofonte, Costituzione di Sparta 1.49). La preoccupazione per la legittimità degli eredi portava sia ad uno stretto controllo della sessualità delle donne – anche attraverso il matrimonio precoce, durante o prima della pubertà – sia alla paura del potere di quella sessualità. Le donne devono essere domate, istruite, e sorvegliate.

Le donne antiche erano prive dei diritti politici; non potevano partecipare, parlare, o votare alle pubbliche assemblee, né potevano rivestire cariche. Tuttavia, potevano esercitare un’influenza attraverso gli uomini. Quando le fonti romane rappresentano di donne che assumono un ruolo pubblico, questo tende ad essere accompagnato da allusioni alla volubilità, alla tendenza al tradimento, o alla mancanza di autocontrollo tipica delle donne. I riferimenti all’azione politica delle donne sono rivolti a screditare gli uomini associati ad esse (per es. Clodia in Cicerone, Pro Caelio).

Poiché esse erano ritenute facilmente ingannabili e quindi incapaci di prendere decisioni sensate (Gaio, Istituzioni 144.190-91), ci si aspettava che le donne avessero un guardiano; in assenza di un padre o un marito, un kyrios o tutor agiva a loro nome nelle transazioni economiche. Tuttavia il sistema poteva essere usato in modo puramente formale, per dare l’apparenza del controllo maschile sulla proprietà .

Sebbene le donne appartenenti a classi inferiori nel mondo antico potessero spesso lavorare fuori di casa, nell’agricoltura, come commercianti, e come artigiane, così in come in ruoli più ovviamente ‘femminili’ come per esempio quello di balie, le donne erano tradizionalmente lodate per il loro silenzio e la loro invisibilità. Le loro comparizioni nei tribunali erano limitate a manifestazioni di dolore in supporto dei loro parenti maschi; in Atene, la loro testimonianza era usata solo quando una donna libera pronunciava un giuramento sulla testa dei suoi figli. Nella società romana, il nome rifletteva questa invisibilità; le donne prendevano il nome del padre, ma col tempo acquisirono un cognomen, così che le sorelle potevano essere differenziate come (per es.) Iulia Agrippina e Iulia Drusilla.

La ricerca attuale si sta rivolgendo alle donne non facenti parte dell’élite, alle donne lavoratrici, alle donne schiave, e alla relazione tra status e ‘gender’. Si tanno facendo alcuni tentativi per scoprire come le le donne antiche vedessero se stesse, piuttosto che fermarsi a come gli uomini vedessero le donne. Le fonti antiche suggeriscono che le donne semplicemente riproducessero i valori della loro cultura. I Detti delle donne spartane di Plutarco consistono di dichiarazioni sul ruolo tradizionale delle donne come madri e affermazioni dei valori spartani (‘Torna a casa con il tuo scudo oppure sopra di esso’). Le donne romane erano rappresentate come le guardiane della cultura e della moralità tradizionale romana; per esempio, Lucrezia, il modello di castità, e Veturia, la madre di Marcio Coriolano.

8.2 Donne scrittrici a Roma. Di fronte al silenzio quasi totale delle donne nelle letterature classiche, le studiose femministe si sono sforzate di mettere il più possibile sotto pressione quel ‘quasi’. Tra le antologie di testi dedicate soprattutto alle donne antiche in quanto scrittrici, ricordiamo Jane MacIntosh Snyder, The Woman and the Lyre: Women Writers in Classical Greece and Rome, Southern Illinois University Press, Carbondale, Ill. 1989, e il già citato (sopra, § 2.8) libro di Mary Lefkowitz e M. B. Fant, Women in Greece and Rome, Toronto-Sarasota 1977. Ora c’è anche Emily Ann Hemelrijk, Matrona Docta: Educated Women in the Roman Elite from Cornelia to Julia Domna, Routledge, London-New York 1999, cap. 5 (scrittrici di poesia) e 6 (scrittrici di prosa).

Vedremo nella prossima Unità la più importante poetessa romana, Sulpicia. Qui passiamo velocemente in rassegna qualche altra donna romana che sappiamo avere praticato la scrittura letteraria.

(1) Cornelia. Di Cornelia, la figlia di Scipione Africano e madre dei Gracchi, sappiamo che scrisse lettere: Cicerone, Brutus 211 legimus epistulas Corneliae matris Gracchorum: apparet filios suos non tam in gremio educatos quam in sermone matris, ‘se leggiamo le lettere di Cornelia madre dei Gracchi, appare evidente che i suoi figli sono stati educati non tanto nel grembo quanto nell’idioma della madre’. Tra le opere di Cornelio Nepote (fr. 1 e 2) sono conservate alcune citazioni contenenti consigli di Cornelia al figlio Gaio dopo la morte di Tiberio; l’autenticità dei brani è discussa (Trad. ingl. a <http://www.stoa.org/diotima/anthology/cornelia.shtml>.)

(2) Hortensia e le oratrici romane. L’argomento è trattato da J. P. Hallett, ‘Women as Same and Other in Classical Roman Elite’, Helios 16 (1989) 59-78. Valerio Massimo dedica una discussione alle donne oratrici a Roma (8.3.1-3). La sua trattazione inizia con una metafora sartoriale: le tre oratrici di cui Valerio si propone di parlare non furono, a suo avviso, trattenute né dal loro sesso né dalla ‘modestia della stola’ (verecundia stolae) dal sostenere le loro arringhe in foro et iudiciis. (Nelle opere romane che trattano della condotta delle donne nella sfera pubblica, l’appropriatezza nel parlare è spesso appaiata all’appropriatezza nel vestire.) Ma sebbene Valerio sia molto ambivalente riguardo a tali incursioni di donne nella sfera pubblica (come mostra Hallett), e sebbene dica cose particolarmente cattive riguardo a Gaia Afrania, egli nondimeno risevra grandi lodi per un discorso fatto da Hortensia, la figlia del giurista Quintus Hortensius. Il discorso di Hortensia, dice, non solo mostrava la felicità di linguaggio del padre (patris facundia, 8.3.3); esso lo riportava anche metaforicamente in vita: ‘Quintus Hortensius rivisse nuovamente nella sua discendenza femminile e ispirò le parole della figlia’ (revixit… muliebri stirpe Q. Hortensius verbisque filiae aspiravit, 8.3.3). Hallett osserva che il rispetto di Valerio per l’abilità oratoria di Hortensia ‘era inseparabile dalla sua stima per quella del suo padre scomparso’, e che il loro stretto legame di parentela contribuiva a ‘legittimare’ la sua partecipazione, potenzialmente trasgressiva, ad un’attività normalmente riservata agli uomini. Valerio Massimo ci spinge con forza a vedere Hortensia come un’estensione – o un analogo al femminile – di Hortensius, a vederla ‘come’ il suo padre famoso; per usare la terminologia di Hallett, questo passo rappresenta la donna come lo ‘Stesso’ (Same) del suo parente maschio. (È anche interessante che Valerio alluda solo di sfuggita all’occasione e al contenuto del discorso di Hortensia; è meno interessato a quanto ella avrebbe detto di quanto non lo sia al fenomeno della donna oratore.) Oppure, per riprendere la metafora sartoriale di Valerio, potremmo dire che egli rende il parlare in pubblico di Hortensia più rispettabile vestendola con il discorso, i verba e la facundia del padre. (Cf. anche Quintiliano 1.1.4-8.)

(3) Sempronia. Sempronia, della stessa gens dei Gracchi, viene ricorsta da Sallustio tra i partecipanti alla congiura di Catilina. A lei Sallustio dedica un ritratto in Catil. 25, che inizia con la definizione di Semprnia come ‘una che sovente era stata protagonista di azioni di un’audacia virile’. Tra le sue caratteristiche ‘scandalose’ c’è sia l’abitudine di prendere l’iniziativa nell’amore (lubido sic accensa ut saepius peteret quam peteretur) quanto la capacità di scrivere versi e sostenere una conversazione brillante: verum ingenium eius haud absurdum: posse versus facere, iocum movere, sermone uti vel modesto, vel molli, vel procaci; prorsus multae facetiae multusque lepos inerat.

(4) Cornificia. Ovidio in Tristia 2.436 menziona, assieme a Catullo, Calvo e Cinna, leve Cornifici… opus di contenuto erotico, e questo Cornificius va senz’altro identificato con l’amico dallo stesso nome cui Catullo (38) rimprovera di non confortarlo nel dolore, e a cui chiede un carme di consolazione. Questo poeta si può ragionevolmente identificare in Q. Cornificius, questore nel 48 a.C., anno in cui condusse una vittoriosa campagna per Cesare nell’Illyricum. Nel 46 a.C. andò in Oriente, probabilmente come governatore della Cilicia; ai tre anni successivi appartengono una serie di lettere di Cicerone a lui indirizzate (Fam. 12.17-30). Dopo la morte di Cesare, divenne proconsole in Africa Vetus, dove si oppose ad Antonio e difese il senato. Quando i triumviri nominarono un proconsole che lo sostituisse, egli venne ucciso a Utica nel 42 a.C., in seguito alla diserzione di parte delle sue truppe, come testimoniato da Girolamo, Chron. all’anno 41: Cornificius poeta a militibus desertus interiit. Lo stesso Girolamo attesta che anche la sorella di Cornificio era una poetessa, e che i suoi notevoli epigrammi si leggevano ancora alla sua epoca (fine IV-inizio V sec. d.C.): huius soror Cornificia, cuius insignia exstant epigrammata. In CIL VI 1300a ella compare come moglie di un Camerius, con ogni probabilità il Camerius che Catullo (55) cerca invano per tutta Roma.

(5) Perilla. Ancora Ovidio scrive un’elegia dall’esilio (Tristia 3.7) a una poetessa sua allieva, Perilla.

(6) Agrippina. Tacito (Ann. 4.53.3) e Plinio (NH 7.46) attestano che la figlia maggiore di Germanico e di Agrippina, nata nel 15 d.C. e uccisa dal figlio Nerone nel 59, avrebbe scritto delle memorie (commentariis Agrippinae, Tac.).

 

esercizi

1. Cosa sosteneva Bachofen riguardo agli sviluppi delle società primitive?

2. Come si possono sintetizzare i nuovi principi metodologici che ispirano il numero sulle donne della rivista Arethusa del 1973 e il libro di Sarah Pomeroy del 1975?

3. Quale filosofo francese ha esercitato il più grande influsso sugli studi relativi alla sessualità antica?

4. Cosa si intende con il neologismo ‘womanufacture’?

5. Oltre a Sulpicia, quali sono alcune donne romane di cui sappiamo che scrissero opere letterarie?

 

INDICE

1. Un sito web per iniziare: ‘Diotìma’.

2. Gli studi delle donne e l’antichità: una breve storia.

2.1 Gli studi sulle donne nell’Ottocento.

2.2 Le donne antiche come veicolo per il dibattito ideologico.

2.3 Bachofen e il matriarcato.

2.4 Lo studio delle donne antiche nell’Ottocento italiano.

2.5 Il convegno di Buffalo (1973).

2.6 Pomeroy (1975).

2.7 I nuovi principi metodologici di Arethusa (1973) e di Pomeroy.

2.8 Altre raccolte di saggi sulle donne antiche.

2.9 Dalla vita delle donne alla concettualizzazione della ‘donna’ antica: prospettive psicoanalitiche.

2.10 L’influsso dello strutturalismo.

2.11 Come dev’essere uno studio classicista femminista secondo Barbara McManus.

3. Lo studio della sessualità nel mondo classico.

3.1 Gli studi sulla sessualità antica tra Otto e Novecento.

3.2 Gli anni Settanta e Ottanta.

3.3 L’influsso di Foucault.

3.4 Il dibattito attuale sulla sessualità antica.

3.5 Lo studio delle donne e della sessualità antica in Italia.

4. Tendenze varie degli studi classicisti di genere.

4.1 Costruzioni della mascolinità.

4.2 Filosofia antica e genere sessuale.

4.3 Cyberfemminismo e classics.

4.4 ‘Queer theory’ e letterature classiche.

4.5 Il ‘personal criticism’.

6. Gli studi sul ‘corpo’.

6.1 Generi e corpi dell’antichità classica.

6.2 Montserrat (1998).

6.3 Wyke (1999).

6.4 Il corpo della donna nel pensiero medico antico.

7. ‘Feminist critique’: la donna scritta dall’uomo.

7.1 La donna scritta: l’elegia.

7.2 ‘Womanufacture’: il caso di Ovidio.

7.3 La rappresentazione pornografica nelle letterature classiche.

8. Donne scrittrici: i limiti della ginocritica negli studi classici.

8.1 La marginalità delle donne antiche.

8.2 Donne scrittrici a Roma.

Esercizi

Indice