Lezione del 12 gennaio 2002
Lordinamento della volontà come fattore dellesperienza libera.
- Il riferimento principale di M. nel saggio sul ménager sa volonté, "Del governare la propria volontà" (il verbo francese ménager del titolo indica lopera di "messa in ordine" e "pulizia" del volere), è di nuovo Seneca, segnatamente il Seneca del De brevitate vitæ (liberamente tradotto da Abate Scaffidi: "Come vivere a lungo"). Il primo bersaglio della riflessione di M. sono gli "affaccendati" gli occupatores senechiani , coloro che sono presi, in tutta la loro persona, con tutte le loro forze, nelle occupazioni, negli incarichi, nelle "qualità", ovvero nei diversi ruoli sociali che si attaccano loro addosso come un abito che non è loro possibile dismettere. Generando infelicità e illibertà.
- M. parla, al suo riguardo, di un "privilegio dellinsensibilità", di guardare alle cose sine ira et studio, come più tardi anche Diderot parlerà della virtù delluomo di genio come di un capire, comprendere le passioni e le emozioni, nei minimi dettagli, senza a sua volta sentirle (virtù suprema del grande attore). Si tratta di una piegatura spinoziana del pensiero di Diderot la cui attuazione non sarà tuttavia mai completa : non ridere, non lugere, neque detestari
sed intelligere (Ethica more geometrico demonstrata).
- Il richiamo alla dicotomia pagana classica otium-negotium va nella direzione di un rinnovato scoprire le "virtù" di unanimo che si pone come compito la liberazione dalla condanna espressa nel senechiano In negotiis sunt negotii causa: "Essi cercano unoccupazione solo per occuparsi" (1339). La chiave di volta consiste in una disciplina del sé che non contempli il "dare in affitto" la propria anima. Non stare tutti interi, con tutta la volontà, in ununica occupazione, applicando le proprie forze in un unico oggetto della volontà, bensì dividersi, scindersi in più occhi sul mondo, più attitudini possibili e impiegare solo una parte di sé nellopera, senza perciò impegnarsi con minore attenzione nella cosa. Limpegno procede con maggiore alacrità quando si tratta di compiti positivi, in caso contrario, è necessaria la massima divisione possibile: "Tanti sono i brutti frangenti che per maggior sicurezza, bisogna passare questa vita terrena con un po di leggerezza e superficialità. Bisogna scivolarvi, non immergervisi. La voluttà stessa è dolorosa nel suo profondo" (1340). Questultima considerazione fa ovviamente pensare a Epicuro e Lucrezio che esorta a fuggire i pericoli di un Eros "totalitario".
- Vedi al proposito la lezione di J. Salem del 19 gennaio 2002:
http://www.uniroma2.it/didattica/didattica02/deposito/Lezione13salem1.html
- Montaigne, allo scopo di indicare una sorta di "canonica" della volontà, fa riferimento ai modelli stoici delletica antica. Questi distinguevano tra
a) le cose che dipendono da noi (tà efémin), sulle quali lanima può applicare legittimamente le proprie forze;
b) le cose che non dipendono da noi (tà ouk efémin), che lanima deve evitare di prendere a oggetto della propria attività volitiva.
- In tal senso va inteso il richiamo alla "natura" di p. 1346. Obbedire alla legge di natura significa imparare a distinguere i due generi di "cose" che riguardano lanima:
"Noi ostacoliamo, insomma, la presa e la stretta dellanima dandole tante cose da afferrare. Alcune bisogna solo presentargliele, ad altre farla aderire , altre incorporarle in essa. Essa può vedere e sentire tutte le cose, ma non deve pascersi che di sé, e deve essere istruita di ciò che la riguarda in particolare, e che fa propriamente parte del suo avere e della sua sostanza".
- M. pone infine la distinzione tra una "prima" (quella vista sopra) e una "seconda natura" che si acquisisce con labitudine (usage), "non meno potente. Quello che manca alla mia consuetudine ritengo che mi manchi. E preferirei quasi che mi fosse tolta la vita piuttosto che mi fosse ristretta e limitata di molto rispetto alla condizione in cui lho vissuta tanto a lungo". Il limite di legittimità di estensione della seconda natura, sta nella forza e sicurezza della prima.
- Poco oltre, M. lancia un altro tacito rinvio al Cicerone del De finibus, il quale aveva affermato : Mihi enim, qui nihil agit, esse omnino non videtur : "Mi pare infatti che colui che non agisce è come se non esistesse", a proposito di un concetto operativo dei cosiddetti valori di bene e male. La definizione del valore va fatta precedere dalla consistenza operativa dei singoli casi concreti in cui la saggezza deve operare "bene" o "male": "Non so che farmene del bene del quale non posso far più niente. A che serve la scienza a chi non ha più testa ? E ingiuria e sfavore della fortuna offrirci doni che ci riempiono dun giusto dispetto perché ci sono mancati al tempo dovuto. Non guidatemi più : non posso più andare. Di tante parti che ha la saggezza, la pazienza ci basta " (1348).
- La conclusione "operativa" di questa canonica stoico-epicurea della volontà va a concludere in un triplice ordine di atteggiamenti morali:
- Mitezza di costumi
- Forza di volontà
- Entusiasmo di ragione e di saggezza (1363-1368).
- Il riferimento implicito di Montaigne è ancora ai "torbidi" delle guerre religiose del suo tempo, e alle soggettività tronfie e vuote che costituiscono i caratteri dei fanatici e dei violenti:
"Non la cosa, ma lapparenza li appaga. Se non sentono rumore, sembra loro che si dorma. La mia indole è il contrario dunindole rumorosa. Fermerei certo una rivolta senza eccitarmi, e punirei un disordine senza scompormi. Ho bisogno di collera e di furore ? li prendo a prestito e me ne maschero. I miei costumi sono miti, piuttosto tranquilli che combattivi (
). Quando queste animucce nane e meschine vanno gonfiandosi e pensano di diffondere il loro nome per aver giudicato un affare secondo giustizia o regolato i turni delle guardie duna porta di città, mostrano il culo quanto più sperano di alzare la testa. Questo minuto agir bene non ha corpo né vita" (1364-1365).