La ragione lontana*
Internet, razionalità enciclopedica e razionalità telematica

di P. Quintili
Università di Roma " Tor Vergata "

 

1. L'assenza degli uomini. La màthesis a distanza e il contesto soggettivo

Ecco di seguito alcune riflessioni ispirate, da un lato, alla Saggezza antica – vedremo in che senso – e dall'altro alla pratica quotidiana con il nuovo mezzo rappresentato dal testo digitalizzato, su supporto informatico. Il dibattito sul senso della rivoluzione informatica e di questa trasformazione telematica delle nostre pratiche di ricerca sui e nei grandi testi – segnatamente l'Encyclopédie (1751-1772) di Diderot e d'Alembert, ma anche altri testi paralleli, di Diderot et al. – è importante, sotto molti aspetti. Innanzitutto, la discussione ci mette di fronte ad una duplice prospettiva d'approccio ai testi informatizzati:

a/ su Internet, sotto forma di basi di dati (DB) consultabili a distanza, nella rete (web); oppure

b/ come degli e-books (" libri elettronici "), un termine inglese entrato in uso grazie all'affinamento delle pratiche di implementazione/traduzione di testi sotto forma di files elettronici o di ipertesti, più o meno plastici e "malleabili", finalizzati all' utilizzazione individuale.

Vorrei subito notare che la pratica della consultazione di una base di dati testuale a distanza, su Internet, racchiude delle potenzialità per la maggior parte ancora misconosciute e non interamente sfruttate, che superano di gran lunga l'efficacia del "libro elettronico" o dell'ipertesto su CD-ROM. In rapporto ad Internet, il CD resta un oggetto per lo più ludico, efficace per lo studio personale. La telematica permette oggi, invece, il dispiegamento di significati testuali – iper- e meta-testuali – solo qualche anno fa inimmaginabili e che vanno ben al di là delle potenzialità offerte dal CD-ROM.

In primo luogo la màthesis, ossia l'apprensione stessa del testo, muta quando passa di lontano, in una rete di comunicazione. Il testo e il risultato della sua apprensione non sono più gli stessi. Vediamo perché.

L'avverbio télé in greco vuole dire "lontano". Il verbo manthàno esprime l'atto dell'ap-prensione (il prendere per sé), prima fisico e concreto, poi mentale, di qualcosa. E' dunque, in astratto, l'apprendere e l'assimilare una (o più) conoscenze date. Di qui il sostantivo greco màthesis che indicherà il processo razionale di quantificazione e di sintesi dei dati, calcolabili e trasmissibili per l'apprendimento. D'altro canto, il verbo manthàno ha una lunga storia nella lingua greca (e vicine), a partire dalle origini concrete fino al significato astratto attuale, tipico delle lingue occidentali. Qui mi ispiro ad una ricerca condotta da uno studioso italiano che ha indagato nel dettaglio le origini e lo sviluppo dei verbi greci di conoscenza (1).

Al principio della sua storia manthàno e la màthesis occidentale – che presero corpo nella cultura greca antica e nella sua lingua –, erano verbi connotati da una totale assenza di lavoro e di fatica (2). All'epoca di Omero e dei poemi omerici, in una società in cui lo "spirito", la verità, la conoscenza erano un affare di thymòs, di "orgoglio" della stirpe (di coraggio di fronte al pericolo della morte in battaglia) e di ghénos , appunto (il "lignaggio"), l'apprendimento di pratiche/conoscenze trasmesse di padre in figlio è un patrimonio dell'abitudine . E' l'abitudine legata ad un lignaggio, di un clan o gruppo di clan al potere. Siamo all'epoca della cultura dell'éis basilèus, l'antica civiltà dei Re Greci, che presto lascerà il posto a nuove forme di amministrazione collettiva del potere. Dapprima, schematizzando, l'oligarchia; infine la democrazia nell'Atene di Pericle del V secolo a.C. subentreranno alla civiltà dei Re. E' un processo di lenta, progressiva laicizzazione della cultura per mezzo del quale la "cosa" da apprendere, il contenuto di verità di manthàno, perde la propria caratteristica di auto-evidenza, attraverso quella che M. Detienne ha chiamato lo sviluppo di una "civiltà della colpa" e della scrittura (3).

L'Occidente democratico sviluppa un nuovo senso di colpevolezza, ossia di responsabilità legata alle azioni pubbliche degli uomini. Nel nuovo mondo della democrazia ateniese, sotto Pericle, i rapporti di scambio, l'affermazione di una borghesia commerciale forte e di un "Illuminismo" sofistico capace di sottomettere ogni aspetto dell'esistente al dominio del lògos (il "discorso razionale"), generano una prima scissione soggetto/oggetto, verità/apparenza. Il soggetto inizia a sentire quando non la responsabilità morale delle proprie azioni, quanto meno il peso intersoggettivo dell'agire in generale. E' il momento della nascita della "coscienza" occidentale, dove si scava l'abisso tra il soggetto e l'oggetto; ovverosia, la Dike, la giustizia, diventa il valore contrario al non-valore, l'a-dikìa, l'ingiustizia. La verità, l'alètheia (alla lettera il "non nascondimento") nasce come un processo di conquista ( 4), dal confronto/conflitto dei lògoi (discorsi) tra le diverse classi sociali all'interno della polis, la città stato nascente. Inizia qui la "ricerca delle verità" nascoste dietro le apparenze – o dietro lo stesso apparire – delle cose: a-lètheia, "ciò che non è nascosto". E' una ricerca dei principi (aìtia) che sottendono le procedure pratiche: il commercio, delle merci e delle idee, l'industria della pòlis , la lotta politica democratica.

Manthàno diventa a questo punto un vero e proprio verbo di conoscenza che inizia ad implicare una connotazione di fatica, guadagnando un grado di astrazione superiore. Il suo significato si sviluppa in due direzioni, affrancandosi dal senso puramente concreto e relativo al comportamento:

1/ un valore pratico-imitativo: è necessario dello sforzo per apprendere imitando;

2/ un valore pratico-esperienziale: è necessario apprendere con l'esperienza (5).

L'aspetto divenuto ora comune è il connotato di fatica e di sforzo che vi si lega e marca, lo ricordiamo, la decisiva laicizzazione (democratizzazione) del concetto di manthàno. I due valori, di sforzo e di fatica legati al lavoro, si sono sviluppati, raffinati, più tardi, nell'età del passaggio alla civiltà cristiana, durante il Medio Evo, accrescendo e appesantendo gli aspetti di colpevolezza e responsabilità morale già in buona misura presenti nella coscienza della Grecia classica (V secolo a.C;). In compenso, l'invenzione della stampa, nel secolo XV, segna una nuova importante svolta, in quanto ha contribuito al recedere, in certo senso, verso una concezione neo-pagana, anche aristocratica e nobile, dell'apprendere nel senso di un alleggerire il peso del lavoro e della responsabilità propria dello studio , in virtù della facilità della riproduzione e della comunicazione dei testi con il nuovo mezzo. La stampa faceva economia del processo, fino ad allora essenziale, della riscrittura (i copisti).

All'inizio della sua storia, è ben noto, l'invenzione della stampa ha reso più agevole la diffusione e la gestione pratica delle conoscenze, in un senso piuttosto democratico (in potenza), ma spesso aristocratico (di fatto) : solo chi possedeva i mezzi per stampare e diffondere le proprie opere poteva trovare ascolto e potere di ascolto (vedi l'opera di Lutero e la diffusione della Riforma anche grazie alla stampa, invenzione tedesca). Nuove elites intellettuali e politiche si formarono e vennero dunque favorite nella loro ascesa dall'avvento della stampa.

Oggi, – e facciamo così un salto di oltre quattro secoli, la "telematica" aggiunge un nuovo tassello all'edificio semantico-politico di questa lunga e ricca storia delle declinazioni di manthàno , l'apprendimento concettuale per mezzo di strumenti. Leggo nel Vocabolario della lingua italiana "Zingarelli" (ed. 1994): "Telematica [comp. Di tele- e (infor)matica], s.f. Insieme delle applicazioni derivate dall'integrazione delle tecnologie informatiche con quelle delle telecomunicazioni basate sullo scambio di dati o sull'accesso ad archivi attraverso la rete telefonica o apposite reti" (p.1872). Notiamo di passaggio che nel 1994 il Vocabolario menziona per la prima volta il "modem", l'apparecchio che consente la connessione in rete, e "Internet" tra le nuove voci. Il Petit Robert, (ed. 1997), analogo francese dello Zingarelli, afferma : "télématique [telematik] n. f. et adj.• 1977; de 1. télé- et (infor)matique. Ensemble des techniques et des services qui combine les moyens de l'informatique avec ceux des télécommunications. / téléinformatique. — Adj. Services télématiques (ex. alphapage, eurosignal, minitel, pager, cartes de crédit, etc.)".

In questo contesto – l'informatica applicata alle tecniche della comunicazione in rete –,la storia della "cosa" da apprendere viene innanzitutto segnata dall'avvento della telematica e muta di sostanza. Quella cosa della conoscenza che si può sempre quantificare e misurare in un rapporto intersoggettivo diretto, –un sapere astratto, un modo della prassi, un know how ecc. – si mostra in maniera diversa ai nostri occhi, nel senso che anche l'ultimo residuo di carattere concreto che, malgrado tutto i termini derivati dal verbo manthàno nelle nostre lingue pur conservavano, è definitivamente tramontato. La presenza degli uomini, a partire dal momento in cui una conoscenza viene digitalizzata, anch'essa svanisce. Resta, senza parola, l'esistenza di un luogo virtuale di comunicazione, di scambio e d'interazione, privo di un'identità antropologica univoca. Nel nostro caso, l'oggetto-testo si trasforma in sito-testo elettronico utilizzabile e distanza da molti utenti. Qual è la prima "cosa" legata alle parole ad essersi trasformata ? E' innanzitutto l'atto intersoggettivo di comprensione, l'azione di rapportarsi ad un altro soggetto direttamente, con lo sguardo (di sartriana memoria!), spesso unito alle parole in modo silenzioso. La parola è accompagnata dallo sguardo di un interlocutore ed è l'ombra di un atto da cui s'è astratta l'efficacia. La pratica quotidiana con il mezzo telematico ci mette spesso sotto gli occhi dati, conoscenze, saperi, con i vantaggi, gli svantaggi e i limiti della comprensione a distanza senza uomini e, soprattutto, senza sguardi. Questo è un dato d'indubbio rilievo dal punto di vista antropologico. Nel mondo telematico c'è un bisogno di esaustività, legato alla natura digitale della conoscenza resa "numerizzabile", di fronte tuttavia ai limiti fisici del materiale di supporto, la presenza fisica del testo cambia – cambia, è noto, il supporto che aveva accompagnato il testo per secoli : la carta –– ed esso sembra talora sfuggirci. La presenza della cosa sotto forma telematica crea anche un contesto oggettivo nuovo.

La telematica accentua e radicalizza quel processo di allegerimento in senso laico, di semplificazione e di democratizzazione tanto delle procedure dell'apprendimento quanto dei contenuti da apprendere, suscitando nuove inevitabili aporie. L'ideale limite della màthesis che utilizza le reti di comunicazione sarebbe un apprendimento, come si sente spesso dire, "in tempo reale": ossia esaustivo, rapido e, soprattutto facile nel senso di ottenibile col minimo sforzo sia per disporre dei dati elementari su cui lavorare, sia per approntare i materiali finali da apprendere. Non c'è bisogno che mi soffermi a lungo sul carattere insieme illusorio e troppo spesso ideologico di questa speranza. La storia appena tracciata lo insegna: senza sforzo, senza fatica e lavoro nel senso laico dei termini di cui parlavo poco sopra, niente valore delle conoscenze, né verità nell'apprendimento di qualcosa. Qualcosa di appreso di fretta, in tempo reale, col minimo sforzo non vale nulla ed è falso nella sostanza. Allora, quali sarebbero le potenzialità misconosciute e non utilizzate della rete Internet che superano l'efficacia del libro elettronico, e che si possono riscontrare ad esempio in una base di dati come quelle dell'Università di Chicago o dell'INALF, che hanno messo a disposizione della comunità degli studiosi in rete l'intera Encyclopédie (6)?

Dapprima, si è detto, c'è l'assenza degli uomini che è strutturale al mezzo di comunicazione, assenza fisica dei veri utilizzatori che sono nondimeno on line, sulla rete e possono consultare insieme (in quale momento non si può determinare) quello stesso testo e con i quali sono virtualmente in continuo dialogo. Quest'assenza strutturale, piena di spirito, genera un contesto soggettivo nuovo, dinanzi al testo: in rete viene a crearsi un con-testo plurale particolare, libero tanto in rapporto alla lettura solitaria quanto in rapporto ad una lettura collettiva in presenza, a due o più persone, ad es. sul modello settecentesco del Salotto. E' un evento prima impensabile. Faccio un esempio: se dovessi leggere l'articolo Encyclopédie sul supporto cartaceo, sul libro, hic et nunc, accanto al nostro amico Pierre Chartier [Presidente della Société Diderot], le mie riflessioni, osservazioni, notazioni pubbliche su questo testo senza dubbio non sarebbero le stesse nel caso in cui Pierre fosse assente. Io sono meno libero di esprimermi accanto a lui, presente fisicamente. Lui mi condiziona, mi piace,mi spaventa ecc. Al contrario, se sono solo, certo, produco liberamente le mie riflessioni che possono più tardi diventare oggetto di pubblico dibattito, come qui al nostro convegno, ma esse mancano ancora di uno spessore intersoggettivo proprio e, spesso, della finezza dovuta al confronto con un interlocutore in carne e ossa. Fino a ieri dunque aut aut, o la lettura solitaria, individuale, oppure l'altra, la lettura collettiva simultanea, di cui troviamo esempi celebri nell'età dei Lumi : i Salons, le riunioni letterarie delle Grandes Dames, Mme de Géoffrin, Mlle de L'Espinasse ecc.

Oggi, grazie all'INALF (Institut National de la Langue Française ) e ai colleghi di Chicago, se ad esempio Pierre Chartier è là, sulla rete intento a consultare quel testo e a produrne un commento, con una lettura silenziosa ma che potrebbe essere letta da altri utenti della stessa rete, io o altri qui presenti, potremmo entrare in contatto produttivo con le sue riflessioni che verrebbero ad arricchire le nostre e a completarle in quello spazio virtuale del sito web. Ciò in maniera estremamente rapida. Pierre lascia la sua traccia, noi potremmo raccoglierla, farla germogliare altrove, nella stessa rete enciclopedica. La "ragione lontana" delle sue riflessioni, attraverso l'inter-testo telematico che possiamo così creare collettivamente, diventa una ragione plurale e più produttiva.

E vengo qui alla mia prima conclusione che ha di mira il miglioramento di questo magnifico strumento telematico. Bisogna creare dei Forum , degli spazi virtuali sulla rete in cui si possano mettere in rapporto i diversi punti di vista gettati sul testo? e in cui i diversi lettori e letture possano lasciare le loro tracce visibili, consultabili a distanza (7). Bisogna dunque lasciare spazio, all'interno della stessa rete (ciò è tecnicamente fattibile), per la fatica, il lavoro, gli sforzi e i desideri dell'intelligenza collettiva che vi opera, se non vogliamo ritornare alla barbarie di una pretesa aristocrazia tecnocratica, priva di desiderio, di valori, di contatto intersoggettivo tra le donne e gli uomini che leggono, da lontano, da ogni parte della Terra, l'antica e nuova Encyclopédie.

 

2. L'efficacia dell'inter-testo. La nuova razionalità telematica

Una parola, infine, sui cambiamenti di statuto che investono la stessa razionalità testuale: nello specifico, il rapporto tra la razionalità enciclopedica –  tradizionale, quella propria anche, in fin dei conti, del CD-ROM di Redon (8) – e questa nuova razionalità telematica che investe l'opera letteraria (di Diderot come di altri) nella sua stessa sostanza. La metafora/modello della razionalità enciclopedica classica è quella dell' albero. Metafora antica che trova in Diderot una nuova forma e nuova vita. La sua caratteristica logica principale è quella della filiazione e della circolarità gerarchica dei saperi e dei loro contenuti, secondo il movimento organico di distribuzione della linfa. Ci sono delle radici, un tronco, dei rami, delle foglie ecc. Le conoscenze vi circolano dentro e attraverso una rete di relazioni causalli, in un rapporto più o meno stabilito, fisso, tra di esse, dall'alto in basso e viceversa.

Nella nuova versione telematica, l'Encyclopédie può adattarsi a far proprio un nuovo modello/metafora, centrato stavolta sui soggetti, sui fruitori, in un modello che definirò, nei termini di Gilles Deleuze, del rizoma : "disposizione macchinale di automi/lettori finiti". Secondo Deleuze, i soggetti sono machines à désir , delle macchine desideranti che s'indirizzano ai testi seguendo dei precisi tracciati pulsionali d'interesse. Nel caso, l'Encyclopédie , in quanto testo telematico molteplicemente avvicinabile da prospettive desideranti diverse, diventa un multiversum (M. Bachtin), opera multilaterale fatta di tante facce soggettive i cui i diversi lati dell'oggetto/testo sono dati appunto dai diversi sguardi apprensivi-desideranti che vi si gettano nello stesso tempo, in tempo reale. Il testo è costantemente inframmezzato da altri testi, o inter-testi che vi si sovrappongono e si sviluppano con esso, arricchendolo. La gerarchia dell'albero dunque si orizzontalizza , la catena delle conoscenze, informatizzata, segue stavolta la metafora del giardino, del prato, dell'erba e delle radici viventi (rizoma), poste su uno stesso piano o su più piani che si sovrappongono (9). Leggiamo la pagina di Deleuze in Mille Plateaux :

  Trattando l'inconscio come un sistema a-centrato, cioè come una rete macchinale di automi finiti (rizoma), la schizo-analisi raggiunge un tutt'altro stato dell'inconscio. Le stesse osservazioni valgono in linguistica; Rosenstiehl e Petitot considerano, a giusto titolo, la possibilità di "un'organizzazione acentrata di una società di parole". Per gli enunciati come per i desideri, la questione non è mai quella di ridurre l'inconscio, d'interpretarlo, né di farlo significare come un albero. La questione è di produrre dell'inconscio e, con esso, dei nuovi enunciati, nuovi desideri : il rizoma è questa stessa produzione d'inconscio (...) il rizoma è una liberazione della sessualità non soltanto in rapporto alla riproduzione ma in rapporto alla genitalità. In noi, l'albero si è piantato nei corpi, ha irrigidito e stratificato gli stessi sessi. Noi abbiamo perduto il rizoma o l'erba (...). Un rizoma non inizia e non finisce, è sempre in mezzo, a metà strada fra le cose, inter-essere, intermezzo [in italiano nel testo]. L'albero è filiazione, ma il rizoma è alleanza, unicamente alleanza, affinità. L'albero impone il verbo "essere", ma il rizoma ha come tessuto la congiunzione "e...e...e...". In questa congiunzione c'è abbastanza forza da scuotere e sradicare il verbo essere. Dove andate? Donde partite? Dove volete arrivare? Sono questioni senz'altro inutili (10).

Questa pagina descrive a meraviglia ciò che potrebbe diventare la nuova Encyclopédie nella sua versione telematica: un rizoma testuale (11). Coloro che gestiscono informaticamente il sito/rete (Univ. Di Chicago, INALF) dovrebbero rendere il più trasparente possibile la struttura potenziale di produzione di desideri interna al testo, affinché l'Encyclopédie continui ad essere quello che è sempre stata: una "macchina da guerra" (F. Venturi) produttrice di valori antagonisti, contro il dominio delle idee ricevute, delle false apparenze culturali, degli inganni ideologici della cultura asservita al potere; un'agorà, una piazza politica in cui le donne e gli uomini possano trovare, con le parole del poeta, "una maglia rotta nella rete che ci stringe"(12), e produrre così, liberamente, del nuovo, e nuovi desideri...

 

3. La presenza delle cose. Il contesto oggettivo

Un'ultima parola ancora merita la questione dell'e-book e il CD-ROM di Redon (13). Sono convinto che la strada del libro elettronico, l'ipertesto stabilito e fissato su CD-ROM (o altro supporto hardware), è senza uscita, non porterà verosimilmente a nulla di nuovo, a causa della rigidezza d'uso e della fissità di contenuto. Va da sé, ripetiamolo, che un CD-ROM è un oggetto utile in quanto strumento di ricerca individuale, ma non fornisce nulla di più di quanto disponiamo già in rete per la ricerca collettiva . In più, gli ipertesti elettronici su CD-ROM sono senz'altro un buon affare commerciale, ma impoveriscono o rischiano d'impoverire, se isolati, la vera rete di relazioni mentali che un buon lettore deve apprendere — si è parlato, non a caso, di manthàno – a costruire da sé sul libro di carta, durante la sua lettura personale. Questo va detto forte e chiaro. Gli ipertesti non sostituiscono né soppiantano i testi cartacei, ne sono solo un'estensione logico-funzionale.

Non bisognava inventare il computer e i CD-ROM per sapere che ogni lettura, ogni buona lettura è in sé ipertestuale e che i significati nascosti di un testo emergono in maniera tanto più limpida quanto più il lettore è in grado di metterli in relazione pertinente con quelli di altri testi. Da sempre, ogni testo è stato dunque virtualmente un ipertesto. Erano le competenze del lettore, la qualità della sua enciclopedia personale ad istituire le giuste relazioni "ipertestuali", realizzando nell'esperienza cognitiva singola, quello che, in nuce, era contenuto nel testo cartaceo. La differenza sta ora nella maniera di esserci e di porsi della cosa. All'assenza vivente degli uomini, sulla rete, propria della lettura telematica, fa pendant la presenza ossessiva della cosa nell'ipertesto informatizzato su CD-ROM, il quale offre (o pretende di offrire) tutte le relazioni mentali possibili come dei "dati" già fatti, già confezionati dall'autore del CD-ROM stesso e contenuti virtualmente nel nuovo oggetto-testo. Fino a ieri l'ipertestualità era un evento mentale, una relazione testuale semplice che si realizzava nell'atto puntuale della lettura, nell'ordine delle associazioni del singolo lettore. Oggi, invece, diventa possibile rendere evidente questa ipertestualità nell'oggetto-testo stesso, renderla cioè un evento oggettivo, segnalando i collegamenti (links) con altri sensi o parti di testo, come si sa, attraverso i marcatori del linguaggio web HTML (HyperText Markup Language), marcatori che segnalano visivamente, in blu chiaro sottolineato nel testo il link , la presenza di questo o quel nesso testuale, delle relazioni tra testo e testo. Sono cose ormai note.

Tuttavia, è questione di rapidità, di facilità d'istituzione di nessi e, cosa più importante, è questione di autonomia di giudizio in colui che stabilisce (e usa) i nessi stessi, un giudizio che perde forza nel momento in cui, in un CD-ROM non si può modificare nulla dell'architettura semantico-concettuale che lo caratterizza, non si possono cioè toccare o aggiungere altri collegamenti oltre quelli già marcati nel supporto: per definizione il CD è Read Only Memory, "a memoria di sola lettura". Con l'aiuto di un buon informatico e con un apparecchio di masterizzazione per CD-ROM, modificando il prodotto di partenza, si potrebbero creare dei CD-ROM personalizzati e "plastici", da copiare e diffondere come materiale di lavoro. Ma le leggi attuali sui diritti d'autore condannerebbero questo genere di operazioni come improprie o illegittime. Se ad esempio modificassi i links del CD-ROM dell'Encyclopédie dell'editore Redon e, una volta trasformato, passassi il nuovo prodotto ad altri ricercatori, anche senza alcun fine lucrativo, Redon mi denuncerebbe – attualmente con pieno diritto –, per violazione della legge sul copyright.

A voi dunque, cari colleghi e amici, a noi in ultima istanza, il compito di giudicare quale via scegliere per la ricerca sui testi informatizzati, – con l'aiuto anche della Bibliografia critica essenziale di seguito proposta – , quale via scegliere anche per l'avvenire dell'Encyclopédie telematica.

* * * 

N O T E

 * Versione italiana del testo pubblicato negli atti del Convegno Internazionale della Société Diderot : «L'Encyclopédie en ses nouveaux atours électroniques: vices et vertus du virtuel» (Université de Paris VII, 17-18 novembre 2000), dal titolo: La raison lointaine. Internet, rationalité encyclopédique et rationalité télématique, in "Recherches sur Diderot et sur l' Encyclopédie", n° 31-32, aprile 2002.


(1) Cfr. F. Stella, Origine e sviluppo di Manqßnw (apprendere). Orizzonte pratico e conoscenza mitica, in «I Problemi della Pedagogia», n° 1-2, Milano, gennaio-aprile 1994.

(2) Ibidem, p. 10-11 :  « La prima espressione s'incontra nel celebre dialogo tra Ettore e Andromaca. Alla moglie che lo esorta a non esporsi a rischi mortali e a concentrare gli sforzi bellici in un punto strategico della cinta muraria, Ettore risponde: "Mi vergognerei davanti agli uomini e alle donne di Troia se mi tenessi lontano dalla lotta come persona molle. Anche il mio qum'j esige che io non ne sia fuori": ùpeã mßqon †mmenai ùsqlÿj aÄeã kaã prÎtoisi met™ TrÎessi mßcesqai / ¶rn›menoj patrÿj te mûga klûoj æd' ùmÿn a‹to„ ("Poiché da sempre appresi ad esser valente e a combattere in prima fila tra i Troiani in difesa della gloria di mio padre e della mia") (...) tali elementi suggeriscono di inquadrare senz'altro il significato omerico di manqßnw nell'orizzonte della morale eroica e, in particolare, della concezione della virtù. L' ¶retø è, nel paradigma omerico, patrimonio dell' ¶gaq'j e non deriva da alcun esercizio ».

(3) Ibidem, p. 13.

(4) Vedi il mio saggio: De la vérité comme adæquatio à la vérité comme processus dans la philosophie de Diderot, in «Recherches sur Diderot et sur l' Encyclopédie», n°30, avril 2001.

(5) Cfr. F. Stella, art. cit., p. 15.

(6) Cfr. http://humanities.uchicago.edu/ARTFL/projects/encyc/ o http://encyclopedie.inalf.fr/ , a cura di Z. Tucsnak.

(7) A titolo d'esempio vedi il forum diretto da F. Stella, www.quaestio.net : UserId : paolo.quintili ; password : diderot ; domain : quaestio.net.

(8) L'Encyclopédie de Diderot et d'Alembert sur CD-ROM, Marsanne, Éditeur Redon, 2000.

(9) Vedi l'intervento di G. Blanchard e M. Olsen: il sistema dei rinvii nell'Encyclopédie diventa il disegno di «une cartographie de la structure des connaissances au XVIII e siècle (à partir de l'ARTFL)».

(10) Gilles Deleuze, Mille Plateaux. Capitalisme et schizophrénie 2, Éd. de Minuit, Paris, 1980, p. 27-28 e 36. E notevole l'affinità esistente tra la fine di questo passaggio e l'inizio di Jacques il fatalista e il suo padrone, con la sua morale materialista e a-finalista, cfr. ed. it. a cura di A. Calzolari, Milano, Mondadori, 1995, p. 3 :  «Come s'erano incontrati? Per caso, come tutti. Come si chiamavano? E che ve ne importa? Donde venivano? Dal luogo più vicino. Dove andavano? Si sa forse dove si va?...».

(11) Cfr. i diversi significati del termine: 1/ "Rhizoma" da rhizias,ae: s. m., succo della radice del laserpitium, Plinio. Rhizotomumena, orum, n., 'trattato delle radici (tagliate), cioè dei medicamenti che se ne ricavano , Plinio (cfr. Ferruccio Calonghi, Dizionario della lingua latina, 3 e éd. Torino, 1955, p. 2046). 2/ "Rhizome": n.m. - 1817; du gr. rhizoma "ce qui est enraciné" bot. Tige souterraine des plantes vivaces qui porte des racines adventives et des tiges feuillées aériennes. Rhizome d'iris. - la métaphore du rhizome en philosophie (Deleuze et Guattari). "Rhizoïde" n.m. - 1897; de rhiz(o)- et -oïde. bot. Filament à rôle fixateur et parfois absorbant, des algues, mousses, lichens et fougères. (Le nouveau Petit Robert de la langue française, Paris, éd. 1996, p. 1982).

(12) E. Montale, Tutte le poesie, ed. G. Zampa, Milano, Mondadori, 1984, « In limine », p. 7 : « Si compongono qui le storie, gli atti / scancellati pel giuoco del futuro./ Cerca una maglia rotta nella rete / che ci stringe, tu balza fuori, fuggi ! / Va, per te l'ho pregato, - ora la sete / mi sarà lieve, meno acre la ruggine... ».

(13) Esiste una differenza strutturale tra l'e-book (su supporto dedicato: il lettore hardware) e l'ipertesto (su CD-ROM) in quanto oggetti-testi, ma la loro maniera di utilizzazione, dal lato soggettivo e sociale, è analoga [vedi Bibliografia ].

 

 

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