SPIEGAZIONE DELL’APPARATO CRITICO DI SKUTSCH (Sk.)

in grassetto rosso avete il testo di Sk.; in grassetto blu l’apparato dei testimoni di Sk.; in grassetto nero apparato critico di Sk.; in tondo normale le mie spiegazioni



**i

1 (1) Musae, quae pedibus magnum pulsatis Olympum

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= frammento i (numerazione in numeri romani minuscoli che ricomincia ad ogni libro degli Annales); con due asterischi (**) = i testimoni ci dicono che è di Ennio, ma non ci dicono né che viene dagli Ann., né (ovviamente) da quale libro.

NB: simboli che precedono la numerazione in numeri romani minuscoli dei frr.
* = fr. attestato come di Ennio, come proveniente dagli Ann., ma non da un libro definito
** = fr. attestato come di Ennio, ma non come proveniente dagli Ann., né da un libro definito
***= fr. non attestato neppure come di Ennio
† = fr. attestato come proveniente da un numero di libro degli Ann. che è (o Sk. ritiene che sia) sbagliato

1 (1) = verso numero 1 nella numerazione progressiva di Sk. (che non si interrompe per ogni libro ma prosegue ininterrottamente); tra parentesi la numerazione progressiva dell’edizione di Iohannes Vahlen (seconda edizione, Leipzig: Teubner, 1903; la prima ed. era del 1854) (numero 1 anche per lui).
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i Varro LL 7.20 (RR 1.1.4); Serv. Aen. 11.660

Il frammento è tramandato da:
=Varro [Varrone] De lingua latina 7.20 [=libro 7, capitolo 20] ([sempre Varro, De re rustica 1.1.4 [=libro 1, capitolo 1, paragrafo 4]: il riferimento a De re rustica è messo da Sk. tra parentesi tonde perché in questo passo del De re rustica Varrone non cita letteralmente le parole di Ennio, ma vi allude solamente.

=Servius, commento a Virgilio, Eneide 11.660.

•avete il testo dei testimoni cliccando qui

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1 Musae om. Serv. (praeter A Sang.)
=Musae omittit Servius (praeter A Sangallensis) = Servio omette la parola Musae (tranne il manoscritto di Servio la cui sigla è A Sang(allensis), dall’abbazia di San Gallo)

pedibus om. Serv. A Sang.
=pedibus omittunt Servius A Sangallensis = Servio, e anche il manoscritto A Sang di Servio (quindi tutti i manoscritti di Servio), omettono la parola pedibus.

magnum om. Serv.
=magnum omittit Servius = tutti i manoscritti di Servio omettono la parola magnum.

Il fatto che nell’apparato non ci sia alcun riferimento ai MSS. (=manoscritti) di Varrone significa che in Varrone LL 7.20 il verso di Ennio è tramandato esattamente come lo stampa Sk. (tutto ciò lo potete controllare nel file dei testimoni).



**ii

2 (5) somno leni placidoque reuinctus


Fronto ad M. Caes. 4. 12. 4 (Caes. ad Front. 1. 4. 5; Front. ad Caes. 1. 5. 5)


= Fronto ad Marcum Caesarem 4. 12. 4 (Caesar ad Frontonem 1. 4. 5; Fronto ad Caesarem 1. 5. 5)

= l’opera di Frontone (ca. 100-166 d.C., oratore, uomo politico e insegnante) consiste di una raccolta di Epistulae rinvenuta tra il 1815 e il 1819 dal cardinale Angelo Mai (quello di Leopardi). La raccolta comprende la corrispondenza (conservata solo in parte) tra Frontone e membri della famiglia imperiale, e in particolare a: Marco Aurelio non ancora imperatore (5 libri); a Marco Aurelio imperatore (in origine 5 libri; ora solo frammenti); a Lucio Vero imperatore (parti di 2 libri); ad Antonino Pio (1 libro). Si conservano inoltre 2 libro di lettere Ad amicos.
La nota di Sk. indica quindi che le parole di Ennio sono citate in una lettera di Frontone a Marco Aurelio, dal libro 4, cap. 12, paragr. 12. Tra parentesi tonde si indicano due luoghi rispettivamente di una lettera di Marco Aurelio a Frontone e di una di Fr. a M. Aur., dove le parole non sono citate per esteso, ma vi si fa allusione.
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Niente app. critico: non vi sono problemi testuali rilevanti.



**ii

3 (6) uisus Homerus adesse poeta

Cic. ac. 2.51 (ibid. 88)

= Cicero, Academica (o Academici libri) 2.51 (ibìdem 88)
=Cicerone, libro 2, cap. 51 degli Academica (citaz. per esteso); “nello stesso luogo” (ibìdem), cioè sempre nel libro 2 degli Acad., al cap. 88, si fa allusione alle parole di Ennio.

Gli Academica (neutro plur.) o Academici libri sono un’opera che fa parte delle opere filosofiche di Cicerone (I sec. a.C.). Trattano il problema della conoscenza dal punto di vista neoaccademico (l’Accademia è la scuola filosofica platonica). Ebbero due redazioni: restano il libro 2 della prima redazione (chiamato anche Lucullus), e il libro 1 della seconda redazione (anche Varro).

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3 in somnis mihi add. Col.

= in somnis mihi addidit Columna = il filologo del 1500 Gerolamo Colonna (Hieronymus Columna è il nome latinizzato), nella sua ed. pubblicata a Napoli nel 1585, aggiunse (addidit) prima di uisus Homerus adesse poeta le parole in somnis mihi, ricavandole dal contesto della citazione di Cicerone. Sk. non accoglie questa integrazione nel testo, ma evidentemente la reputa comunque interessante, e quindi la segnala in apparato. Se la aavesse accolta, avrebbe stampato questo testo in questo modo: <in somnis mihi> uisus Homerus adesse poeta.



**iv

etsi praeterea tamen esse Acherusia templa
Ennius aeternis exponit versibus edens,
quo neque permanent animae neque corpora nostra,
122
sed quaedam simulacra modis pallentia miris.
unde sibi exortam semper florenti Homeri
commemorat speciem lacrumas effundere salsas
coepisse et rerum naturam expandere dictis.


122 permanent Politianus: permaneant


iv Lucr. 1.120 sqq.
= Lucretius (De rerum natura: non si specifica il titolo dell’opera perché è l’unica che abbiamo di Lucrezio), 1. 120 sequentes (cioè 120 e seguenti [versi]).

Questo fr. è stampato in corsivo e non in tondo perché non sono parole che Sk. attribuisce a Ennio, ma si tratta di un brano del De rerum natura di Lucrezio (1.120-26) che parla del sogno di Omero in Ennio, e che con ogni probabilità contiene espressioni enniane (per es. simulacra modis pallentia miris e lacrumas effundere salsas), che però non è possibile identificare con assoluta certezza. In questi casi, la numerazione progressiva in numerio arabi si interrompe.

La citazione di Lucrezio è accompagnata da un mini-apparato critico, in cui Sk. dichiara che al verso 1.122 lui accoglie nel testo di Lucrezio la congettura permanent fatta dal filologo e umanista Poliziano, mentre tutti i codici manoscritti che ci tramandano Lucrezio hanno permaneant.
(I motivi di questa preferenza di permanent su permaneant sono stati spiegati nella lezione n° 7 del 6 marzo 2001: vedete i vostri appunti; se non avete preso note sufficienti e non capite, fatevi dare gli appunti da qualcuno, o mandatemi un’e-mail).



**v

4 (8) o pietas animi

v Cic. ac. 2.88; Don. Ter. Eun. 560

Cicerone (vedi sopra fr. iii); Donatus, commento a Terenzio, Eunuchus 560.

Elio Donato fu maestro di grammatica a Roma intorno alla metà del IV sec. d.C. Autore di due trattati grammaticali: Ars minor e Ars maior, che furono all abase dello studio del latino nel Medioevo. Inoltre, scrisse un commento a Terenzio, che ci è conservato (tranne la parte sull’Heautontimorumenos). Invece il suo commento a Virgilio è quasi interamente perduto: ci sono arrivate solo la prefazione, la vita del poeta, e l’introduzione alle Bucoliche; parte del materiale donatiano perduto è confluito nei cosiddetti scolii danielini del commento di Servio.

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Niente app. critico: non vi sono problemi testuali rilevanti.



vi

5 (69) desunt riuos camposque remanant


vi Fest. 354-6; Paul. 355

= Pompeo Festo (Fest.) è un filologo del II-III sec. d.C., che fece un’epitome (riduzione) della principale opera linguistica del grammatico di età augustea Verrio Flacco, cioè il De verborum significatu (‘Il significato delle parole’). Festo utilizzava anche altre fonti rispetto a Verrio Flacco, e talvolta polemizza con il suo modello.
Il testo dell’opera di Festo è conservato solo parzialmente, ma ne possediamo il compendio eseguito, senza alcun apporto originale, da Paolo Diacono (Paul.) nell’VIII sec. d.C., in età longobardo-carolingia.

Fest. 354-6 e Paul. 355 rinviano alla numerazione delle pagine dell’edizione critica standard (che include Paolo), che è quella di W. M. Lindsay, Sexti Pompei Festi De verborum significatu quae supersunt cum Pauli epitome Thewrewkianis copiis usus eddit W. M. Lindsay, Lipsiae 1913; poi lo stesso Lindsay ne ha fatto un’ed. in Glossaria Latina IV, Paris 1930, pp. 93-467.
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5 desunt: destituunt Scal.: possis neque deinde Officio desunt; riuos eqs.

= desunt: destituunt Scaliger: possis neque deinde Officio desunt; riuos et quod sequitur
= Sk. segnala che invece della parola desunt (tramandata dai codici MSS. di Festo e Paolo Diacono), il filologo del 1500 J. J. Scaliger propose la congettura destituunt (correzione che Sk. non accetta nel suo testo).
Nel seguito della nota, Sk. dice: “si potrebbe (letteralmente: potresti) (sottinteso: provare a scrivere) <neque deinde / officio> desunt: riuos camposque remanant. Sk. segnala quindi un esempio di integrazione (senza osare metterla nel testo) per chiarire la sua interpretazione del frammento; con la sua integrazione il senso sarebbe: “(i corsi d’acqua, soggetto sottinteso) (sottinteso nonostante sembra che le loro acque si disperdano, per evaporazione, assorbimento etc.) non vengono poi meno al loro ufficio (al loro dovere): rifluiscono (infatti) nei rivi e nei campi”: la continua e incessante circolazione delle acque.

remanant: remant, e Festi lemmate olim corr(ecto).

=remanant: remant, dal lemma di Festo una volta corretto.

Per capire questo, bisogna considerare attentamente il testo dei testimoni:
Fest. 354-56 Remanant replent (corr. Sk.: reptent). Ennius l. I ‘desunt rivos camposque reman<an>t’.
= “remanant significa ‘riempiono’ (ma NB: replent ‘riempiono’ è correzione di Sk. mentre i codici MSS. di Festo hanno il poco sensato reptent, ‘striscino’). Ennio nel libro I ‘abbandonano i rivi e i campi remant’”; questa sarebbe la traduzione, ovviamente insensata, del testo tràdito dai MSS di Festo, che per errore scrivono nella citazione enniana remant (che è una parola che non esiste) invece di remanant, che è ovviamente giusto, anche perché è remanant che forma il ‘lemma’, cioè la parola che Festo sta commentando. Ripristinando l’originario remanant (Sk. scrive [quando cita il testimone nell’introduzione al commento del framm.] reman<an>t per segnalare graficamente l’integrazione [parentesi angolate sono simbolo di integrazione]: è chiaro che le lettere an si ripetono due volte [an-an-t], e che il copista ha saltato una delle due ricorrenze: questo si chiama ‘errore di aplografia’ (quando di due elementi uguali se ne salta uno; l’errore inverso è quello di ‘dittografia’, quando il copista ripete due volte un elemento che compare una volta sola).
Una volta scritto remanant nel testo di Ennio, resta da stabilire cosa significa la frase (vedi sotto il link).
Paul. 355 Remant repetant. Ennius ‘rivos camposque remant’.
Paolo Diacono, riassumendo Festo, fa un ulteriore errore, facendo dell’errato remant addittura la parola che lemmatizza. Cioè lui ora commenta sul significato di remant, e cita ancora sbagliato il testo di Ennio. Dovendo trovare un senso allo sbagliato remant, si inventa il significato di repetant, “raggiungano di nuovo” (che remant non ha). Secondo Paolo, quindi, Ennio avrebbe scritto riuos camposque remant (lui omette desunt), che dovrebbe secondo lui significare qualcosa come “raggiungano di nuovo i rivi e i campi”.
Come è possibile che Paolo abbia fatto di remant, che in Festo era chiaramente un banale errore di aplografia per remanant (che era il lemma), la parola da lemmatizzare? Evidentemente, Paolo lavorava su un manoscritto di Festo (che noi non abbiamo), in cui era già avvenuto l’errore, in cui cioè c’era remant ‘reptent’; Ennius l. I ‘desunt riuos camposque remant’. Secondo Sk., infatto, è improbabile che sia stato Paolo, che di solito copia pedissequamente Festo, a prendere l’iniziativa di cambiare il lemma da remanant a remant (di questo però non possiamo essere sicuri al 100%; l’errore potrebbe essere di Paolo).

Torniamo alla nota, che è effettivamente alquanto criptica, di Sk.:
remanant: remant, e Festi lemmate olim corr(ecto). [lemma, lemmatis, neutro]
=invece di remanant, i MSS di Festo (quando citano le parole di Ennio) hanno remant; questo remant deriva però dal lemma di Festo che una volta (prima che a sua volta si corrompesse in remant, come vediamo in Paolo) era corretto (e cioè remanant).

Per ulteriore spiegazione di tutto questo, e soprattutto per l’interpretazione di Sk. di questo difficile frammento, cliccare qui.



**vii

6 (13) terra<que> corpus
quae dedit ipsa capit neque dispendi facit hilum

vii Varro LL 5. 60; 5. 111; 9.54

Per Varrone, vedi sopra fr. i.
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6 que add. Bergk = que addidit Bergk
=
-que lo haaggiunto il filologo Th. Bergk (in Kleine Philologische Schriften, vol. I, Halle 1884). Cioè i MSS di Varrone De lingua latina tramandano il fr. come terra corpus etc.; terra<que> è integrazione di Bergk.

7 deperit pro dederit Varro 5.60
= i MSS di Varrone a LL 5.60 (ma evidentemente non negli altri due passi) hanno l’errato deperit invece di (‘pro’) dederit. I. I MSS di Varrone qui hanno deperit: deperit non ha alcun senso nel contesto (la parola in sè vorrebbe dire “deperisce”), ed è evidente che si tratta di una corruttela meccanica per dederit (cioè che un copista si è semplicemente sbagliato nel trascrivere, probabilmente influenzato dal contesto, che tratta della morte dei corpi). Ora, anche dederit non è quello che Ennio scrisse (che è invece dedit), ma Sk. non corregge dederit (restituito da deperit) in dedit perché ritiene che Varrone abbia scritto proprio dederit, alterando un po’ il verso di Ennio. In LL 5.60 infatti, Varrone aggiusta un po’ la citazione enniana, trasformandola in una infinitiva; non fa una citazione letterale, ma dice “… Ennius ‘terram corpus quae dederit [la seconda d è in corsivo per indicare che non è tràdita: i MSS infatti hanno deperit] ipsam [all’acc. invece che al nom.] capere [all’infinito invece che all’indicativo] neque dispendi facere [all’infinito invece che all’indicativo] hilum”, cioè: “…Ennio (dice) che ‘la terra il corpo che essa stessa aveva dato lo riprende e non ne fa alcuno spreco’.
Il giusto dedit compare invece nella citazione che Varrone fa in LL 9.54.

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ipsa capit: ira caput Varro 9.54
= i MSS di Varrone a LL 9.54 hanno l’insensato ira caput invece di ipsa capit: ancora una corruttela meccanica.



**viii

8 (10) Oua parire solet genus pennis condecoratum,
non animam. [et] post inde uenit diuinitus pullis.

NB: genu(s) e diuinitu(s) con -s cadùca.

viii Varro LL 5.59; Diom. 1.383; Prisc. 2.401.

Varrone: sempre il solito De lingua Latina.
Diomede, vol. 1, p. 383 dell’edizione dei Grammatici Latini a cura di Keil.
Prisciano, vol. 2, p. 401 dell’ed. dei GL di Keil.

Diomede: un grammatico vissuto probabilmente nella seconda metà del IV sec., autore di una Ars grammatica in 3 libri. Come tutti i grammatici latini, si trova nell’ed. di Keil.
Anche Prisciano è un grammatico della tarda antichità, vissuto tra V e VI sec., autore delle cosiddette Institutiones grammaticae in 18 libri.
Si formò e insegnò a Costantinopoli. Le sue Institutiones grammaticae (18 libri), ricche di citazioni di poeti e prosatori (anche greci), sono un’esposizione sistematica di grammatica latina secondo la ripartizione; fonetica, formazioni lessicali, flessioni, sintassi. Scritti minori vertono su argomenti grammaticali, metrologici e metrici. Da ricordare anche il suo panegirico in 312 esametri di Anastasio I (De laude imperatoris Anastasii). Insieme a Elio Donato, fu molto studiato nel Medioevo.
L’ed. delle Inst. curata da M. Hertz costituisce i voll. 2 (Lipsiae 1855) e 3.1 (1859) dei Grammatici Latini di H. Keil.

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8 parere F Varronis

Significa che il codice F di Varrone LL (non tutti i MSS. di VArrone, quindi, ma solo questo) ha parere invece di parire. Un errore di un copista che si spiega perché parere è la forma normale dell’infinito di pario, is, peperi, partum, ere (5a coniug.), “generare, partorire”, mentre parire (4a coniug.) è la forma arcaica. Ovviamente parere (con la penultima breve) non rispetterebbe la metrica.


9 et Varronis est
Cioè “l’et appartiene a Varrone”: è Varrone che scrive et e non Ennio. E per questo che nel testo et è scritto tra parentesi quadre, che significano espunzione. Varrone infatti scrive (LL 5.59) “humidum et frigidum terra sive ova parire solet genus pennis condecoratum,non animam, ut ait Ennius, et post inde venit divinitus pullis ipsa anima, sive…”: l’et serve a Varrone per unire le due parti della citazione enniana. Si badi che, dal punto di vista metrico, et potrebbe anche fare parte del verso di Ennio: in tal caso, avremmo sinalefe: …non anim(em) et post inde…, ma (come si era detto a lezione) questo sarebbe un tipo di elisione che non si ritrova altrove in Ennio.

10 animam F
Al verso 10 (cioè ipsa anima) il MS F di Varrone ha animam invece del corretto anima.




**ix

11 (15) memini me fiere pauom

ix Charis. 1.98; Don. Ter. And. 429; Phorm. 74; Ad. 106.

Charisius vol. 1, p. 98 dei Grammatici Latini, ed. Keil
Elio Donato (vedi sopra, fr. v), commento a Terenzio, Andria 429; sempre Donato, comm. a Terenzio, Phormio 74; sempre Donato, sempre commento a Terenzio, Adelphoe 106.

Carisio è un grammatico che insegnò a Costantinopoli alla metà del IV sec. d.C.; dedicò al figlio una Ars grammatica in 5 libri, di cui ci sono giunti integri solo il II sulle otto parti del discorso, e il III sul vberso; gli altri molto lacunosi.

Vedere appunti per tutto il discorso su Persio etc. etc.
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11 meminit me Char. N
Il cod. N di Carisio ha l’errato meminit me invece di memini me.

fiere Ilberg, Vah.: fieri
Tutti i codd. dei testimoni di questo fr. hanno la forma normale (deponente) dell’infinito di fio, cioè fieri, che ha la i finale lunga, ed è quindi ametrico. La forma arcaica (attiva) fiere (con -e finale breve) è stata restituita da Ilberg, e accolta nel testo da Vahlen.

Ilberg = ed. parziale degli Annales (solo il libro 1): H. Ilberg, Q. Enni Annalium libri primi fragmenta emendata et disposita, Diss. inaug. Bonn, 1852.



**x

rotam uoluere per annos

x Serv. Aen. 6.748.

NB: il fr. è in corsivo perché è un pezzo di un verso di Virgilio, Eneide 6.748 (vedi appunti per tutto il discorso di Anchise etc.). Ma Sk. nell’apparato dei testimoni scrive Serv. Aen. 6.748, perché nella sua nota Servio dice: “(ubi mille) rotam volvere per annos: exegerunt statutum tempus per annorum volubilitatem. est autem sermo Ennii.”
Ma allora perché Sk. non lo scrive in tondo come parole di Ennio? Perché è impossibile sapere quale fosse la forma esatta dell’espressione in Ennio: potrebbe essere diversa da come è in Virg., per es. rotam… volvere (infinito, quindi penultima breve); rota volvitur, etc.

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xi

12 (3) Latos <per> populos res atque poemata nostra
clara> cluebunt


xi Incert. de ult. syll. 4. 231
Incert. de ult. syll. 4.231 neutro genere in casibus supra dictis (nom., acc., voc.) sine ambiguitate brevis est (syllaba finalis) Graecis Latinisque nominibus: per nominativum ut (Verg. Buc. 8.69) carmina vel caelo p., per accusativum ut (Aen. 8.220) o patria, o divom domus <Ilium et incluta bello moenia Dardanidum>. Graeci etiam nominis exempla subiciamus: Ennius in primo annali (Ilberg: nam cod.) latos <per> populos res atque poemata nostra <----clara> cluebant, et in Virgilio (Aen. 12.158) Arcada piscosae cui circum flumina Lernae.
GL IV 231 K.: “Al genere neutro nei casi suddetti (nom., acc., voc.) la sillaba finale è senza ambiguità breve nei nomi latini e greci: al nom. […]; all’acc. […]. Facciamo esempi anche di un nome greco: Ennio nel primo libro degli Annales […], e in Virgilio […].”


= Incertus, De ultima syllaba vol. 4, p. 231 dell’ed. Grammatici Latini di Keil.
Si tratta di un trattatello di autore incerto (quindi chiamato ‘Incertus’), intitolato ‘L’ultima sillaba’, che è contenuto nella solita edizione GL di Keil. Infatti l’autore di questo trattao cita questo fr. in quanto è interessato alla quantità dell’ultima sillaba della parola poemata.

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Per l’interpretazione di questo fr., cliccate qui.

12 annali ‘Latos Ilberg: nam latos
Per capire questa nota, bisogna ovviamente fare riferimento al testo del testimone. Significa che i MSS (o meglio il MS, poiché il trattato è tràdito da un solo MS) del testimone (cioè il trattato De ultima syllaba) introducono la citazione enniana così: Ennius in primo nam latos populos… (Ricordatevi che nei MSS non c’è nessun segno di interpunzione a segnalare l’inizio di una citazione: non ci sono le nostre ‘aperte virgolette’ o simili). Il problema è: dove finiscono le parole del grammatico autore del De ult. syll., e dove iniziano quelle di Ennio? Alcuni hanno pesnato che le parole di Ennio inizino con nam: quindi Ennius in primo: “nam latos populos… (VEDERE LA SCHEDA SUL FRAMMENTO!); invece Skutsch preferisce seguire Ilberg, che fa due cose:
(1) ritiene che il nam del MS del trattato De ult. syll. sia corrott, e che invece di nam si debba correggere ann., e cioè annali (quindi in primo annali); la citazione di Ennio inizia dunque con ‘Latos…
(2) se la citazione di Ennio inizia con Latos, manca qualcosa per la metrica (Latos populos non è un inizio di esametro), e allora Ilberg integra anche per dopo Latos (questo è detto da Skutsch nella nota seguente).

annali ‘Latos Ilberg: nam latos significa dunque: “il MS del testimone ha la sequenza nam latos (ovviamente senza nessuna indicazione su dove inizia la citazione di Ennio); H. Ilberg (vedi sopra a fr. ix; seguito da Sk.), fa iniziare la citazione da Latos (questo è indicato scrivendo ‘Latos, cioè aperta virgoletta e maiuscola), e corregge il tràdito nam in annali (ann.).

per add. Ilberg: annali ‘Perque Italos Havet
per add. Ilberg
significa, come abbiamo appena visto, che il per è stato aggiunto da Ilberg (addidit, aggiunse). Dopo i due punti, Sk. ricorda anche un altro tentativo di soluzione del problema (da lui non accettato) fatto dal filologo Louis Havet: annali ‘Perque Italos Havet significa che Havet accettava la correzione di nam in ann(ali) fatta da Ilberg, ma poi, invece di integrare <per> tra Latos e populos, preferiva ritenere corrotto latos: al posto di latos correggeva dunque Perque Italos… (per maggiori dettagli vedi ancora la scheda sul frammento).

res atque: terrasque Ilberg
Finora abbiamo visto che Sk. ha seguito la ricostruzione di Ilberg per quanto riguarda nam (ann.) e l’integrazione di <per>. Ora però se ne discosta: infatti, invece di res atque (del MS del trattato De ult. syll.), Ilberg proponeva la correzione terrasque. Questo Sk. non lo accetta.

13 clara add. Ilberg
clara> è integrazione di Ilberg (accettata da Sk.)

ante
clara lacunam posuit Leo
=“Leo stabilì l’esistenza di una lacuna prima di clara”.
Si tratta della lacuna che Sk. accetta nel testo. Vedete infatti che clara> cluebunt non è stampato all’inizio del verso 13 nonostante ciò sia metricamente possibile: clara> cluebunt è stampato come clausola di esametro; prima quindi c’erano altre parole che sono cadute (quella che si chiama ‘lacuna’: la lacuna è una sorta di buco nel testo, dove mancano delle parole che il copista non ha trascritto, o volontariamente (per abbreviare) o per errore).


-bunt Ian. Dousa: -bant
= cluebunt (futuro) è congettura del filologo olandese Ianus Dousa, al posto del cluebunt (imperfetto) del MS del trattato De ult. syll.



**xii

14 (17) Quom ueter occubuit Priamus sub Marte Pelasgo

xii Prisc. 2. 97 (Ars anon. Bern. 8. 81)
Prisciano, ed. Grammatici Latini Keil, vol. 2, p. 97.
Inoltre, è testimoniato in una Ars (grammatica) anonima (tramandata senza indicazione di autore) conservata a Berna (quindi Bernensis) al capitolo 8, paragrafo 81. È messa tra parentesi tra Sk. presumibilmente perché si ritiene che essa dipenda da Prisciano.

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sul frammento, vedi questa scheda.

14 Pelasco Prisc. cod. Bern. m. 1; Ars anon. Bern.
Il cod. Bern. m. 1 (una sigla che indica un qualche codice MS di Berna) di Prisciano (a differenza evidentmente di altri MSS di Prisciano che hanno correttamente Pelasgo) e il MS dell’Ars anonima Bernensis hanno l’errato Pelasco al posto di Pelasgo. Un errore di scarsa rilevanza.



**xiii

15 (18) Doctus†que Anchisesque Venus quem pulcra dearum
fari donauit, diuinum pectus habere


La cosiddetta crux desperationis (†) che Sk. segna prima di que significa che Sk. ritiene la parola doctusque irrimediabilmente corrotta (sicuramente il -que, forse ma non altrettanto sicuramente il doctus: per questo mette la croce dopo doctus e non prima della parola intera).
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xiii Probus verg. buc. 6. 31 p. 336; Schol. Veron. Verg. Aen. 2. 687

Valerio Probo, di Berito (Beirut, in Libano), fu il più grande grammatico e filologo della prima età imperiale; la sua attività si pone tra Nerone e i Flavi (I sec. d.C.). La redazione attuale del Commento alle Bucoliche di Virgilio che i MSS attribuiscono a Probo risale in realtà a non prima del III sec. d.C. Si parla quindi più correttamente di pseudo-Probo.

Gli Scholia (=annotazioni esegetiche) Veronensia a Virgilio sono una raccolta di annotazioni a Virgilio.

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Sui problemi del frammento, vedete (oltre — come sempre — i vostri appunti) la scheda apposita.

15 doctusque Anchisesque: que alt. om. cod. Bob. ap. Egnat. seruatus: doctus Anchisa Scol. Veron.
= doctusque Anchisesque: que alterum omittit codex Bobiensis apud Egnatium seruatus: doctus Anchisa Scholia Veronensia
Cioè: doctusque Anchisesque è il testo che stampa Sk. (che però ritiene che ci sia una corruttela insanabile nella prima parola, onde la croce). Il secondo -que (quello di Anchisesque) è omesso dal codice Bobiensis (ora perduto ma le cui lezioni sono conservate) nell’edizione veneziana di Egnatius del 1507 (G. B. Egnatius [Cipelli]), il primo editore di ‘Probo’, che aveva accesso a questo codice.

pulchra dearum: pulcherrima diu Schol. Veron.
Ovviamente: mentre Ps. Probo ha pulcra dearum, gli Scholia Veronensia hanno pulcherrima diu.

fari donauit: fata docet Schol. Veron.: fata docet fari Bernays
Ancora ovviamente: Ps. Probo ha fari donauit; gli Scholia Veronensia hanno fata docet; il filologo Bernays congetturava fata docet fari.

pectus habere: ut pectus haberet Schol. Veron.
Mentre Ps. Probo ha pectus habere, gli Scholia Veronensia hanno ut pectus haberet.




xiv

17 (20) face uero quod tecum precibus pater orat

xiv Fest. apogr. 218

Cioè sempre Festo (e sempre dall’ed. Lindsay), ma in un brano che manca nel MS fondamentale di Festo (il cod. Farnesiano (F) dell’XI sec. d.C. conservato nella Bibl. Naz. di Napoli), e che ci è invece conservato da uno dei suoi apografi umanistici (che in taluni casi, appunto, colmano della lacuna del Farnesiano). (MS apografo è un MS che sappiamo essere interamente copiato da un altro, e quindi non contiene lezioni provenienti da altra fonte, ma che può essere utile, come in questo caso, se il suo modello ha subìto in seguito delle lacune).

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17 addunt tu A. Aug.: iam Kvicala: tum vix recte Vah.: possis hoc
Sk. elenca alcune propste avanzate da vari filologi per integrare la sillaba mancante prima di face (la prima sillaba dell’esametro): A. Augustinus propose tu; Kvicala iam; Vahlen tum — ma, commenta Sk., “vix recte”, cioè “difficilmente a ragione” (la reputa una integrazione meno convincente delle altre). Poi aggiunge una sua proposta personale: “potresti (integrare) hoc.”

face A. Aug.: facere
face (la forma originaria dell’imparativo di facio, poi fac per apocope della -e finale) è correzione di A. Augustinus: i codd. (codices = codici) di Festo hanno facere.

tecum Mer.: te cum

tecum è correzione di Merula (Paullus Merula, ed. degli Annales, Leiden 1595) per il tràdito te cum.




DIREI CHE D’ORA IN POI POTETE CAPIRE TUTTO DA SOLI: vi sciolgo solo le abbreviazioni più ‘difficili’; se invece ci fossero ancora difficoltà, mandatemi un’e-mail.

Per questi frr. il testo dei testimoni dovreste averlo nei vostri appunti.



19 dia dearum A. Aug.: de adiarum Fest.: dea diarum Paul.



22 tenuere Frut., Col.: genuere
L. Fruterius, H. Columna (vedi sopra)


25 suo: saeuo Iunius: sos Némethy

Titanus (Titanu’) Mer.: Titanum
Merula (vedi sopra)




32 foedusque PTRFA: ferusque N
ovviamente queste (sia al verso 32 che 33) sono sigle dei MSS dei Saturnalia di Macrobio, che tramandano questi due frammenti (xxvii e xxviii)

33 teneret PTRFA: tenebat N



NB: per il ‘sogno di Ilia’ (fr. xxix, versi 34-50) le sigle (AVB) sono quelle dei MSS del De divinatione di Cicerone che tramanda il fr.

V1
significa “la prima mano del MS V”; V2 significa “la seconda mano di V”: un MS, scritto da un tale copista (la prima mano) può riportare correzioni di un altro, un secondo copista (la seconda mano), che può correggere o per sua iniziativa (congettura) o perché confronta un altro MS e sceglie una lezione diversa.

34 etcita AV1B: excita V2H edd. pler.: eccita Klotz: ut cita Baeh.
edd. pler. = editores plerique “la maggior parte degli editori”.
Baeh. = E. Baehrens, ed. Fragmenta Poetarum Latinorum, Leipzig: Teubner, 1886.

cum: an quom?
Sk. si chiede se non sia meglio leggere quom invece di cum.

37 uiteque c. m. V1: uitaque m. c. V2: uita m. c. B2
c. m. ovviamente abbrevia corpus meum del testo

41 te: iter Weil

42 corde: corpus Marx

43 exin A (sic!) V2

44 o gnata ed. Ascens. 1521: cognata codd.
ed. di Ascensius del 1521 del De divinatione di Cicerone

gerendae: ferendae Davis

45 post 46 codd.: corr. ed. Ascens. 1521

46 ecf. p. edd.: efatus pater AV1B1: pater effatus V2B2

47 conspectum: complexum nescioquis
congettura fatta da qualcuno, ma Sk. non sa chi sia

50 aegrotum A: egrocum VB: aegro tum Col.

somn’ relinquit V: somne relinquis V2