Lezione dell8 febbraio 2002
La morale di Jacques. il Tartufo, lIngenuo e leterogenesi dei fini
Dopo lepisodio di Madame de la Pommeraye, il racconto filosofico si concentra sulla "dialettica servo-padrone", ossia sulla lite che interviene tra Jacques e il suo padrone, risolta da un contratto stipulato tra i due in presenza dellostessa eretta a giudice. Qui Diderot sancisce formalmente, per così dire, il senso dello spinozismo di Jacques, in vari "articoli" del contratto (p. 142-147). E una messa in scena comica che ridicolizza il preteso potere di comando del padrone sul servo, nel senso tradizionale : dopo i ripetuti attestati di "padronanza" di Jacques, della parola e della decisione, rispetto al padrone, il riconoscimento del loro rapporto servo-padrone non potrà non essere appunto che affare di "parola", ossia chiacchiera buffa e messa in scena, con la regia costruita dallostessa (personaggio umile) che giudica della verità del loro rapporto.
La stessa scrittura degli "articoli" del contratto di servitù è appannaggio di Jacques che se ne incarica (p. 146-147), sancendo la forma del rapporto in senso spinoziano : a legger bene nel "grande libro" della natura "sta scritto" che il padrone avrebbe avuto "il titolo" (essere maître) e Jacques "la cosa" (la padronanza).
Importante e brillante è la digressione finale sul rapporto donne-animali, uomini-animali, ogni uomo, anche il più umile, lultimo, vuole avere un "essere" cui comandare (il cane o altro
) che sancisce in chiave di ironica, la dissacrante critica, di nuovo, dei rapporti sociali di servitù (p. 148-149). Dirà Voltaire, vicino al Diderot di Jacques, nel 1762 : navoir ni maîtres ni serviteurs, voilà la vraie vie
, "non avere né padroni, né servitori, ecco la vera vita
".
Prima di passare alla storia del padre Hudson (Tartufo diderotiano), unaltra digressione metalessica consente a Diderot di dichiarare, a chiare lettere, lascendenza spinozista del pensiero e dellagire di Jacques. E qui che viene pronunciato, per la prima volta, il nome di Spinoza. La teoria della morale che Diderot enuncia è la stessa dellEthica more geometrico demonstrata, della Lettera a Landois e del dialogo del Proselito che risponde da sé : "Jacques non conosceva né il nome del vizio né il nome della virtù ; sosteneva che si nasce felicemente o infelicemente. Quando udiva pronunciare le parole ricompensa o castigo, alzava le spalle. Secondo lui, la ricompensa era lincoraggiamento dei buoni, il castigo lo spavento dei cattivi. E che altro possono essere, diceva, se non cè libertà e se il nostro destino sta scritto lassù ? Pensava che un uomo sincammina verso la gloria o verso lignominia altrettanto necessariamente quanto una palla che avesse coscienza di sé è costretta a discendere lungo il pendio di una montagna " (p.150). il riferimento taciuto, per questesempio della palla che cade, è lepistolario di Spinoza (nota 132 di Calzolari).
La morale determinista diderotiana non va a sfociare in un amoralismo alla La Mettrie (altro autore materialista del Settecento, sotto molti aspetti vicino a Diderot) che afferma: non cè libertà, dunque il " male " e il " bene " non esistono ossia quelle azioni che gli uomini qualificano buone o malvagie sono egualmente lecite e gli uomini possono darsi al crimine o alla benevolenza con eguale legittimità. No. Jacques è un uomo buono. Tale bontà deriva dal fatto che, malgrado la coscienza della determinazione naturale cui ciascun uomo è sottoposto a fare il bene o il male, Jacques sa anche che ciascun uomo è anche modificabile, in meglio o in peggio, in virtù delle leggi : "Si comportava pressappoco come te e come me. Ringraziava chi gli faceva del bene perché fosse ancora suo benefattore ; si adirava contro luomo ingiusto, e quando gli si obiettava che, in tal modo, assomigliava al cane che morde la pietra che lha colpito : Ah, no ! diceva la pietra morsa dal cane non si corregge ; luomo ingiusto, grazie al bastone, si modifica. Spesso era incoerente come te e come me, e soggetto a dimenticarsi i propri principi
Buon uomo, del resto, franco, onesto, coraggioso, affezionato, fedele, molto testardo, chiacchierone ancor più, e afflitto come te e come me per aver cominciato la storia dei suoi amori senza quasi alcuna speranza di poterla finire" (p. 151). Limmagine della pietra che si modifica e si crede dotata di libertà è una libera interpretazione di Spinoza (Calzolari, note 132-133). Tenere ferma la definizione di "leggi" e "spirito delle leggi" secondo Montesquieu, ricordata nella scorsa lezione.
Jacques è dunque il modello delluomo buono, comune, presentato come " saggio " spinozista senza saperlo. E il "buon Jacques" delle pagine 142-143, che aprono alla lite col padrone: il nome Jacques era anche, sin dal secolo XIV, sinonimo di popolano animato da un vivo senso di giustizia, in rivolta contro i nobili oppressori da cui il termine francese jacquerie(s), che indica appunto le violente rivolte contadine per il pane, nei tempi di guerra e carestie. Più tardi, allepoca di Diderot, il nome Jacques prese anche il senso di contadino rozzo e ignorante. Diderot, nella figura di Jacques del romanzo, padrone del padrone, intende riabilitare proprio questa figura di uomo comune.
Alla figura della bontà spinozista delluomo comune, si accostano, nella lunga galleria dei caratteri naturali, le due personalità del prete buono, lingenuo, che a 17 anni "disgustato dal mondo
fuggì dalla casa paterna e prese labito premostratense". E limmagine dello sprovveduto, il "chiericuzzo" (p. 147) che di fronte alla malvagità degli uomini, non sa leggere nel "grande libro" della natura e saffida unicamente al codice religioso. Labate Richard come si fa chiamare verrà perciò ingannato e sbaragliato dalla perfida genialità tartufesca del Padre Hudson.
Il marchese des Arcis, lingannato e il punito da Madame de la Pommeraye, racconta la storia di Richard e Hudson. Il personaggio, sconfitto dallesperienza, sta lì come a fornire un attestato di sapere in materia di tartuferia e di ingenuità insieme. Definiamo i caratteri naturali in gioco nella storia:
1/ Il Tartufo diderotiano è quellindividuo che di fronte alle snaturatezze della civiltà, dinanzi alle negazioni violente delle pulsioni dello stato di natura, imposte dallo stato civile, reagisce con luso di maschere, di false apparenze, inganni, sotterfugi, per raggiungere il suo scopo: il soddisfacimento pieno, smodato, di quegli stessi impulsi che nello stato civile il tartufo non può attingere senza suo danno, mantenendo fede quindi alle apparenze (false) della civiltà. In questa figura, Diderot, a differenza di Molière, ha voluto rappresentare un soggetto vincente. Lo stato di natura ha sempre la meglio su uno stato civile fortemente repressivo degli impulsi naturali. Questi ultimi, se repressi con arbitrio e violenza, degenerano e divengono abnormi (perversioni, sadismo ecc.). Diderot mostra le dinamiche deviate per le quali le pulsioni naturali, quando non trovano una libera e pubblica possibilità di espressione, si volgono al crimine (lintera opera di Sade può essere letta in questottica e ne è emblematica espressione).
2/ LIngenuo (titolo, anche, di un celebre racconto di Voltaire) diderotiano è quellindividuo, dorganizzazione fisica debole o malnata, che non regge agli urti delle contraddizioni fra le leggi dei due codici (naturale e civile) e si affida quindi interamente ai dettati di un terzo codice, ugualmente contraddittorio rispetto ai primi due, preteso superiore, quello canonico-ecclesiastico. Lingenuo abate Richard subirà anchegli uno scacco esemplare a causa della sua incondizionata fedeltà alle virtù del libero arbitrio e della verità della Parola divina volta al Bene. Richard, dopo aver subito linganno e lumiliazione da parte di Hudson, diventerà il segretario del marchese des Arcis, altro sconfitto nella "guerra civile del cuore".
Veniamo ai connotati dei caratteri. Il Tartufo molieresco è un automa semplice, un automa a due facce intercambiabili. a) Una faccia untuosa e imbellettata, del devoto ligio alle pratiche della preghiera e della contemplazione religiosa; è una faccia rispettosa delle esigenze della civiltà cristiana e dei suoi più alti valori (fede, pietà, misericordia ecc.), di cui mantiene ad ogni costo le migliori apparenze; b) unaltra, rappresenta (e nasconde) luomo naturale falsato dalla repressione imposta dal primo volto: cela linteresse del Tartufo per il patrimonio familiare di Orgone (figura dellingenuo molieresco) e per le belle forme fisiche della moglie di questo, Elmira (donna virtuosa e accorta). Tra i due volti non cè mediazione, luno cela (e reprime) laltro; la macchina scatta in un senso o in quello opposto. Il personaggio è a-problematico, non conosce incertezze o rotture nel passaggio da uno stato allaltro della propria doppiezza. E un mostro implacabile e abnoorme. Solo in virtù della paterna saggezza dellautorità reale, alla fine della pièce, limpostore è smascherato e condotto in galera (finale apologetico con cui Molière intese accattivarsi il favore del Re, per la libertà di rappresentazione).
Il Tartufo diderotiano è invece un automa complesso, un automa a molte facce, intercambiabili certo, ma che si presentano tutte, volta a volta, con impressionante autenticità. La maschera per lui è diventata una seconda natura. E quindi un personaggio molto più problematico, anche più umano e simpatico del Tartufo di Molière. Perciò è più pericoloso: perché uomo di successo. La sua grande arte consiste non semplicemente nel celare le facce scomode, quelle naturali, dietro la parvenza dello stato civile, no anzi, bensì a saper mescolare sapientemente, proprio nei giochi delle false apparenze, il bene e il male reali, dando a vedere, con abilità, al momento opportuno, il primo bene per stornare lo sguardo dal secondo male (presentato come insulso o minore). Hudson non esita talvolta a mostrare, senza paura, il male, il vizio cui è dedito, dinanzi a occhi senza conseguenze (i suoi sottoposti). In questa naturalezza è la sua complessità. Infine, Hudson è vincente perché ha dalla sua quello che Tartufo non ha, come grande alleato: il Potere del Re.
Il vescovo Mirepoix (figura storica vera), ministro del culto anti-giansenista di cui Hudson sfrutta la passione (il sentimento antigiansenista appunto) per i propri fini personali, protegge il tartufo, lo indirizza ai suoi scopi. Il giovane abatino Richard, inviato dal suo Superiore dellordine premostratense (giansenista) a indagare e svelare i misfatti di Hudson, ne esce schiacciato dal confronto con la naturalezza e la sfrontatezza insieme dei mezzi di Hudson nellusare del potere e dei suoi secondi, terzi, quarti ecc. fini, senza scrupoli. La molteplicità di volti di questautoma fa sì che egli sia capace di mostrare persino benevolenza e pietà forse autentici ? il lettore se lo chiede, non lo sa
al limite dello scherno benigno verso colui che ha appena schiacciato. Hudson, nellultimo incontro, casuale, con Richard, ad una cena finge, unaltra volta ancora, la devozione, "in compagnia di una delle più belle donne della regione" (p. 162), concludendo la propria commedia su una confessione di sincerità e di solidarietà umana per labatino, spazientito oltre il limite della sua abiezione : "Mio caro Richard, voi ve ne fottete di me, e avete ragione
" (ibidem).
Uno sguardo ulteriore al quadro strutturale della narrazione, nel lungo episodio del novembre 1779 (153-188) ci consente di afferrare una seconda dimensione del conflitto tra i codici. Alle vicende del padre Hudson e dellabate Richard (153-163), dopo una breve digressione (163-166), segue il lungo racconto delliniziazione sessuale di Jacques (167-188). Il racconto venne censurato da Grimm sulla Correspondance littéraire (ma anche da Naigeon e nelle successive edizioni!). Questarco strutturale della narrazione indica unintenzione filosofica. Diderot vuol rappresentare di nuovo il contrasto tra stato civile (perverso/pervertitore) e lo stato di natura (qui libero/liberatorio) sul piano diegetico, con la stessa messa in forma della narrazione. Gli sviamenti della natura e delle pulsioni attive proprie dello stato di natura, le deformazioni e le depravazioni che subiscono tali pulsioni nelle vicende tartufesche di Hudson, le violazioni criminose del codice naturale. vengono per così dire risarcite e riabilitate nei loro diritti attraverso le vicende ininterrotte (finalmente) degli amori di Jacques che seguono a ruota. Qui, dopo le perversioni di Hudson, il servo, depositario dei giudizi di verità, dà libero corso ai propri desideri. Ma anche qui stavolta però in modo innocuo , Jacques si dovrà scontrare con linganno, con la mistificazione a "buon" fine per ottenere il soddisfacimento di legittimi desideri, altrimenti inesprimibili liberamente in società.
Nella prima vicenda dell"iniziazione", Jacques racconta come è riuscito con linganno, a cogliere la verginità di molte fanciulle fingendo la propria. Un presupposto, tacito (e criticato), è che la verginità per se stessa sia un valore da perseguire in sé come ideale, e sotto la cui egida solo concedere il proprio corpo. Considerato come dato della società civile, un tale valore, dopo la prima esperienza sessuale e la perdita della verginità provocherà il necessario dissimularsi del desiderio dietro di esso Diderot ne smitizza e demistifica proprio il valore, descrivendo una storia di gustosi inganni e tartuferie amorose Jacques si fingerà, dunque, "vergine" ingenuo, ignaro dei piaceri di Eros, in realtà tutto volto ad attingere lo scopo del libero piacere.
Le successive vicende amorose hanno come protagoniste due gentili signore Madame Suzanne e Marguerite le quali, annoiate dei loro mariti, "iniziano" Jacques finto ingenuo alle libere esperienze sessuali, in un ambiente del tutto naturale (nella campagna, mentre Jacques coglie della legna nel prato, o allinterno di un mulino a grano). In questi frangenti, svelata la mistificazione di Jacques, il senso della non-verità usata al fine del soddisfacimento del piacere, è positivo: linganno fa del bene. Dirà Madame Suzanne, ridendo maliziosa: trompe-moi encore quelquefois de même que je te le pardonne
"Imbrogliami ancora qualche volta allo stesso modo e ti perdonerò" (p. 177). Linganno, libertinamente perpetrato in parallelo con entrambe le donne insieme, è cosciente di portare ad entrambe felicità, e una volta svelato invece di essere fattore di odio o di dissidio tra le due dames, le avvicina di più, in una sorta di solidarietà clandestina nellappartenenza comune ad un soddisfatto stato di natura: " E non hai più riveduto quelle donne ? Perdonate, più di una volta. Tutte e due? Tutte e due. E non hanno litigato ? Utili luna allaltra si sono volute ancora più bene. Le nostre avrebbero fatto altrettanto, ma ciascuno col suo
tu stai ridendo
" (p. 181).
In unultima percontatio, Diderot rivendica, agli occhi del lettore, la legittimità del linguaggio colorito, e anche osceno, per fini di verità (pp. 184-186). E un attestato ulteriore della difesa dei diritti dello "stato di natura" contro le oppressioni dordine civile e politico che pesano sugli uomini. Più gli uomini soffrono meglio sono governabili
Lappello fa pensare allautodifesa di Molière presentata nel Tartufo e, infine, alla libertà di stile di Montaigne, cui Diderot si richiama espressamente, citando Marziale : "la parola futuo [fotto] è altrettanto familiare della parola pane; nessuna età lignora, nessun idioma ne è privo, ha mille sinonimi in tutte le lingue, in ciascuno si imprime senza essere espressa, senza voce, senza figura, e il sesso che più lo fa è quello che più usa tacerlo. Vi sento ancora esclamare Vergona, cinico! Vergogna, impudente! Vergogna, sofista!
. Coraggio, insultate pure un autore stimabile che avete sempre tra le mani e che io qui non faccio altro che tradurre. La libertà del suo stile è per me quasi una garanzia della purezza dei suoi costumi : è Montaigne. Lasciva est nobis pagina, vita proba " (185-186).
Il riferimento è al Saggio 5 ("Su alcuni versi di Virgilio") del libro III. Vedi nota 176 di A. Calzolari. E lapologia si conclude su un "elogio della fiasca" di rabelaisiana memoria.
Alla storia degli amori di Jacques, finalmente raccontati senza interruzioni, segue la storia degli amori (infelici) del padrone, che volgono a dare una soluzione narrativa speculare al romanzo. Jacques, grazie al suo spinozismo, riesce a tenersi relativamente libero dalloppressione legata al suo stato sociale (servo); il padrone, al contrario, patisce tutte le conseguenze connesse allauto-inganno relativo al suo stato, alla sua condizione sociale, al credersi libero, infine, di scegliere tra il bene e il male.
Altro episodio (e altra tecnica) di tartuferia: nella prima parte del racconto degli amori del padrone, i loschi personaggi presso cui lamico, il cavaliere di Saint-Ouin, conduce il padrone di Jacques bisognoso di denaro, riescono a convincerlo della loro (falsa) buona fede, con un contegno disinteressato e persino sprezzante che arrivava a deplorare e parlar male dei presunti, possibili o reali, benefattori del padrone, cercando di dissuaderlo dal fidarsi di loro. Così facendo, e contrario, lo convincono della loro (falsa) buona fede. Qui la tartuferia del personaggio di Merval, lo strozzino, raggiunge le vette sublimi del virtuosismo : "E la seduta fu rinviata al pomeriggio in casa del signor de Merval, che, battendomi affettuosamente sulla spalla mi diceva con tono untuoso e compreso. Signore sono felice di farvi una cortesia, ma, credete a me, non ricorrete spesso a simili prestiti: finiscono sempre col rovinare
" (193).
Il padrone di Jacques uscirà dalla vicenda rovinato finanziariamente. Le dinamiche dellimpostura seguono la medesima linea del padre Hudson: i tartufi fanno leva sulle connivenze con personaggi corrotti del potere : in questo caso è un funzionario della polizia (197). Il padrone è costretto a fuggire e a nascondersi.
La seconda parte del racconto si svolge nella casa e ruota intorno alle vicende del ménage à trois fra il cavaliere de Saint-Ouin, il padrone e Agathe, la giovane piccolo-borghese di cui questi è innamorato. La tartuferia, sublime e paradossale, di cui era stato poco prima protagonista il mercante Merval, è ora appannaggio del cavaliere di Saint-Ouin. Questi confessa il proprio imbroglio la tresca amorosa che aveva con Agathe allinsaputa e a spese dellamico per guadagnare con questo attestato di sincerità la fiducia del padrone, mentre è proprio questa confessione (205-206) il mezzo per una nuova e più efficace tartuferia. Qui i segni distintivi della tartuferia sono:
a) lumiltà (sempre, in fondo, falsa, secondo Diderot: vedi lezione precedente);
b) la deferenza (il mettersi incondizionatamente a disposizione dellaltro);
c) lentusiasmo per un interesse che non è direttamente il proprio (Saint-Ouin è entusiasta del vantaggio del solo, preteso amico: "Mai e poi mai riuscirò a dimenticare il mio crimine e la tua indulgenza: sono due segni che stanno profondamente incisi qua dentro. Ricorderò luno per detestare me, laltro per ammirare te, per raddoppiare laffetto che ti porto") (207).
- Jacques, portatore del giudizio di verità, ribatte al padrone che sta raccontando la propria sventura : "Non so come la cosa andrà a finire; ho paura che vi inganni di nuovo, mentre vi disinganna" (ibidem). Infine, il giudizio magnanimo del padrone, lassenza di violenza nei confronti dellimpostura svelata, testimoniano lefficacia (ma anche la fragilità!) di unetica libertina della mitezza e della benevolenza nei fatti damore, che il padrone farà propria : "perché infine, mio caro, converrai con me che, se tu avessi scoperto le mie trame indegne, in coraggio non ti manca, te ne sarebbe derivato un tale risentimento
No, la cosa non sarebbe arrivata tanto innanzi. E perché dunque ? E per chi? Per un errore che nessuno potrebbe proporsi di non commettere mai ? E forse mia moglie ? E quandanche lo fosse? E forse mia figlia ? No, è una piccola miserabile, e credi che per una piccola miserabile
Via, amico mio, lasciamo queste cose e beviamo
" (207-208).
La mistificazione messa in piedi dal falso amico, sulla base della nuova benevolenza acquisita, è un capolavoro che suggella larte della tartuferia al suo apex. Il padrone chiede, a espiazione del delitto di lesa amicizia commesso dal cavaliere, il racconto di una delle sue notti con Agathe, e il tartufo risponde : "ma se in luogo della storia, ti procurassi la notte ?
" (209).
Limpostura avviene nelle forme dello scambio di persona nel letto di Agathe, il padrone si sostituisce, di notte a Saint-Ouin, viene scoperto in flagrante delitto dalla famiglia di Agathe e questi chiederanno come risarcimento il matrimonio; il padrone sta per fare la fine del marchese des Arcis, divenendo una sorta di alter ego del soggetto che, guidato dallillusione di seguire i propri pretesi "liberi" fini di piacere, vede la propria esistenza condotta a tuttaltri esiti (eterogenesi dei fini = determinazione e necessitarismo). Viene salvato in extremis da un commissario (onesto, giacché ci mostra Diderot ce ne sono) con la scoperta dellinganno architettato dai due truffatori Agathe è in combutta, si scoprirà, il falso cavaliere , il padrone si vede tuttavia condannato al carcere e a pagare una grossa ammenda oltre che, infine, a dover provvedere al mantenimento del bambino (non suo, ma del finto cavaliere) che Agathe partorirà di lì a poco.
Prima dellesito tragicomico della vicenda, cade lepisodio dellimpiastro di Desglands e della vedova libertina: è una figura allusiva che rinvia il lettore alla persona della grande scrittrice libertina del Seicento. Ninon de Lenclos (1620-1705). Diderot ne approfitta per esporre la propria tesi della separazione tra "probità", "onestà morale" e "vita costumata", cioè vita ritenuta conforme ai costumi (212-213). Lequazione tradizionale buono(onesto) = costumato(giusto) è scalzata con lesempio della condotta umanamente e moralmente ineccepibile della vedova nei riguardi del marito e dei suoi amanti.
Con la figura della vedova, Diderot si sforza di suscitare nel lettore un nuovo senso comune, difende il diritto a una morale laica che sia in grado di dissociare il concetto di bene e male (il giudizio sulla probità o meno dellindividuo nelle sue azioni) dalla fedeltà ai costumi, cioè le idee ricevute (su ciò che è in generale ritenuto "costumato" o meno): "il curato la vedeva di rado ai piedi dellaltare, ma trovava la sua borsa sempre aperta a favore dei poveri. Della religione e delle leggi diceva scherzando che erano un paio di stampelle da non togliere assolutamente a quanti erano deboli nelle gambe. Le donne che temevano la sua frequentazione per ii mariti, la desideravano per i propri figli" (212-213). Anche qui il presupposto che definisce lorizzonte di valori positivi legittimati, definisce in modo nuovo il comportamento della libertina: è la fedeltà al dettato dello stato di natura a renderla onesta, e cè da parte di Diderot il tentativo di rendere quel comportamento della vedova coerente, in qualche modo, con i costumi della vita civile. Senza riuscirvi del tutto, però,a causa del carattere oppressivo del regime politico e delle cattive leggi (critica politica).
Si scoprirà, nel penultimo episodio del romanzo, che i due personaggi del romanzo si stanno dirigendo proprio "non lontano dal luogo" dove era allevato e accudito il figlio naturale del padrone di Jacques. Osserva il padrone : "approfitterò delloccasione per pagare a quella gente quanto è loro dovuto, riprenderlo e avviarlo a un mestiere" (227).
Ancora una volta, tuttavia, il "fine" della narrazione è denegato. Non si sa dove effettivamente si dirigeranno i due dopo questa tappa. Il padrone incontra qui per caso, nella casa del figlio naturale, il suo tartufo, limpostore, il falso cavaliere di Saint-Ouin, e in un breve duello lo uccide. A questo punto, il romanzo viene proposto dal narratore con tre diversi finali possibili (eterogenesi multipla dei fini). In tutti e tre i casi, il "destino" di Jacques è segnato positivamente, in senso stoico (riferimento a Zenone) e spinozista (è di nuovo nominato Spinoza), dalla sua buona natura (vedi nota 221 di A, Calzolari). In una delle soluzioni, lultima proposta in una ennesima sovrapposizione metalessica e transcronologica, Jacques sposerà la servetta Denise che lo aveva accudito durante la malattia al ginocchio (dopo la battagllia di Fontenay), il padrone si salverà da un destino infelice (ma il lettore potrebbe risolvere la storia altrimenti
), vivendo tutti insieme unesistenza comune, come quella di un qualsiasi "lettore", nel castello del nobile Desglands.