vi

5 (69) desunt riuos camposque remanant


Fest. 354-56 Remanant replent (corr. Sk.: reptent). Ennius l. I ‘desunt rivos camposque reman<an>t’.
Paul. 355 Remant repetant. Ennius ‘rivos camposque remant’.


Per la spiegazione dell’apparato, vedi qui.

N.B. remanant = 3a pers. plur. indicativo presente di remano, as, avi, atum, are, “rifluire”
replent = 3a pers. plur. indicativo presente di repleo, es, evi, etum, ere, “riempire”
reptent = 3a pers. plur. congiuntivo presente di repto, as, avi, atum, are “strisciare”
remant = parola inesistente (non esiste alcun verbo *remo in latino).
repetant = 3a pers. plur. congiuntivo presente di repeto, is, ivi, itum, ere.


Riassunto di O. Skutsch, Studia Enniana, Oxford 1967, pp. 105-109:
Il lemma di Festo, remanant, è da preferirsi a quello di Paolo, remant.
Introdotto nella citazione remanant produce sia un buon metro che un buon senso, mentre remant no.
Chiaramente remant è nato come una corruzione di remanant alla fine della citazione in Festo, e in Paolo si è introdotto nel lemma.

La glossa (cioè la nota esplicativa) di Festo, reptent, è più attendibile di quella di Paolo, repetant, che deve essere rifiutata come un tentativo di ricavare un senso dallo sconcertante (ma apparentemente congiuntivale) reptent.
[Poiché Paolo tende ad omettere, piuttosto che a correggere, quello che non capisce, non è stato Paolo (e neppure uno dei suoi scribi — di Paolo abbiamo anche l’autografo) ad aggiustare il lemma remanant trasfromandolo in remant secondo il remant della citazione, e a cercare quindi di rendere sensato reptent scrivendo repetant.
Il MS usato da Paolo sarebbe quindi appartenuto ad una famiglia diversa da quella del MS di Festo che abbiamo noi].

Comunque, la glossa a remanant (indicativo presente di remano, as, avi, atum, are) non può certo essere al congiuntivo (come sarebbe reptent) quando il lemma (appunto remanant) è all’indicativo. reptent in Festo deve dunque essere una corruzione di replent.
La glossa così sanata conferma ed è a sua volta confermata dagli accusativi nella citazione.

Questa glossa esclude l’interpretazione di Vahlen, che riferiva il verso a del bestiame che aveva abbandonato le stalle (<iam stabulis> desunt) e (?) ritornava (remanant!) alle correnti e ai campi.

L’interpretazione preferita è che il fr. si riferisca al Tevere che inonda la valle, e all’esposizione dei gemelli. Non c’è accordo tuttavia sul fatto se le acque siano descritte mentre montano o mentre scendono.
Acque che montano non sarebbero dette correre nelle correnti, né, poiché in tutte le versioni (DH 1.79.5, OGR 20.3; Liv. 1.4.4) è il Tevere, e non piccoli rivi a causare l’inondazione, questi rivi sarebbero detti abbandonare le correnti (destituunt [con la correzione di Scaliger] rivos).
Acque che recedono d’altra parte sarebbero:
(a) incongruenti con la glossa replent.
(b) renderebbero necessario rimpiazzare campos con campo o campis.

Cf. L. Mueller: destituunt <undae> campos ripisque remanant.
L. Castiglioni (RIL 1941-42, 413): destituunt rivi campos <retroque> remanant.
Entrambi non convincenti: rivos camposque remanant è un emistichio corretto, e se desunt è considerato sbagliato, la corruzione e la perdita (poiché di solito Festo cita versi interi) dovrebbe colpire piuttosto la prima parte del verso, non la seconda.

Vahlen e altri hanno dato per scontato che rivos camposque siano accusativi di direzione. Questa non è una presupposizione scontata da fare, perché nomi appellativi (diversi da domus etc.) non sono usati all’acc. di direzione prima di Lucrezio (6.742 ea… loca… venere) e Virgilio (Aen. 1.2 Lavinaque venit litora).
Alternativamente remano può essere transitivo, come summano in Plaut. Curc. 416 (vestimenta, “bagnare sotto”).
La glossa replent si adatta a entrambe le interpretazioni; essa, in realtà, suggerisce fortemente che la sintassi era inusuale; ma la costruzione transitiva riduce la somiglianza con Lucrezio che dobbiamo ora considerare.
Il verbo remano ricorre in Lucr. 5.269 (=6.635). Il soggetto è l’acqua, cosa che non sorprende nessuno, ed è alla fine del verso (ancora niente di strano, è dove deve stare una parola con questa struttura prosodica).
Non di meno se si aggiunge che il verbo non ricorre altrove nella lett. lat., una connessione Ennio-Lucrezio diventa probabile.
Il contesto in Lucrezio è la circolazione dell’acqua, il suo costante nuovo apporto che tuttavia non fa traboccare i mari (5.266-72):

partim quod validi verrentes aequora venti
deminuunt radiisque retexens aetherius sol,
partim quod supter per terras diditur omnis;
percolatur enim virus retroque remanat
materies umoris et ad caput amnibus omnis
convenit, inde super terras fluit agmine dulci
qua via secta semel liquido pede detulit undas.

Abbiamo qui un chiaro rimando al contesto in Ennio. Il frg. è attestato per il libro I, e nell’introduzione al libro I Omero spiegava a Ennio la natura rerum (Lucr. 1.124 ss.).
Si potrebbe pensare che non ci fosse spazio nel poema per un intero sistema di filosofia naturale, ma solo per la spiegazione del principio della vita, la relazione tra anima e corpo. E infatti non c’è nessun frg. sin qui riconosciuto che provi che si parlava d’altro che dell’anima. Ma Lucrezio (si chiede Sk.) avrebbe parlato di rerum natura se l’ambito fosse stato così ristretto? In realtà quando descrive il suo progetto, in 1.127-31

quapropter bene cum superis de rebus habenda
nobis est ratio, solis lunaeque meatus
qua fiant ratione, et qua vi quaeque gerantur
in terris, tum cum primis ratione sagaci
unde anima atque animi constet natura videndum

il suo cum… tum cum primis ci dà un’idea di come Ennio procedesse: ‘le altre cose e in particolare l’anima’.
In un discorso di questo tipo la circolazione dell’acqua potrebbe aver avuto un posto di diritto. Vi si allude nelle istruzioni che Pitagora dà a Numa in Ovidio Met. 15.
Alternativamente, sebbene con minor probabilità, avrebbe potuto in qualche modo essere stata addotta come un parallelo per le peregrinazioni dell’anima.