Corso di laurea in SSTMS - indirizzo musica

 

Guida per la stesura degli elaborati

 

Gli studenti, durante il corso di laurea triennale, si trovano a scrivere diversi tipi di elaborati. I principali sono: la tesina per il singolo esame, e la tesi di laurea triennale. Questi appunti intendono dare una guida sintetica per la stesura di questi due elaborati, e verranno continuamente aggiornati e completati secondo le esigenze degli studenti e le osservazioni loro e dei colleghi.  

 

1. Tipologia degli elaborati

Dimensioni

Le tesine (richieste, per esempio, per gli esami di storia della musica e di teoria della musica) devono essere di moderata lunghezza: le dimensioni medie sono di 1500-2000 parole, corrispondenti a circa cinque-sei pagine con spaziatura doppia e carattere a 12 punti. È possibile superare questa misura, ma in ogni caso non oltre le sette pagine. La tesi di laurea triennale  normalmente si aggira intorno alle cinquanta - ottanta pagine.

 

2. Organizzazione

Tesi e tesine tesine devono presentare una chiara organizzazione del materiale, con capitoli e paragrafi omogenei per contenuto. Si fa presente che il termine ‘paragrafo’ viene usato in italiano con due significati: come sottocapitolo (forse l’uso più frequente) ma anche come porzione di testo delimitata da due ‘a capo’. Per entrambi i casi è necessaria la massima omogeneità di contenuto. Si eviti, a questo proposito, la pessima abitudine (purtroppo molto diffusa) di andare a capo troppo frequentemente: si ricordi che ogni volta che andiamo a capo concludiamo un paragrafo e ne apriamo uno nuovo.

Le tesi in genere sono organizzate in tre parti principali: un’introduzione, una parte centrale e una parte conclusiva. L’introduzione ha lo scopo di presentare l’argomento e i problemi ad esso collegati; inoltre, dovrà essere chiaramente esposta la metodologia impiegata ed, eventualmente, anticipate succintamente le conclusioni. La parte centrale contiene la trattazione principale: il problema viene affrontato con gli strumenti prescelti, gli eventuali esempi vengono discussi e commentati, la metodologia scelta viene mostrata all’opera. La terza parte infine espone i risultati della tesi, che vengono valutati criticamente.

A queste tre parti deve essere sempre aggiunta la bibliografia (vedi paragrafo 7). La bibliografia è parte essenziale della tesi, e non un’appendice trascurabile. La sua funzione principale è infatti di consentire a coloro che leggono il lavoro di conoscere le fonti che sono state usate e conseguentemente di poterle reperire per successive consultazioni.

 

3. Contenuti

Generalità

Anche nei limiti di una tesina di cinque pagine, si dovrà fare ogni sforzo per definire con chiarezza i contenuti. In particolare si eviterà di fare affermazioni generiche e incontrollabili, e si previlegerà l’informazione oggettiva sul giudizio di valore; o, per lo meno, si cercherà di motivare il giudizio di valore in modo oggettivo.

Originalità

Tesina

Per la tesina non è richiesta originalità di  contenuti. E’ dunque possibile attingere a fonti anche manualistiche, ma facendo attenzione ai punti seguenti:

1)      il risultato dovrà essere coerente (attenzione al copia-incolla);

2)      ogni giudizio e ogni informazione deve essere valutata e giudicata autonomamente;

3)      L’autore della tesina è responsabile di quanto afferma, e deve essere pronto a giustificare in sede di interrogazione quanto scrive.

La mancata osservazione di questi punti costituisce elemento di valutazione negativa.

Tesi

La tesi triennale non necessariamente dovrà essere una tesi di ricerca: può essere anche di tipo compilativo, ma l’argomento sarà più circoscritto rispetto a quello delle tesine. Anche la tipologia di fonti sarà più ristretta: per esempio, si eviterà di fare una compilazione di manuali, ma si previlegeranno fonti secondarie più specialistiche (libri specialistici e, se possibile, articoli scientifici). Sono possibili anche lavori di prima mano, purchè circoscritti a fonti di facile reperibilità e interpretazione. Circa l’autonomia di giudizio e la responsabilità autoriale valgono le stesse osservazioni fatte a proposito della tesina.

 

Fonti.

 Le fonti sono i documenti che ci forniscono le informazioni che noi elaboriamo durante la nostra ricerca. Le fonti usate in musicologia possono essere molto diverse tra loro: partiture a stampa, partiture manoscritte, trattati, abbozzi, schizzi,  libretti, articoli di periodici scientifici, articoli di quotidiani, libri, lettere, eccetera. Una distinzione importante è tra fonti primarie e fonti secondarie. Le fonti primarie sono documenti, di qualsiasi tipo, provenienti direttamente dall’autore o dal periodo storico che ci interessa. Fonti primarie possono essere, per esempio, partiture autografe o a stampa, lettere, trattati, articoli di giornale, libretti di specifiche rappresentazioni, eccetera. Le fonti secondarie sono descrizioni, analisi, valutazioni, ricostruzioni, storiche o analitiche, costruite a partire dalle fonti primarie. Questa distinzione è però significativa solo se riferita all’uso che facciamo di queste fonti. Per esempio, se la nostra tesina è di tipo bibliografico allora le fonti secondarie diventano l’oggetto della nostra descrizione, e quindi fonti primarie.

 

 

4. Stile

La tesi o tesina dovrà essere scritta nel normale stile accademico. Questo significa, prima di  tutto, che si farà in modo di osservare la grammatica e sintassi italiane (come punteggiatura, consecutio, concordanza soggetto-verbo). Si devono anche osservare le norme editoriali standard di tipo accademico, come l’uso delle virgolette o dei corsivi, e le norme per le citazioni e le note a piè di pagina.

Stile italiano

Le parti storiche vanno scritte usando tempi al passato, facendo attenzione alla coerenza dei tempi; per le parti descrittive invece si può far uso del presente. Si consiglia di evitare il presente narrativo (per esempio: «nel 1675 Corelli giunge a Roma, dove entra a far parte del cenacolo di Cristina di Svezia alla quale dedica…». Si raccomanda anche di fare un uso moderato dell’elisione del soggetto, e di usare piuttosto i pronomi.

Vanno inoltre evitate costruzioni ad sensum (prive di concordanza) e ad effetto.

1)      Uso delle virgole. Non sono ammesse le virgole tra soggetto (anche proposizione) e verbo.

2)      Si invita a scegliere, dove necessario e opportuno, fra tutti i segni di interpunzione disponibili: virgola, punto e virgola, due punti; e, per gli incisi, parentesi tonde, parentesi quadre e trattini doppi. È consentito un uso moderato del trattino singolo con funzione di separazione tra frase principale e subordinata. Il punto senza a capo chiude le frasi; il punto seguito da a capo chiude i paragrafi.

Per ulteriori approfondimenti sullo stile si raccomanda il manuale di Michela Zompetta Sulla scrittura, Roma, Ulisse 2003.

 

Norme editoriali

3)      Caratteri e stili particolari. Nel testo sono ammessi solo caratteri tondi, corsivi, e iniziali maiuscole. Non sono ammesse parole interamente in maiuscolo, né il grassetto o con questi stili in combinazione con altri (maiuscolo + grassetto, corsivo + maiuscolo, corsivo + grassetto ecc.).

4)      Il corsivo si usa: a) per parole in lingua straniera (latino compreso) all’interno del testo; b) per i titoli di opere.

5)      Nelle note bibliografiche e nella bibliografia generale si usa anche il carattere maiuscoletto per i nomi degli autori (usando il programma di scrittura Word il maiuscoletto si può selezionare nella barra degli strumenti in alto a sinistra, dapprima andando su ‘formato’ e poi su ‘carattere’)

6)      Le virgolette basse «» si usano: a) per le citazioni brevi; b) per i nomi di riviste e periodici

7)      Le virgolette alte ad apice ‘’ si usano per contrassegnare termini usati con accezione speciale;

8)      Le virgolette doppie “”vanno evitate;

9)      Non sono ammessi nomi propri con le iniziali puntate (es: V. al posto di Verdi)

10)  Evitare formattazioni ‘a effetto’ come citazioni con allineamento centrale, doppi spazi di separazione, eccetera.

11)   Spazi: si lascia lo spazio dopo l’interpunzione, mai prima. Non si usa spazio dopo la parentesi che apre né prima della parentesi che chiude, e nemmeno dopo l’apostrofo. Un semplice metodo per verificare l’eventuale erronea presenza di spazi doppi consiste, se si usa il programma di scrittura Word, nel selezionare dalla barra degli strumenti in alto a sinistra del monitor dapprima ‘modifica’, in seguito ‘trova’. Digitare quindi un doppio spazio nella casella bianca e poi ‘trova successivo’ fino a completare la lettura di tutto il documento.

 

 

Uso di simboli e termini musicali

  1. la parola «battuta» si abbrevia in «b.»; al plurale, «bb.». Evitare abbreviazioni come  «batt.», «bat.», «mis.» o «miss.».
  2. I nomi delle note si scrivono con iniziale maiuscola (Do, Re); evitare di scrivere tutto maiuscolo (DO, RE)
  3. Le alterazioni si scrivono per esteso quando fanno parte di un contesto discorsivo (esempio: «a b. 12 il Do diesis del basso viene trasformato enarmonicamente in Re bemolle»); se invece vengono usati come parte di una notazione si usa il simbolo (esempio: Do-Do+-Re). Per ottenere i simboli si raccomanda di usare font che possiedono questi caratteri, anziché ricorrere al simbolo di numero americano (#) o alla b minuscola. Un ottimo font musicale è Rousseau, scaricabile gratuitamente all’indirizzo  www.berlioz.tm.fr/rousseau.html
  4. Le composizioni musicali si indicano con il titolo (in corsivo) se si tratta di opere, di oratori, o di grandi lavori vocali: la Passione secondo S. Matteo, la Missa solemnis, il Requiem tedesco. Può essere usato (ma non è obbligatorio) il nome in lingua originale (Matthäus-Passion, Deutsches Requiem). Per le opere teatrali va indicato il titolo nella sua forma originale, facendo attenzione agli articoli: La traviata (non Traviata) ma Bohème (non La bohème). Le composizioni strumentali prima del Novecento si indicano: a)  con il numero d’opus (op. 18 n. 1); se questo manca, come quasi sempre nella musica precedente al 1800, si usa il numero di catalogo tematico (K 551; BWV 820); c) se manca anche questo, si fa riferimento a una determinata edizione o manoscritto. Nella musica post-Novecento, se manca il numero d’opus, si può usare il solo titolo dato dal compositore (Arcana; Le marteau sans mâitre).

 

 

5. Citazioni e note bibliografiche

La citazione è l’inserimento di un testo di un altro autore all’interno del nostro testo. Citando un autore, noi gli offriamo ospitalità nel nostro scritto, dandogli per così dire la parola (per appoggiarci alla sua autorità, oppure per criticarlo). La citazione è cosa diversa dal plagio: chi plagia si appropria dell’opera altrui senza dichiararlo, mentre chi cita dichiara sempre l’autore del brano citato.

Simile alla citazione è la parafrasi. La parafrasi è una esposizione, fatta con parole nostre, di idee altrui. Anche di una parafrasi deve essere sempre indicata la proprietà intellettuale: l’appropriazione indebita di idee altrui non è meno grave se viene fatta con parole diverse.

Il nostro debito verso l’autore citato o parafrasato viene pagato attraverso la nota bibliografica, che riporterà le informazioni necessarie all’identificazione del passo citato. Se il passo citato si trova in un libro interamente scritto dall’autore, la nota conterrà:

-           il nome e il cognome dell’autore (senza abbreviazioni)[1]

-           il titolo dell’opera citata (in corsivo)

-           l’editore, il luogo e l’anno di pubblicazione

-           il numero della pagina dove si trova il passo citato.

 

 

Gianfranco Folena, L’italiano in Europa, Einaudi, Torino 1983, p. 340

 

Se il passo citato si trova all’interno di un libro miscellaneo (cioè contenente saggi di diversi autori) la nota conterrà:

-           il nome e il cognome dell’autore (senza abbreviazioni)

-           il titolo del saggio (in corsivo) seguito dalla preposizione «in»

-           il titolo del libro miscellaneo

-           il nome del curatore

-           le pagine in cui si trova il saggio

-           la pagina in cui si trova la citazione

 

Nino Pirrotta, On text forms from Ciconia to Dufay, in Aspects of Medieval and Renaissance  Music, a cura di Jan La Rue, Norton, New York 1966, pp. 673-82: 674.

 

Se il passo citato si trova all’interno di un articolo su rivista la nota conterrà:

-           il nome e il cognome dell’autore (senza abbreviazioni);

-           il titolo del saggio (in corsivo) senza la preposizione «in»;

-           il nome della rivista tra virgolette basse «»;

-           l’annata (o volume) in numeri romani, la barra diagonale (slash), il numero in cifre arabe del fascicolo e l’anno (ed eventualmente anche il periodo dell’anno) di pubblicazione;

-           le pagine della rivista in cui si trova l’articolo;

-           la pagina in cui si trova la citazione.

 

 

David Lawton, On the ‘Bacio’ Theme in Otello, «19th-Century Music», I/3, Marzo 1978, pp. 211-220: 212.

 

 

Le note bibliografiche si usano anche per consentire l’identificazione di un’opera di cui si menziona soltanto il titolo, senza citarne dei passi; e sono obbligatorie sia articoli o libri moderni, sia per opere antiche, siano esse a stampa o manoscritte. Nei casi in cui si debba citare soltanto il titolo di uno scritto si usano i sistemi sopra descritti, omettendo ovviamente la pagina relativa alla citazione, e facendo precedere la sigla Cfr.

 

Cfr. Francesco Giannattasio, L’attività etnomusicologica di Diego Carpitella, «Lares», LVII/1 1991, pp. 93-109.

 

 Per le stampe il sistema di citazione è uguale a quello usato per le opere moderne, con la raccomandazione che il titolo, per quanto lungo, va riportato per intero.

 

                  Esempio: Nicola Sala, Regole del contrappunto pratico di Nicola Sala napoletano, primo       maestro del Reale Conservatorio della Pietà dei Turchini dedicate alla maestà di   Ferdinando IV, re delle due Sicilie, Stamperia Reale, Napoli 1794.

 

Per i manoscritti, trattandosi di unica, è obbligatorio indicare la biblioteca in cui sono conservati e la loro collocazione.

 

 Esempio: Carlo Cotumacci, Principi e regole di sonare e lettioni di partimenti, I-Rsc A.Ms.535

 

Si noti che la collocazione si compone di due elementi: la sigla della biblioteca secondo la classificazione RISM (in questo caso, I-Rsc = Italia Roma Santa Cecilia) seguita  dalla segnatura data dalla biblioteca al manoscritto.

 

Nel caso la citazione provenga da una fonte pubblicata in Internet (enciclopedie e dizionari online, cataloghi di case editrici, riviste online, saggi pubblicati in siti universitari ecc.) sia in nota che in bibliografia andrà riportato anche l’indirizzo Internet della fonte utilizzata. Si raccomanda inoltre, in caso di utilizzo di fonti da Internet, di verificarne l’attendibilità e di usare molta circospezione:  non tutto quello che si trova in Internet è affidabile, anzi spesso non lo è.

 

Collocazione dell’indice di nota

L’indice di nota va sempre collocato dopo l’interpunzione (virgola, punto, punto e virgola, due punti); dopo la parentesi di chiusura; dopo le virgolette; non è mai preceduta da spazio.

 

 

6. Bibliografia

La bibliografia è l’elenco ordinato delle fonti consultate per la stesura della tesi. Una bibliografia può essere ordinata in vari modi. I metodi più usati sono: per ordine alfabetico di autore o per ordine cronologico (di solito crescente) di pubblicazione. Le fonti elencate nella nostra bibliografia sono quelli che abbiamo effettivamente consultato: è inutile (e pericoloso) inserire fonti non controllate, magari solo per fare ‘bella figura’. Ovviamente la bibliografia deve contenere tutte le fonti citate nelle note bibliografiche (paragrafo 5).

Le tesine possono avere una bibliografia ridotta, a volte anche limitata a poche unità.

Esistono vari metodi per l’ordinamento della bibliografie, ma sostanzialmente possiamo considerare due grandi famiglie: quello tradizionale per lo stile accademico umanistico, in cui la bibliografia è  indipendente dalle note bibliografiche;  e quello autore-data, in cui le citazioni bibliografiche devono essere completate dalla bibliografia.

 

Sistema tradizionale

Nel primo caso le note bibliografiche riporteranno l’indicazione completa della fonte solo la prima volta che questa verrà citata; le volte successive la nota bibliografica conterrà un’indicazione abbreviata, consistente del solo cognome dell’autore, del titolo abbreviato e della sigla cit.

 

Esempio di prima volta:

 

Cfr. Gianfranco Contini, Filologia, in Breviario di ecdotica, Einaudi, Torino 1992, pp. 1-66: 3.

 

Esempio della stessa come volta successiva:

 

Cfr. Contini. Filologia, cit., p. 14.

 

Se si cita in immediata successione due volte il medesimo testo, nella seconda nota bibliografica si sostituiscono le indicazioni bibliografiche con ivi (in corsivo) e il numero di pagina, se il testo è lo stesso, ma cambia la pagina della citazione; se testo e pagina coincidono è sufficiente usare ibid. (abbreviazione di ibidem, sempre in corsivo).

 

Es. 1: note bibliografiche immediatamente successive, riferite a pagine diverse di uno stesso testo:

 

1 Vittorio Mathieu, Bergson. Il profondo e la sua espressione, Guida, Napoli 1971, p. 154

2 Ivi, p. 160

 

Es. 2: note bibliografiche immediatamente successive, riferite alla stessa pagina di uno stesso testo:

 

1 Vittorio Mathieu, Bergson. Il profondo e la sua espressione, Guida, Napoli 1971, p. 154

2 Ibid.

 

 

Se si citano in immediata successione testi diversi di uno stesso autore, nella seconda nota bibliografica il nome dell’autore andrà sostituito con ID. (abbreviazione di Idem, in carattere maiuscoletto)

 

19 Massimo Mila, Lettura delle Nozze di Figaro. Mozart e la ricerca della felicità, Einaudi, Torino 1979

20 Id.,Lettura del Flauto Magico, Einaudi, Torino 1989

 

La bibliografia finale conterrà le indicazioni bibliografiche complete (come prima volta).

Il vantaggio di questo sistema è che permette di avere due insiemi di note bibliografiche completi; inoltre (limitatamente alla sola prima volta) le note bibliografiche sono indipendenti. Lo svantaggio è che per avere la nota bibliografica completa è necessario risalire alla prima citazione, cosa non sempre agevole specialmente se il testo è lungo.

 

 

 

 

 

Sistema autore-data

L’altro sistema collega e coordina le nota alla bibliografia, in modo che la seconda sia funzionale alla prima. In questo sistema la nota bibliografica, anche la prima volta, non è mai autonoma ma rimanda, per lo scioglimento, alla bibliografia finale (del libro, del capitolo, dell’articolo) il cui accesso deve essere il più possibile facilitato.

Un metodo molto usato, specialmente nel campo scientifico, è quello detto autore-data. In questo metodo al posto della nota compare nel testo un richiamo tra parentesi quadre composto dal nome dell’autore seguito dalla data di pubblicazione dell’opera:

 

Esempio:

 

Nella teoria musicale più recente, la metafora dello spazio musicale è applicata sia direttamente, come negli spazi neoriemanniani [Lewin 1987], lo spazio delle altezze di Lerdahl [2001], o gli spazi di profilo di Morris [1987] sia indirettamente, come nelle “scale parametriche “ di Narmour [1990].

 

La bibliografia finale conterrà le indicazioni complete, elencate per ordine alfabetico per autore e, all’interno delle opere dello stesso autore, per ordine cronologico:

 

Lerdahl F. (2001), Tonal pitch space, Oxford University Press, New York

Lewin D. (1987), Generalized musical intervals and transformations, Yale University Press, New Haven.

...

Morris R. (1987), Composition with pitch-classes: A theory of compositional design, Yale University Press, New Haven

...

Narmour E. (1990), The analysis and cognition of basic melodic structures: the implication-realization model, University of Chicago Press, Chicago.

 

Si noti che l’anno compare immediatamente dopo il nome dell’autore, in quanto si tratta di un elemento indispensabile all’identificazione dell’opera, e che pertanto non viene più ripetuto nella posizione “normale” (dopo l’editore).

Il vantaggio di questo sistema è che non costringe a lunghe ricerche a ritroso per cercare la prima nota con i dati completi; lo svantaggio è che obbliga a continui rimandi alla bibliografia finale.

Esistono molti sistemi misti: per esempio, sistemi autore-data fatti con note a piè di pagina anzichè con rimandi nel testo, oppure sistemi di rimandi fatti con sistemi diversi dall’autore-data. La cosa importante è che, scelto un sistema, lo si usi con coerenza.

 

7. Abstract

 

Dobbiamo agli anglosassoni il merito di aver ridato onore a un’antica e nobilissima pratica, purtroppo da decenni disprezzata dalla scuola italiana: il riassunto. Un abstract infatti non è che un riassunto di circa 200 parole, che deve però riportate tutto quello di essenziale è contenuto in un articolo o in un saggio, o perfino in un libro. Gli abstract si scrivono per  tre scopi:

1. Per proporre una relazione (paper) a un convegno, in risposta a un bando (call for papers)[2]

2. Per indicizzare un contributo in una bibliografia o in un repertorio (per es. il RILM)

3. Per riassumere il contenuto di un contributo in un’altra lingua (di solito, in inglese) in modo da assicurargli una più ampia circolazione.

Normalmente non si apprestano abstract di una tesina o di una tesi. Tuttavia esercitarsi in quest’arte porta grandi vantaggi: insegna a separare l’essenziale dal superfluo, a scrivere con il massimo di concisione e chiarezza, e a impratichirsi di uno strumento sempre più richiesto. Inoltre, scrivere l’abstract della propria tesi è una specie di prova del nove: se non ci riuscite, può voler dire che nella vostra tesi avete detto troppo, o troppo poco, o in maniera confusa.

8. Raccomandazioni generali

 

1.       Cercate sempre di avere un vostro punto di vista, e di motivarlo

2.       Siate coerenti

3.       Siate pronti a difendere quanto scrivete anche in sede orale

4.       Evitate di dire troppe cose: meglio poche ma ben argomentate.

5.       Non date niente per scontato: ricordate che quello che scrivete sarà letto da altre persone che non necessariamente sapranno quello che sapete voi.

 

 

 



[1] Molti editori richiedono anche l’uso del carattere maiuscoletto alto e basso (Small Caps) per il nome e cognome dell’autore.

[2] Oggi molti convegni, specialmente internazionali, richiedono due abstract: uno corto di 200 parole e uno lungo di tre pagine, magari accompagnato da note, bibliografia e (se è il caso) perfino diagrammi.